Mario Pollo
Esiste una grande varietà di esperienze
di animazione e ne segue la difficoltà, o forse addirittura l’impossibilità,
della loro riducibilità ad un modello unico.
Questo perché il territorio in cui affonda
le sue radici il significato della parola animazione sembra avere vissuto
numerose invasioni di orde, alcune di passaggio mentre altre si sono insediate
in esso.
Ognuna di queste orde ha portato in questo luogo
lingue e culture diverse, che sino ad oggi non sembrano aver trovato la
via per fondersi in una sintesi creativa e innovativa.
Questo significa che la parola animazione continua
a vestirsi di una pluralità di significati, spesso reciprocamente
irriducibili quando non addirittura antagonisti.
La conseguenza di questo è una pratica
sociale dell’animazione frammentata, composita e difficilmente leggibile
come unitaria.
Si ha quasi l’impressione che un demone dispettoso
abbia introdotto la confusione delle lingue tra coloro che in qualche modo,
diretto o indiretto, si occupano di animazione, al fine di impedire la
costruzione di quell’edificio che, senza pretendere di condurre al cielo,
consenta di definire lo specifico professionale della pratica sociale definita
di animazione. Questa riflessione vuole essere una sfida al demone della
confusione delle lingue, perché cerca di individuare una lingua
che possa essere riconosciuta da coloro che operano nel territorio dell’animazione
come la lingua madre in cui affondano le radici le principali lingue dell’animazione
odierna.
Tutto questo però con la consapevolezza
che non è necessario che l’animazione abbia un modello unico. Infatti
se dall’ambito dell’animazione si passa a quelli della pedagogia, della
psicologia o di qualsiasi altra scienza umana, si può osservare
che non esiste assolutamente in queste discipline un modello unico, ma
che esiste ovunque una pluralità alquanto vasta di modelli.
La ricerca della lingua madre non nasce, quindi,
dalla voglia di avere un modello unico, ma da altre due distinte necessità.
La prima è quella di giungere in tempi
non storici ad una definizione, almeno parzialmente condivisa, della figura
professionale dell’animatore.
La seconda è invece quella di individuare
con più chiarezza lo statuto epistemologico dell’animazione.
Questo appare indispensabile al fine del rilancio
e dell’incremento della capacità progettuale di chi opera, a livello
pratico e/o teorico, nel dominio dell’animazione.
LA STORIA DELL’ANIMAZIONE IN ITALIA
In Italia non può esserci una sola storia
dell’animazione per la ragione prima detta della presenza di una pluralità
di lingue e di culture che fondano i molti modelli attraverso cui l’animazione
si esprime nella vita sociale.
Infatti a voler essere prudenti e un po’
avari, occorre riconoscere che sono almeno sei i modelli base di animazione
presenti ed attivi nel nostro paese, più naturalmente le ibridazioni
tra di essi.
I modelli dell’animazione in Italia
Il primo modello, forse quello più noto
negli anni delle origini del movimento dell’animazione, è quello
legato all’animazione teatrale, o di tipo espressivo in generale,
che conta al proprio interno figure storiche tra cui Rodari, Passatore
e Scabia.
Questo tipo di animazione, nato sotto il segno
della liberazione della espressività e della fantasia attraverso
la festa e il gioco, è andato progressivamente estendendosi ai problemi
della vita quotidiana e del territorio. Si può perciò affermare
che l’animazione teatrale e/o espressiva è passata, perlomeno a
livello di intenzioni, da un teatro che libera dalle paure e dalle inibizioni
ad un teatro che serve alla vita di ogni giorno.
In questo passaggio l’animazione teatrale è
andata evolvendo verso l’animazione socioculturale o, perlomeno, ha favorito
lo sviluppo di quest’ultima.
Il secondo è il modello dell’animazione
socioculturale. Esso è stato ben rappresentato dalla rivista
«Animazione Sociale», quando aveva sede a Milano, e dal suo
fondatore Don Aldo Ellena.
Questo modello si caratterizza come «una
pratica sociale finalizzata alla presa di coscienza e allo sviluppo del
potenziale represso, rimosso o latente, di individui, piccoli gruppi e
comunità».
Un elemento specifico di questa scuola di animazione
è costituito dal suo collegamento con il volontariato e dal fatto
che colloca la sua azione come intervento nel territorio, al fine di favorire
i processi di crescita della capacità delle persone e dei gruppi
di partecipare e gestire la realtà sociale e politica in cui vivono.
È una pratica sociale liberatrice che si avvale, oltre che dell’azione
nel territorio, dell’uso dell’azione psicosociale volta a promuovere la
capacità espressiva delle persone.
È questo un movimento ormai consolidato,
con alle spalle un consistente retroterra teorico e metodologico, che costituisce
uno dei maggiori punti di riferimento per chi voglia fare animazione in
Italia.
Occorre poi segnalare che un ruolo importante
nell’animazione socioculturale è giocato da quella pratica sociale
che può essere definita come sociocomunitaria. Questo pratica si
fonda sulle acquisizioni sia della psicosociologia di comunità,
sia del lavoro di sviluppo delle comunità fondato su parametri di
tipo sociopolitico. La sua finalità è, da un lato, quella
del sostegno alle comunità locali nella riappropriazione della propria
soggettualità sociale e politica e, dall’altro lato, lo sviluppo
dei processi di partecipazione e di autogestione tra i membri delle stesse
comunità locali.
Normalmente questo modello non è però
attivo all’interno delle comunità speciali, dove invece sono presenti
tanto il modello educativo quanto quelli teatrale e ludico espressivo.
Il terzo è quello dell’animazione culturale
in senso fortemente educativo e fa capo alla rivista «Note di
Pastorale Giovanile» del Centro Salesiano di Pastorale Giovanile,
e in particolare a Pollo e Tonelli.
La caratteristica di questo movimento è
quella di avere ripensato l’animazione come un vero e proprio modello educativo
valido sia in un contesto scolastico che extrascolastico.
L’animazione culturale secondo questa accezione
è una vera propria teoria educativa, fondata su concezioni filosofico/antropologiche,
su un metodo validato e su una strumentazione particolare.
È questo il movimento più diffuso
nell’ambito ecclesiale italiano, anche se la sua presenza non è
limitata a questa area sociale. Un motivo di questa diffusione nell’ambito
ecclesiale è dovuto allo stretto collegamento che questa concezione
ha operato con la più moderna concezione della pastorale giovanile.
In questi ultimi anni ha avuto una forte diffusione anche nei paesi di
lingua spagnola.
Comunque questo modello è presente anche
all’interno di centri di aggregazione giovanile, di comunità terapeutiche
ed educative, di centri sportivi e di istituzioni educative in genere.
La scelta dell’aggettivo «culturale»
deriva dal privilegio riconosciuto alla dimensione della cultura nella
costruzione dell’identità individuale e storico-sociale dei soggetti
dell’animazione, oltre che del mondo da essi abitato.
Il quarto, che si deve citare solo per motivi
statistici, è quello che raggruppa quelle attività di animazione
cresciute all’ombra dei villaggi turistici ma la cui dignità
educativa, sociale, espressiva e culturale è tutta da dimostrare.
Il quinto modello è quello che si limita
ad applicare tecniche e metodi di lavoro desunti dagli studi di
dinamica di gruppo e della comunicazione interpersonale a varie attività
educative. È questa la dimensione più tecnica e diffusa del
fare animazione, anche perché tutti gli altri filoni utilizzano
abbondantemente queste tecniche all’interno dei loro percorsi formativi.
Tuttavia, da solo, questo insieme tecnico e conoscitivo non costituisce
una adeguata concezione dell’animazione socioculturale e culturale. Molti
animatori, tuttavia, pensano che animare consista solo nell’applicazione
di certe tecniche di lavoro psicosociale di gruppo.
Il sesto modello è costituito dall’animazione
di tipo ludico ricreativo versus espressivo. Si tratta di un tipo di
animazione che, agendo nella dimensione del tempo libero e dell’attività
ludica, tende a fornire ai ragazzi, ai giovani, agli adulti e agli anziani
con cui opera, uno spazio per la riappropriazione della propria espressività,
per la scoperta o per il recupero della creatività e in cui possano
sfuggire all’uso alienato del tempo libero.
Le storie alla base di questi modelli sono, come
già si è detto, assai diverse.
Infatti mentre per i modelli socioculturale ed
educativo si può rintracciare un filo rosso che li lega alla pedagogia
attiva, all’educazione degli adulti e in generale ai movimenti per l’emancipazione
delle classi sociali più deboli ed oppresse, per quello teatrale
invece si possono individuare più fili, dei quali i più importanti
sono quelli dello psicodramma moreniano e della tradizione della commedia
dell’arte.
Il modello definito come ludico espressivo ha
alle spalle la cosiddetta cultura popolare, ovvero quella tradizione
laica e/o religiosa che attraverso saghe e le fiere di paese con i loro
corollari di giochi, spettacoli, spazi di aggregazione e di divertimento
offriva alle persone un luogo di esercizio della creatività e della
libera espressione.
Infine altri modelli sembrano essere privi di
fili più o meno diretti con movimenti ed esperienze del passato,
come ad esempio l’animazione turistica.
Il modello psicosociale ha, infine, i suoi ascendenti
in una pluralità di modelli terapeutici di gruppo, essendo caratterizzato
da un radicale eclettismo.
Comunque, al di la degli ascendenti, la maggioranza
di questi modelli ha condiviso una storia recente comune che può
essere raccolta in tre periodi ben distinti: la nascita, il decollo e la
maturità.
La nascita
Per quanto riguarda il primo periodo, è
ormai accettato da tutti che l’animazione è nata intorno ai temi
della creatività, negli anni del decollo nel nostro paese dell’industria
culturale e dell’avvento della scuola di massa, come risposta ai problemi
conseguenti a questi fenomeni, e cioè alla crisi della scuola tradizionale
e a quella prodotta dalla profonda trasformazione dei modelli e dei processi
di elaborazione e di trasmissione della cultura sociale.
In questo periodo l’animazione ha esplorato sia
i territori dell’espressività nelle sue varie forme artistiche e
sociali, sia quelli della ricerca pedagogica attraverso la sperimentazione
di quei modelli che vengono genericamente ascritti alla pedagogia attiva.
In questa prima fase della storia dell’animazione
in Italia, ascrivibile in modo particolare alla seconda parte degli anni
sessanta, la scuola appare come uno dei luoghi privilegiati dell’animazione,
in quanto in essa convergono molte esperienze innovative che possono essere
definite, anche se spesso in modo non ancora esplicito, di animazione.
È in quegli anni infatti che uomini di
teatro e insegnanti avviano alcune sperimentazioni teatrali nella scuola
dell’obbligo, mentre in parallelo prende corpo il dibattito sul rinnovamento
della scuola che favorisce il diffondersi di attività sperimentali
al suo interno.
A proposito della sperimentazione nella scuola
dell’obbligo e al dibattito sul suo rinnovamento, è bene ricordare
che la famosa Lettera ad una professoressa» dei ragazzi di
Don Milani risale appunto a quel periodo.
Anche se la scuola in quegli anni è l’ambito
in cui forse più diffusamente si fanno esperienze di animazione,
è bene però ricordare che nello stesso periodo compaiono
le prime esperienze di animazione nei quartieri, e si sviluppano esperienze
di valorizzazione della cultura operaia realizzate con un chiaro stile
di animazione, i cui ascendenti, come detto, si ritrovano in realizzazioni
del movimento operaio, quali ad esempio quelle dell’Umanitaria di Milano.
Come si può vedere già in questo
primo periodo, seppure caratterizzato da quella caoticità tipica
dello statu nascenti, appaiono alcune delle differenze che negli
anni successivi caratterizzeranno la pratica dell’animazione in Italia.
Infatti già allora vi è chi utilizza
l’animazione in prospettiva didattico-pedagogica, chi predilige l’orientamento
teatrale e/o espressivo, chi ne sottolinea le valenze sociopolitiche in
contesti quali le fabbriche e i quartieri, e chi infine ne individua il
valore terapeutico.
Il decollo
Il periodo del decollo è immediatamente
successivo al ’68.
In quegli anni l’animazione sposta la sua attenzione
dall’ambito della scuola dell’obbligo a quello del territorio, nella ricerca
di nuove risposte ai problemi sociali alternative a quelle proposte dai
vecchi modelli politici e culturali.
Il territorio diviene il luogo privilegiato di
varie esperienze, più o meno spontanee, finalizzate a risvegliare
la presa di coscienza, la partecipazione politica e la liberazione delle
persone dai condizionamenti sociali, culturali ed economici che ne impediscono
la realizzazione individuale e collettiva.
Questo movimento dell’animazione produce un’azione
in cui l’animatore attraverso il suo intervento persegue un obiettivo politico
o parapolitico.
Successivamente questo tipo di «tensione»
è stato raccolto, parzialmente, dalle attività culturali
delle amministrazioni comunali, che hanno avviato progetti di animazione
socioculturale rivolte alla scuola dell’obbligo, ai centri sociali di quartiere,
alle attività ludiche e sportive, alla gestione delle estati per
i ragazzi, per gli adulti e per gli anziani. In questo periodo si afferma
il filone socioculturale, accanto a quello teatrale e a quello ludico espressivo,
e nasce e cresce a ritmi molto intensi quello culturale.
La maturità
L’ultimo periodo, quello attuale, è meno
ricco di tensioni politiche ma è assai più consapevole della
valenza squisitamente educativa o formativa dell’animazione. In questo
periodo quasi tutte le correnti teoriche dell’animazione hanno, infatti,
selezionato i loro obiettivi specializzandoli. Nello stesso tempo i movimenti
dell’animazione hanno collocato la propria azione all’interno delle agenzie
istituzionali di socializzazione, di inculturazione, di educazione e di
gestione e controllo della marginalità e della devianza.
La specializzazione dell’animazione ha comportato
poi che essa sia stata assunta, in alcuni casi, non più solo come
attività complementare ma come momento centrale dell’attività
scolastica. Allo stesso modo alcune attività, che tradizionalmente
erano ascritte alla educazione specializzata o professionale, sono state
assorbite dall’animazione.
Per questo motivo la fase attuale è quella
che può consentire una maggiore convergenza delle varie scuole di
animazione verso un’area disciplinare comune.
A sostegno del fatto che questo possa essere
considerato il periodo della maturità, vi è il fatto che
in questi ultimi anni sono nati sia corsi professionali promossi da alcune
Regioni, sia delle vere e proprie scuole di animazione promosse da associazioni
ed enti.
Da alcuni anni, poi, sono nate anche associazioni
professionali degli animatori che raggruppano cooperative, associazioni
e gruppi che operano professionalmente nel campo dell’animazione. Nel frattempo
poi alcune regioni hanno inserito la figura dell’animatore negli organici
di alcuni servizi di tipo socioassistenziale e sociosanitario.
Nonostante questo regna ancora la più
completa incertezza sul ruolo e sulla funzione dell’animatore e sui percorsi
di formazione tipici della sua professionalità.
Da notare, infine, che la figura dell’animatore
compare in un gran numero di attività sociali, sia pubbliche che
private, sia professionali che volontarie.
L’ambito di attività dell’animazione oggi
L’ambito di attività in cui si esercita
oggi l’animazione va, infatti, dalla scuola ai laboratori teatrali ed espressivi,
dalle parrocchie ai centri sociali, dalle comunità educanti e terapeutiche
alle comunità locali, dallo sport e dalle attività ludiche
del tempo libero alla prevenzione e recupero nei confronti di soggetti
a rischio o già marginali o devianti, dai servizi pubblici all’associazionismo
e al volontariato.
A questo punto è necessaria una considerazione
sul modello di animazione proposto dall’industria del tempo libero e del
turismo ricordando, nonostante si definisca come animazione, la sua radicale
estraneità rispetto agli altri modelli. Infatti esso è solo
un segno dell’azione di manipolazione e di alienazione che questa industria
svolge al fine di far consumare i propri prodotti.
È questa sua caratteristica che produce
l’estraneità di questa attività rispetto all’animazione.
Infatti se c’è un elemento su cui tutte le attività di animazione,
nonostante le profonde differenze, convergono è quello costituito
dalla tensione verso la liberazione della persona. Non importa poi se alcuni
pensano a questa liberazione in termini politici, altri in termini creativi
e psicologici, e altri ancora trascendenti.
L’importante è la liberazione della persona
umana da quei condizionamenti che ne limitano la realizzazione e la capacità
di governo della propria esistenza individuale e collettiva.
L’industria del tempo libero propone, invece,
ai suoi utenti l’alienazione del loro ultimo luogo di libertà, il
tempo libero appunto, affinché sia assoggettato ai modi e ai ritmi
della produzione di questa industria.
I NODI PROBLEMATICI E LE SFIDE DELL’ANIMAZIONE OGGI
Tradizionalmente nell’animazione si opera all’interno
di un modello che prevede gruppi di appartenenza sufficientemente stabili
con una identità abbastanza forte, mentre oggi chi opera nell’animazione
si trova di fronte a gruppi dove i ragazzi entrano ed escono continuamente
e che hanno, quindi, una composizione e una appartenenza variabili.
Si tratta di gruppi con i quali è possibile
operare solo con interventi a bassa soglia – per usare un termine di moda
introdotto nel linguaggio comune dalle politiche e dalle pratiche della
«riduzione del danno».
Politiche che sono nate dalla constatazione dell’impossibilità
di affrontare la totalità del fenomeno della tossicodipendenza solo
con i percorsi, comunitari o non, di recupero e di ri-socializzazione.
Per questo motivo si sono individuati gli interventi
di bassa soglia che si rivolgono ai giovani che non vogliono o che non
ce la fanno ad uscire dalla tossicodipendenza. al fine di ridurre i danni
che con alcuni loro comportamenti possono recare a sé e agli altri,
sia in termini di salute che di convivenza sociale.
Ciò vuol dire in altre parole che gli
interventi di bassa soglia non mirano a far uscire il giovane dalla dipendenza
delle droghe, ma solo a fargli ottenere un maggior livello di salute biopsichica
ed evitare per quanto possibile che commetta dei reati. Il tema dei gruppi
temporanei a bassa soglia di appartenenza consente di introdurre al fenomeno
della «scomparsa dei luoghi».
Occorre infatti tenere conto che l’impatto dei
media elettronici con la complessità ha prodotto nelle società
più sviluppate la scomparsa dei luoghi particolari al cui interno
si declinava la vita delle persone e, di fatto, la formazione di un luogo
unico.
Oltre a questo, i media elettronici hanno portato
alle estreme conseguenze la crisi del tempo noetico sia sul versante della
relazione intergenerazionale, sia su quello dell’itinerario evolutivo della
formazione della persona umana.
La scomparsa dei luoghi e la nascita dei nonluoghi
La parola «luogo» indica quella costruzione
concreta e simbolica dello spazio che assolve alla funzione identitaria,
a quella relazionale e a quella storica. Esso offre a chi lo abita un principio
di senso e a chi lo osserva l’intelligibilità.(1)
Questo vuol dire che il luogo non è semplicemente
uno spazio, ma è uno spazio umanizzato e abitato. Uno spazio che
non solo è interpretato ma che fornisce a chi è al suo interno
le chiavi di interpretazione e di attribuzione di senso della realtà.
E questo avviene perché il luogo inserisce le persone all’interno
di una storia, di una memoria e di un progetto di futuro, e perché
esso offre le informazioni e le norme che fanno sì che le persone
che lo abitano assumano particolari comportamenti e vivano le relazioni
primarie e secondarie in un modo affatto particolare.
La scuola, ad esempio, quando ancora era un luogo,
faceva sì che i ragazzi, entrando in essa, assumessero stili, comportamenti
e atteggiamenti diversi da quelli che avevano per strada: perché
c’era una sorta di sacralità del luogo che li condizionava e che
li spingeva nella direzione di quegli stili, comportamenti ed atteggiamenti.
Oggi molti studiosi affermano che il luogo non
esiste più perché i media elettronici, e la televisione in
particolare, hanno rotto il legame che univa determinati comportamenti,
atteggiamenti e stili di vita a determinati spazi fisici e simbolici. Questo
legame era costituito, da un lato, dalle convenzioni situazionali che fissavano
per i vari luoghi i comportamenti appropriati e, dall’altro lato, dal fatto
che chi stava in un medesimo luogo condivideva delle particolari informazioni
e valori che potevano essere conosciute solo all’interno di quel particolare
luogo e non altrove.
La televisione, rompendo questo legame tra collocazione
fisica e situazione sociale, ha confuso le identità di gruppo che
un tempo erano separate. Questo è avvenuto perché gli individui
attraverso il media televisivo hanno potuto sfuggire dal punto di vista
informativo ai gruppi ancorati in un luogo definito, e hanno potuto invadere
molti luoghi a cui erano estranei senza neppure entrarci.(2)
L’identità di gruppo, come è noto,
si fonda sulla condivisione di sistemi simbolici condivisi ma particolari,
e quindi sia la diffusione agli «estranei» dei contenuti del
sistema simbolico legato ad un luogo particolare, sia il venire a conoscenza
per gli abitanti di un luogo dei sistemi simbolici presenti in altri luoghi
hanno di fatto prodotto una omogeneizzazione dei luoghi che è il
primo passo verso il luogo unico. Accanto alla omogeneizzazione dei luoghi
è in corso poi una rapida e per ora irreversibile espansione dei
nonluoghi.
I nonluoghi sono tanto le installazioni necessarie
per la circolazione accelerata delle persone e dei beni, quanto i mezzi
di trasporto stessi, o i grandi centri commerciali o i campi profughi in
cui sono parcheggiati i rifugiati del pianeta.
I nonluoghi sono tali perché sono spazi
che non forniscono alcuna identità alle persone che li abitano,
non li inseriscono in alcuna storia e si limitano, semplicemente, a svolgere
una funzione.
La vita delle persone nelle aree urbane si svolge
in una sorta di pendolarismo tra il luogo unico e i nonluoghi.
Questo significa un ulteriore indebolimento dell’identità
personale e storico-culturale degli individui, un loro inserimento in sistemi
relazionali anonimi e massificati, in cui i sistemi simbolici non offrono
più chiavi significative e particolari di interpretazione della
realtà.
Nel passato il luogo richiedeva, quindi, ai suoi
abitanti un certo tipo di comportamento che differiva da luogo a luogo.
Questo faceva sì che il luogo diventasse un «contenitore»
e che contribuisse perciò alla funzione educativa, che, come è
noto, è sempre fondata sulla dialettica molto difficile e precaria
tra l’espressione e il contenimento.
Il luogo di fatto era il contenitore naturale
che creava un limite all’espressione del desiderio. Anche il gruppo giovanile
era un luogo. Oggi i luoghi non esistono, ed esiste invece la dispersione
dei giovani all’interno dello spazio errabondo che non riesce a trovare
la risposta alla sua nostalgia del luogo.
E questo fa sì che i giovani non trovino
più a loro disposizione quel contenitore naturale che dava forma
e senso al loro desiderio di espressione.
Non per nulla la pratica di animazione è
stata incentrata in questi anni a favorire l’espressione, perché
partiva dal presupposto che di luoghi contenenti ce ne fossero sin troppi
ma che, al contrario, mancasse una adeguata possibilità di espressione.
Si diceva, infatti, che la civiltà industriale
nei suoi luoghi di produzione, nelle fabbriche e nelle scuole, impedivano
alla gente di esprimersi ed era perciò necessario aiutarla a liberare
la propria creatività ed espressività.
L’animazione teatrale, ad esempio, è nata
all’interno di questa analisi sociale che affermava l’esistenza di un tipo
di società che conteneva fortemente le persone e che impediva loro
lo sviluppo della creatività e della libertà espressiva.
Da questa analisi sono nati, oltre all’animazione
teatrale, vari filoni di animazione di carattere espressivo ed artistico.
Ora, invece, questo contenimento non c’è
più perché non solo, come si è visto, si ha un luogo
unico, ma perché sono comparsi i «nonluoghi» che non
contengono, anche perché al loro interno la persona è secondaria
rispetto alla funzione che esso deve assolvere e nei confronti della quale
deve porsi in modo assolutamente neutrale, rispetto alle varie culture,
sistemi di valori e stili di vita che caratterizzano il mondo attuale.
La discoteca è un nonluogo finalizzato
alla funzione dell’espressione in cui il giovane è spinto a cercare
una espressione radicale, e perciò primitiva di sé. E se
non gli bastano per fare questo la musica e l’atmosfera della sala, ha
a disposizione le droghe e l’alcool in modo che la sua espressione possa
manifestarsi al massimo livello.
Da questa sommaria analisi emerge la prima grossa
sfida per l’animazione oggi: l’esistenza dei gruppi a bassa soglia che
sono l’espressione tipica di una società che ha perso i luoghi.
La morte del desiderio
Una seconda sfida, che il precedente seminario
ha rilanciato, è costituita da quella che può essere definita
come la morte del desiderio. Dove non è chiaro se si tratta di una
vera e propria morte del desiderio o se si tratta dello slittamento del
desiderio verso il bisogno.
Questo perché l’attuale cultura sociale
ha collocato il bisogno al centro della vita. L’orientamento esistenziale
delle persone, infatti, sembra essere orientato alla risposta ai loro bisogni
primari, secondari e acquisiti. Non è un caso che nel linguaggio
quotidiano siano frequenti espressioni come: io ho bisogno di esprimermi,
io ho bisogno di appagamento, io ho bisogno di felicità.
Le persone dicono quasi sempre «io ho bisogno»
e assai raramente «io desidero». Ad esempio non dicono: «io
desidero aprirmi e comunicare con gli altri», ma dicono: «io
ho bisogno di comunicare con gli altri». C’è stato uno
spostamento, che non è solo semantico, dal desiderio al bisogno.
Questo significa che l’uomo viene visto come un insieme di bisogni a cui
dare risposta.
Il desiderio, diversamente dal bisogno, è
progettuale perché è sete di vita, è il tentativo
di spingere la vita verso i suoi limiti, verso i suoi confini.
In una trasmissione televisiva dell’anno scorso
il leader degli studenti del Mamiani, parlava dell’occupazione della scuola
come di una occasione per gli studenti di socializzare più profondamente:
«Perché a scuola normalmente abbiamo solo l’intervallo per
socializzare».
Socializzazione e introspezione erano le due
parole chiave che orientavano l’esperienza di autogestione di quella scuola
durante l’occupazione. Socializzazione e introspezione come risposta al
bisogno di scendere in sé, di autocomprendersi e di vivere le proprie
emozioni.
Questo fatto indica come per questi giovani la
realizzazione di sé passi attraverso la dimensione soggettiva, emotiva
e affettiva del bisogno, e non più attraverso la dimensione culturale
del desiderio.
Proprio perché diventa bisogno e non più
desiderio, l’autorealizzazione tende ad essere prigioniera della soggettività
delle persone.
D’altronde è in nome del bisogno che lo
psicoterapeutico tenta di soppiantare l’educazione.
Non è un caso che gli psicologi stiano
cercando di spingere via i pedagogisti e gli educatori dal territorio dell’educazione
e di sostituirli utilizzando modelli educativi che partono dai bisogni
e dai problemi tipici dell’esperienza psicoterapeutica.
I formatori psicologi ormai tendono ad aumentare
ogni giorno di più dimenticando che la pedagogia ha un fondamento
filosofico, e che quindi utilizza le scienze umane all’interno di un progetto
che è di tipo esistenziale, ovvero filosofico, teologico, estetico
e antropologico.
La scommessa educativa sull’uomo non nasce dall’analisi
dei suoi meccanismi psichici e delle sue patologie, ma da un progetto esistenziale
ancorato a qualcosa che trascende l’orizzonte del bisogno, del benessere
e dell’utilità.
Occorre perciò ricordare che il terapeutico
dà risposta al bisogno, mentre l’educativo dà risposta al
desiderio.
La crisi della memoria
Un terza sfida che è emersa è quella
della crisi della memoria. Memoria che, oltretutto, non diventa storia,
mentre questa non diventa memoria.
Nel seminario era stato affermato che questa
è un’epoca in cui non si fa memoria e in cui la storia diventa una
disciplina astratta perdendo la sua identità di luogo della memoria.
Nello stesso tempo la memoria sta diventando
soggettiva, essendo legata esclusivamente al flusso di coscienza.
Dentro la crisi della memoria e della storia
anche le parole diventano vuote, private della capacità di rinviare
alla realtà.
Questo ha comportato lo sradicamento parziale
degli abitanti delle società complesse dall’alveo vitale dell’identità
storico-culturale all’interno della destrutturazione della loro temporalità.
Uno degli effetti della radicale trasformazione
della temporalità, che è in attualmente in corso nella cultura
sociale, sul percorso di crescita umana e personale dei giovani è
visibile in particolare dal loro porsi in modo incerto, e a volte angoscioso,
nei confronti del futuro, dalla debolezza delle loro radici nella memoria
culturale, dal come vivano debolmente, nella maggioranza dei casi, le relazioni
intergenerazionali con gli adulti, dalla sperimentazione molto diffusa
dell’assenza dei padri dalla funzione di trasmissione dei valori e delle
norme che costituiscono il canone culturale, e dal come, al contrario,
essi vivano in modo fortemente significativo la relazionalità con
i pari età nel loro percorso di crescita personale.
Questa trasformazione della temporalità
è prodotta dall’indebolimento dell’asse storico verticale del tempo
e dal contemporaneo straordinario rafforzamento dell’asse orizzontale dello
stesso tempo.
Quest’ultimo asse, detto anche del tempo sociale,
è quello su cui si declina il coordinamento nel presente dell’agire
sociale degli individui e si esprime per mezzo delle relazioni comunicative
che connettono gli individui e che formano quelle che, solitamente, vengono
definite come le reti sociali.
Le moderne tecnologie della comunicazione e della
telematica (computer, tv satellitare, fax, modem, telefoni cellulari, ecc.)
stanno creando delle reti di comunicazione che in tempi sempre più
ravvicinati consentono agli individui di entrare in relazione tra di loro
anche se sono fisicamente dislocati in luoghi molto lontani tra di loro.
Internet e la posta elettronica sono un buon esempio di questa rete.
Allo stesso modo la tv via satellite, e prossimamente
via cavo, consente alle persone di partecipare come spettatori in tempo
reale ad avvenimenti che accadono in luoghi remoti.
Mentre questa rivoluzione tecnologica e culturale
interrela sempre di più le persone all’interno di uno spazio sociale
sempre più grande, accade che le stesse persone tendano a perdere,
o perlomeno a indebolire, le loro relazioni comunicative con gli esseri
umani che hanno abitato prima e che abiteranno dopo di loro lo spazio e
il tempo.
In altre parole, le persone tendono a perdere
«memoria», intesa anche come la capacità di percepire
la loro vita quale figlia e madre di una storia, ovvero il legame di responsabilità
che le lega alle generazioni precedenti e a quelle future.
Ma non solo. In questa trasformazione della temporalità
le generazioni tendono sempre di più ad isolarsi all’interno del
loro segmento temporale indebolendo il legame della solidarietà
intergenerazionale nel presente. La contemporanea indifferenza del mondo
degli adulti per quello degli anziani e dei giovani non è che un
segno di questa trasformazione.
Trasformazione che oltre a investire i rapporti
temporali delle persone con quelle delle altre generazioni che le hanno
precedute e che le seguiranno, riguarda anche il loro attuale tempo di
vita e si manifesta nell’incapacità di percepire la propria esistenza
come una storia dotata di senso.
Vita in cui solo il tempo presente sembra avere
un valore e un senso e che, quindi, appare più come un susseguirsi
di presenti che come un racconto dotato di un inizio e di una fine legati
da un intreccio che ne svela il significato.
L’identità debole e frammentata, l’impossibilità
di pensare alla propria vita come un progetto seppur aperto, l’incoerenza
con i suoi corollari del pragmatismo e dell’opportunismo, l’angoscia vestita
di depressione o di fuga nell’evasione della ricerca di gratificazioni
attraverso il consumo ossessivo che sembra segnare la vita di molti giovani,
affondano le loro radici in questa crisi del tempo della storia detto,
dagli studiosi della temporalità umana, «tempo noetico».
Secondo alcuni autori questo fenomeno è
prodotto dalla «spazializzazione del tempo» che non sarebbe
altro che il risultato della supremazia nell’attuale vita sociale delle
coordinate spaziali su quelle temporali che, di fatto, anestetizza l’idea
del tempo e della storia, del vissuto diacronico a favore della sincronicità
spazializzante.
Immersi in questo tempo spazializzato, gli individui
perdono la coscienza della propria appartenenza alla storia e, quindi,
anche la propria capacità di produrre storia, e divengono delle
comparse prive di memoria e di sogni di futuro. Questo fa sì che
solo ciò che è immediato e simultaneo venga vissuto come
reale. Le dimensioni del passato e del futuro sono espulse dalla coscienza,
la memoria e il sogno sono esiliati. L’istante diviene un punto nello spazio
in cui non vi è durata ma solo l’appartenenza atemporale ad un insieme
spaziale.
All’origine di questa trasformazione della temporalità
vi sono fenomeni sociali complessi come l’urbanizzazione, l’espansione
della tecnologia e della presenza dei fondamenti tecnico-scientifici di
tipo universalistico nelle culture locali, il predominio del senso ottico,
ovvero il predominio delle immagini rispetto alla parola parlata e scritta
e, infine, l’influenza dell’industria culturale che, per evitare che l’effetto
del rapidissimo succedersi delle sue proposte abbia effetti distruttivi
sulla sua stessa produzione, deve appiattire l’esperienza del tempo a favore
della simultaneità.
La crisi della parola
La crisi della memoria si connette con la crisi
della parola, della sua capacità di rinviare alla realtà.
A questo proposito occorre ricordare che un segno
linguistico deriva il suo significato tanto dal suo opporsi e distinguersi
dagli altri segni del sistema linguistico, quanto dalla sua relazione con
l’oggetto mentale e/o fisico a cui rimanda.
Nella cultura della società complessa
surmoderna il segno è andato sempre più autonomizzandosi
dall’oggetto per manifestare il suo significato quasi esclusivo in relazione
con gli altri segni.
Questa trasformazione profonda della lingua ha
portato le persone a sganciarsi sempre più dalla realtà per
collocarsi all’interno di un mondo immaginario.
La parola si è fatta astratta perdendo
la sua «cosalità».
La parola greca «logos» ha prevalso
sulla parola ebraica «dabar».
Come è noto, infatti, in ebraico dabar
oltre che parola significa anche cosa, mentre in greco logos oltre
che parola significa anche concetto, idea astratta.
Tale differente modo di intendere e di usare
la parola si manifesta nei differenti modelli culturali del mondo greco
e di quello ebraico. Infatti mentre nella tradizione ebraica la parola
è lo strumento che l’uomo ha a disposizione per dominare la realtà
del mondo storico che abita, e la verità è la fedeltà
nella vita quotidiana all’alleanza, nel mondo greco, invece, la parola
rimanda all’essenza della realtà, ai concetti astratti o ideali
che la realtà nasconde o maschera, e la verità, conseguentemente,
consiste nel portare alla luce, nello svelare queste essenze nascoste.
Questo spostamento della parola verso l’astratto
e il suo mondo, l’immaginario, tradisce quell’equilibrio tra «dabar»
e «logos» che ha caratterizzato dopo l’avvento del cristianesimo
la cultura dell’occidente.
Questo tradimento è stato prodotto tra
l’altro dalla perdita di memoria che, come si è visto, è
tipica dell’attuale vita sociale, e che si è manifestata anche,
se non soprattutto, nel mancato deposito della memoria nel significato
delle parole che è frutto di diversi strati temporali al pari della
crosta terrestre.
Il mancato deposito della memoria nel significato
delle parole è una delle cause più rilevanti della perdita
della capacità delle parole di avere un significato stabile e di
essere fedeli alla storia in cui sono dette. Invece esso è oltremodo
funzionale alla creazione di un linguaggio che serve per fuggire dal mondo
e dissolvere il reale nel virtuale.
Una seconda trasformazione rilevante riguarda
la dimensione sintattica del linguaggio. Esso, infatti, sta perdendo la
sua struttura logica lineare consequenziale per assumere quella di una
struttura d’insieme.
La logica della comunicazione visiva si è
sostituita a quella della comunicazione orale con risultati devastanti,
soprattutto sull’uso della lingua parlata, anche se manifesta alcune conseguenze
pure al livello della lingua scritta.
Come è noto, per motivi legati alla fisiologia
degli organi del senso uditivo umani, la lingua parlata per essere correttamente
decodificata deve essere strutturata in sequenze logiche lineari, ovvero
i vari suoni che si susseguono nel tempo devono essere legati da una trama
logica. Al contrario, la percezione dell’immagine è simultanea,
in quanto i vari elementi che la formano si presentano insieme nello stesso
istante e, quindi, la logica che la struttura è quella di una relazione
tra le parti.
Questa trasformazione della struttura logica
della lingua, oltre che effetti sulla sua efficacia comunicativa, ha pure
quello di ridurre la capacità delle persone di strutturare gli eventi
in una logica temporale di tipo storico e, quindi, di attribuire ad essi
un significato che trascenda quello contingente.
Questo elemento si lega strettamente alla crisi
della progettualità prima descritta e alla incapacità di
percepire il senso della storia.
L’emergere dell’identità debole e della pluridentità
Nel labirinto della complessità sociale
il non avere una identità stabile, coerente e unitaria è
ritenuto normale. Il modello di identità della società complessa,
infatti, è quello di una identità frammentata, composita,
in continua evoluzione, ambivalente, contraddittoria e mai compiutamente
raggiunta. Questo tipo di identità è teorizzato sia a livello
filosofico che sociologico.
Nel rapporto con la realtà esterna si
tenta di accreditare, in coerenza con il concetto di identità debole,
l’impossibilità di comprendere e di dominare efficacemente la realtà.
L’unico modo possibile per l’abitante delle società complesse di
porsi nei confronti della realtà è quello di chi tace, e
se formula una domanda non pretende risposta.
L’identità debole è legata alla
perdita del centro sociale che frantuma l’esperienza dell’appartenenza
sociale delle persone, facendo sì che i loro vissuti siano divisi
in tanti frammenti, tra loro isolati, che non riescono a dar vita ad una
esperienza esistenziale unitaria.
In conseguenza di questo ogni esperienza che
la persona vive ha un significato relativo che si esaurisce all’interno
dell’esperienza stessa, non riuscendo a collegarsi alle altre esperienze
esistenziali e quindi a un senso più generale.
Questo comporta, tra l’altro, una forte difficoltà
da parte della persona a dare coerenza ai suoi atteggiamenti e comportamenti
che manifesta lungo l’asse del suo tempo quotidiano.
La fine della secolarizzazione?
Nel precedente seminario una quarta sfida è
stata individuata nella cosiddetta «malattia della secolarizzazione».
Anche in questo caso però la domanda è
se si tratta veramente della fine della secolarizzazione o di qualcos’altro.
Perché la secolarizzazione ha avuto alcuni
aspetti positivi accanto ad alcuni problematici.
Per prima cosa occorre domandarsi che cosa la
secolarizzazione ha realmente introdotto nella cultura sociale, e se per
un cristiano essa è solo un qualcosa di negativo. L’abolizione della
differenza tra lo spazio sacro e lo spazio profano, fra il tempo sacro
e il tempo profano, è così estranea al cristianesimo? O è
il compimento di una concezione cristiana?
Questa domanda nasce dalla constatazione che
il cristianesimo non ha mai proposto all’uomo la salvezza nel tempo sacro
e la conseguente ricerca dell’uscita dal tempo profano per indurlo a rifugiarsi
in tempi e spazi sacralizzati, perché ha proposto la storia e il
suo tempo come il luogo in cui la salvezza si manifesta e si costruisce.
Questo significa che tutto il tempo è santo, non solo il tempo sacro;
e che tutto lo spazio è santificabile.
Nonostante questo la nostalgia del sacro è
rimasta. In molte persone la perdita del sacro ha prodotto una profonda
crisi, oppure le ha spinte verso una fede religiosa dove esiste la possibilità
di abitare un luogo sacro in cui sono presenti potenze arcane e misteriose.
Per alcune di queste persone è rimasta
viva la nostalgia dell’orrida regione e dei luoghi nascosti all’interno
di forme di ricerca di sacro che esprimono il rimpianto di una religione
che non è quella tipicamente cristiana.
In questo caso si può allora parlare di
fine della secolarizzazione, o invece occorre parlare della nostalgia di
qualcosa d’altro? Oppure ancora – e questo lo si vede in fenomeni come
quello della New Age – non si tratta di fare di Dio semplicemente la fonte
del proprio benessere personale? Non è il tentativo di ridurre Dio
a una pratica dello star bene? A una sorta di raggiungimento di pienezza,
di equilibrio, che fa star bene le persone e che fa sopportare loro i problemi,
i conflitti, le sofferenze del mondo che abitano? E dove Dio è ridotto
a un qualcosa di intrapsichico, a un principio di armonia della persona
con se stessa, con il mondo e con la natura?
È questa indubbiamente un’esperienza religiosa
in cui non c’è il tremore dell’attesa dell’incontro con il tremendo
che apre all’affascinamento del divino. Dove non c’è nulla della
ricerca di Dio che passa attraverso l’esperienza del terribile, della paura,
dell’angoscia profonda, della solitudine per poi sfociare nell’esperienza
gioiosa e sconvolgente del fascino del divino.
In queste esperienze poi non c’è traccia
dell’incontro con la sofferenza che è ineliminabile nell’impegno
per rendere operante nella storia la salvezza offerta dal sacrificio di
Gesù.
FRAMMENTI DI UN FONDAMENTO ANTROPOLOGICO DELL’ANIMAZIONE
Nei lavori del seminario dell’anno scorso vi sono
state anche alcune rimozioni.
Una di esse è stata prodotta dal non aver
mai affrontato l’educazione come la proposta di un modello, di una visione
dell’uomo, della vita e quindi di una interpretazione del mondo.
Infatti la concezione dell’animazione come educazione
che propone un modello, una concezione di uomo, di vita unitamente a una
interpretazione della realtà del mondo, era presente nelle esperienze
proposte esclusivamente in modo nascosto. Sembrava che in molte relazioni
e interventi fosse elusa la domanda sul perché agire attraverso
l’animazione? Per quale fine? A che scopo? Che cosa significa fare animazione
oggi?
Per questo motivo qui di seguito viene descritta
una mappa che, lungi dal voler rappresentare una compiuta, completa e corretta
descrizione del fondamento antropologico dell’animazione, vuole semplicemente
essere la descrizione di alcuni punti che le rimozioni hanno occultato
e che sono, invece, necessari per comprendere il fine dell’agire nell’animazione.
La mappa può essere anche utilizzata come
griglia concettuale per l’interpretazione in chiave di metodo e di azione
delle sfide che la surmoderna complessità della società lancia
all’animazione.
L’uomo come essere progettuale e come animale culturale
È ancora alquanto diffusa la concezione
secondo cui il mondo, ovvero la realtà materiale e immateriale in
cui si vive, sia la stessa per tutti gli esseri viventi. In altre parole
si pensa che ogni essere vivente percepisca, magari con sfumature, tonalità
e profondità differenti la stessa realtà che percepisce l’uomo.
Alla maggioranza delle persone sembra poi del
tutto ovvio che tutti gli uomini, al di la delle differenze etniche e geografiche,
vivano e percepiscano, quando condividono lo stesso spaziotempo, un’identica
realtà.
Questa concezione ingenua è quella
che è, tra l’altro, alla base del cosiddetto antropomorfismo e che
si manifesta tutte le volte che si attribuiscono ad un animale intenzioni,
sentimenti, pensieri o semplicemente percezioni simili a quelle dell’uomo.
Nonostante la nostra cultura si sia da tempo
liberata dall’errore antropomorfico, il suo presupposto in qualche modo
è rimasto nella mente delle persone nascosto sotto le vesti della
convinzione dell’esistenza di una realtà oggettiva del mondo, unica
quindi per tutti i viventi o perlomeno per la specie umana.
La moderna biologia, unitamente s’intende alla
filosofia e alle scienze dell’uomo e del linguaggio, si è da tempo
incaricata di demolire questa concezione. In particolare attraverso Jakob
Von Uexkull e il suo concetto di Umwelt (3).
Secondo Uexkull ogni specie di organismo vivente
è una sorta di monade che abita un suo mondo specifico in cui sperimenta
una sua propria esperienza particolare. Il mondo di una zecca, ad esempio,
non ha nulla a che vedere con quello di un’ape. Non ci sono, infatti, in
questi due mondi esperienze trasferibili dall’uno all’altro. Basti pensare
che il mondo di una zecca è fatto di luce e ombra, dalla presenza
e dall’assenza di anidride carbonica e/o di acido butirrico.
Questo perché il mondo di una specie vivente
è costruito dal suo sistema recettivo, quello che gli consente di
percepire gli stimoli che gli provengono dal suo ambiente, e dal suo sistema
reattivo, quello che gli permette di reagire a tali stimoli. Questi due
sistemi, che sono profondamente interrelati, formano quello che Uexkull
chiama il circolo funzionale. La realtà, ovvero il mondo
abitato da una specie, è costituita solo da ciò che entra
in questo circolo funzionale. Ciò che non entra in questo circolo
funzionale semplicemente non esiste.
Per i membri di una specie priva di organi della
visione, la luce non esiste, e quindi non appartiene al mondo di quella
specie che ne ignora completamente l’esistenza, mentre ad esso possono
appartenere fenomeni e realtà fisiche che per altre specie non esistono.
Questi dati aiutano a capire come il mondo vivente
non sia un mondo unitario, ma bensì un insieme di mondi distinti
che in alcuni casi hanno una parte in comune, delle intersezioni che consentono
la relazione o comunicazione tra differenti specie. La comunicazione tra
specie differenti è possibile, infatti, solo se esistono delle intersezioni,
delle parti in comune tra i singoli mondi delle specie.
Due specie senza intersezioni tra i loro mondi
non solo non potrebbero comunicare tra di loro, ma addirittura l’una non
esisterebbe per l’altra e viceversa, essendo reciprocamente invisibili.
L’uomo si differenzia dalle altre specie viventi
perché, oltre a possedere sistemi recettivi e reattivi molto più
ampi, ha un elemento che rende unico il suo circolo funzionale e quindi
il suo mondo: il sistema simbolico.(4)
Questo sistema, che è inserito tra quello
recettivo e quello reattivo, è costituito dalla cultura e, in particolare,
dal linguaggio simbolico che la articola e costituisce.
L’uomo tra lo stimolo e la reazione ad esso,
salvo casi limitati, compie delle elaborazioni di tipo simbolico, ovvero
interpreta lo stimolo e sceglie la risposta più adeguata ad esso,
attraverso gli strumenti che gli offrono la sua cultura sociale e la sua
esperienza personale, così come è stata rielaborata a livello
simbolico.
È questo il motivo per cui a volte stimoli
apparentemente deboli e insignificanti producono nell’uomo reazioni molto
forti, non giustificate da un’analisi biologica della relazione
stimolo- risposta.
Basta pensare, ad esempio, che in alcune culture
sociali un sorriso o uno sguardo ad una donna possono provocare reazioni
violente o compromettere chi lo fa, mentre in altre culture la stessa azione
non provoca alcuna reazione particolare.
Si può affermare che nella maggioranza
dei casi l’uomo reagisce non tanto allo stimolo materiale quanto all’interpretazione
simbolica che egli dà di quello stimolo.
È questa caratteristica che ha indotto
alcuni filosofi del passato ad affermare che l’uomo è decaduto dalla
sua condizione naturale.
Proprio per l’esistenza di questo sistema simbolico
il mondo dell’uomo non è un mondo materiale ma un mondo culturale,
in cui, come si è detto, la stessa realtà fisica, di cui
non si vuole certo negare l’esistenza e l’importanza, è sottoposta
ad una elaborazione di tipo simbolico.
Il fatto che l’uomo abiti un mondo culturale
di tipo simbolico rende conto delle differenze, al di là di quelle
genetiche, che esistono tra le persone e tra i gruppi umani dotati di differenti
culture sociali. Infatti persone che abitano culture sociali differenti
e che utilizzano linguaggi diversi, di fatto, abitano mondi differenti.
Allo stesso modo persone che vivono esperienze diverse, che apprendono
ed elaborano linguaggi differenti per qualità, estensione e sfere
di significato, acquisiscono modi diversi di dare senso alla esistenza
e, di fatto, abitano mondi parzialmente differenti.
La creazione di questi mondi, sociali e individuali,
avviene sin dai primi anni di vita, in quanto il bambino già nel
periodo in cui completa il suo organismo attraverso la crescita incorpora
gli elementi simbolici che costituiranno il suo mondo.
La possibilità, e quindi la necessità,
dell’uomo di elaborare un sistema simbolico in grado di costituire il momento
centrale del suo circolo funzionale, è dovuta al fatto che
quando egli nasce non è un essere completo, in quanto il suo patrimonio
genetico gli offre le possibilità di agire ma non i modi di agire,
che dovrà apprendere sia durante le fasi del suo sviluppo che, anche
se in misura minore, nell’intero corso della sua esistenza.
L’uomo come essere progettuale
Nietzsche definì l’uomo come l’animale
non definito.
Con questa definizione egli sottolineava, tra
l’altro, il fatto già segnalato che l’uomo al momento della nascita
è un essere incompiuto che si completa nel corso della sua vita
individuale e sociale.
L’uomo non è determinato infatti da un
codice genetico o da costrizioni ambientali assolutamente vincolanti, come
accade per gli animali, ragion per cui al momento della nascita ha di fronte
a sé una molteplicità di possibilità di essere.
Questo significa che ogni individuo diviene ciò
che è in seguito alla intersezione di più fattori: il suo
progetto personale, la cultura sociale, le condizioni dell’ambiente sociale
e naturale in cui vive, i processi educativi di cui è protagonista
e, naturalmente, il suo patrimonio genetico.
Tra tutti questi fattori la progettualità
gioca un ruolo importante – a patto naturalmente che la persona abbia sviluppato
un adeguato livello di coscienza – e nella persona matura essa è
l’asse attorno a cui si strutturano le influenze di tutti gli altri fattori.
A questo proposito è interessante notare
quanto afferma Gehlen:
«L’uomo è un animale non ancora
costituito una volta per tutte. Egli è anche un essere che ritrova
in sé il compito, e proprio per questo ha bisogno di una interpretazione
di se stesso, la quale interpretazione è sempre aperta (...). L’uomo
non è costituito una volta per tutte significa: egli dispone delle
sue proprie predisposizioni e dati per esistere, egli assume un comportamento
nei suoi propri confronti per necessità vitale, come nessun altro
animale fa; egli non tanto vive, quanto, come è mia abitudine dire,
dirige la propria vita».(5)
È chiaro che nei primi anni della sua
vita l’essere umano ha un ruolo maggiormente passivo in ordine alla progettualità,
se non in riferimento alle specifiche caratteristiche e condizioni della
sua personalità organica e psichica che lo spingono ad agire in
un dato modo, ma man mano che cresce egli diventa sempre più protagonista
della progettazione e della realizzazione della sua vita.
Nei primi anni di vita i genitori e gli educatori
in genere gli proporranno un progetto elaborato da loro, che spesso non
è altro che il progetto che la cultura sociale elabora per i suoi
membri a seconda del loro status socioculturale, ma man mano che il bambino
cresce questi assumerà un ruolo sempre maggiore nella sua autocostruzione.
Affermare che la progettualità gioca un
ruolo fondamentale nella realizzazione dell’essere umano significa anche
dire che questi è un essere aperto, a differenza delle altre specie
viventi che hanno invece un ambiente saldamente strutturato dalla loro
organizzazione istintuale. Questa apertura verso il mondo che caratterizza
la specie umana è sottolineata anche dal fatto che nell’uomo il
periodo fetale si prolunga di almeno un anno dopo la nascita. Ciò
vuol dire che vi sono dei processi essenziali di sviluppo dell’organismo
che avvengono dopo che il bambino si è già separato dal grembo
materno e mentre è già in interazione con l’ambiente naturale
e sociale.
Negli altri mammiferi, analoghi processi di sviluppo
avvengono esclusivamente nel corpo materno. Questo significa che l’interazione
con gli altri esseri umani si intreccia nell’uomo con la sua stessa formazione
organica e, in qualche modo, non può non influenzarla.
Questa considerazione è quella che fa
affermare ad alcuni studiosi che «se è possibile dire che
l’uomo ha una sua natura, ha più significato dire che l’uomo costituisce
la propria natura o, più semplicemente, che l’uomo produce se stesso»(6).
La progettualità nell’uomo riguarda sia
la sua formazione come persona sia la costruzione della realtà,
ovvero del mondo che abita. Infatti egli producendo se stesso incorpora
la cultura, i linguaggi e tutti i sistemi simbolici che mediano il suo
rapporto con la realtà.
La pluralità delle culture e delle lingue come accesso al mondo «reale»
Questa caratteristica dell’uomo che costruendo
se stesso costruisce contemporaneamente il proprio mondo, potrebbe avere
come conseguenza quella della non esistenza, o perlomeno di una relativa
inconoscibilità, della realtà esterna all’uomo.
Questo pericolo reale, tuttavia, è attenuato
dall’esistenza nel mondo di una pluralità di lingue e di culture.
Infatti l’intersezione dei mondi disegnati dalle varie lingue e culture
esistenti nel presente, o che sono esistite nel passato, rende possibile
l’individuazione di un mondo comune, che può essere assunto come
la traccia più fedele e oggettiva del mondo reale in cui abita l’uomo.
Si realizza nella condizione umana il paradosso per cui la realtà
della propria visione del mondo è garantita solo dall’esistenza
di una pluralità di visioni del mondo.
Il grande semiologo Jurij Michajlovic Lotman
a questo proposito rilevava «l’ineluttabilità del fatto
che lo spazio della realtà non possa essere abbracciato da nessuna
lingua separatamente ma solo dal loro insieme. L’idea della possibilità
di un solo linguaggio ideale come meccanismo ottimale per l’espressione
della realtà è un’illusione. Una minima struttura funzionante
è costituita dalla presenza di due lingue e della loro incapacità,
ognuna indipendentemente dall’altra, di abbracciare il mondo esterno. Tale
incapacità non è una mancanza, ma condizione di esistenza,
dato che proprio essa detta la necessità dell’altro (di un’altra
persona, di un’altra lingua, di un’altra cultura)».(7)
La convinzione della necessità di una
pluralità di lingue e di culture per la descrizione e la comprensione
del mondo fa ribaltare a Lotman il mito della Torre di Babele: «La
situazione di pluralità delle lingue è originaria, primaria,
ma più tardi, sulla sua base, si crea l’aspirazione ad un unico
linguaggio universale (a un’unica verità finale)»(8).
L’altro dall’origine della storia umana costituisce
il fondamento della possibilità dell’uomo di entrare in rapporto
con la realtà esterna e interna.
Questa considerazione introduce al secondo punto
della mappa: quello della relazionalità.
La relazionalità e la solitudine del vivente
Come si è visto, la concezione della persona
come essere progettuale poggia sul riconoscimento della relazionalità
come processo su cui si fonda la sua autocostruzione. Infatti è
attraverso le relazioni con le persone, con le istituzioni, con la cultura
e la natura che ogni individuo umano disegna i suoi confini individuali
e sociali, si autocomprende e comprende, dandogli una forma intelligibile,
il mondo che abita.
La relazione è intesa naturalmente come
quella forma di comunicazione complessa in cui si intrecciano in modo inestricabile
significati, sentimenti ed emozioni, e in cui in molti casi, simultaneamente,
si dispiegano linguaggi differenti, a volte convergenti e a volte divergenti.
La relazione richiede l’esistenza di un oggetto esterno a chi la vive e
la capacità di creare tra i mondi abitati dall’oggetto e dal soggetto
un mondo almeno parzialmente comune.
Senza l’esistenza di questo mondo comune non
solo non esiste relazione, ma, più radicalmente, per il soggetto
l’oggetto non esiste.
Per motivi analitici la complessità della
relazione viene solitamente scomposta, semplificandola, in due dimensioni:
quella relazionale o metacomunicativa e quella del contenuto.
La prima dimensione, quella relazionale, solitamente
viene riferita agli aspetti emozionali ed affettivi della comunicazione,
o comunque all’insieme dei linguaggi non verbali utilizzati all’interno
della relazione; mentre la seconda, quella del contenuto, viene ristretta
al significato letterale che è espresso nella stessa comunicazione.
La miscela dei due aspetti della relazione varia
normalmente a seconda del livello di prossimità delle persone in
relazione o del medium utilizzato.
Infatti, in una comunicazione «faccia a
faccia» è prevalente l’aspetto relazionale rispetto a quello
del contenuto, mentre in una comunicazione «epistolare» prevale
nettamente il contenuto. In una comunicazione televisiva vi è una
maggior presenza della dimensione relazionale rispetto ad una comunicazione
radiofonica o telefonica, che comunque posseggono questa dimensione in
misura superiore a quella posseduta dalla comunicazione scritta. Questo
significa che il sistema relazionale in cui sono immerse le persone può
essere considerato come una serie di anelli concentrici, che vanno da quelli
interni di una comunicazione segnata fortemente dalla dimensione dell’esperire
esistenziale soggettivo, a quelli più esterni segnati maggiormente
dalla dimensione razionale e dialettica.
Ogni persona nella sua vita quotidiana gioca
la sua relazionalità contemporaneamente a più livelli: basti
pensare alla persona che chiacchiera con un familiare mentre sta guardando
il telegiornale o ascoltando la radio.
Questa trama complessa di relazioni di qualità
simboliche ed esistenziali differenti è, di fatto, l’ordito sul
quale il telaio della mente delle persone costruisce il mondo.
Questo mondo è sempre e comunque in bilico
tra oggettività e soggettività, tra solitudine e compagnia.
L’elemento che è in grado di spostare
questo mondo dalla soggettività solitaria all’oggettività
della compagnia è l’esperienza dell’alterità, ovvero l’esperienza
dell’ascolto e della condivisione dell’Altro.
L’alterità, quindi, come movimento attraverso
il quale la persona può sfuggire all’implosione verso quella forma
di soggettività distruttiva che è il narcisismo o semplicemente
l’egocentrismo, ed aprirsi a quella soggettività, specchiata dalle
soggettività altre, che è alla base sia della costruzione
di un sé maturo che della capacità di una efficace partecipazione
solidale alla vita sociale.
Tuttavia la relazionalità non si esaurisce
nel rapporto della persona con l’Altro, perché essa richiede – per
essere produttiva ai fini della crescita dell’individuo – anche la dimensione
della comunicazione intrapersonale.
In altre parole, richiede alla persona la capacità
di accettare, anzi di coltivare, l’esistenza in essa di un nucleo personale
che non può essere in alcun modo condiviso, salvo la perdita di
se stessi. C’è un principio della mistica mussulmana che dice che
l’uomo vero, autentico è quello la cui parte più intima è
inaccessibile agli altri.
Tra l’altro chi sa veramente entrare in relazione
con l’altro è colui che sa vivere questa irrinunciabile solitudine.
La relazionalità è per questo motivo
uno dei concetti chiave della teoria e del metodo, ovvero della pratica
dell’animazione.
La cultura e le culture
La cultura, nell’accezione che è stata
introdotta nelle riflessioni immediatamente precedenti, non appare come
un insieme complesso ma statico di «conoscenza, credenze, arte, morale,
diritto, costume e di qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita
dall’uomo come membro di una società» (E.B. Taylor), ma bensì
come un complesso di regole e di modelli interiorizzato dai membri di una
data società che consente ad essi di produrre quei comportamenti
e di manifestare quei valori, quelle credenze e quello stile di vita, che
li fanno riconoscere, appunto, come membri di quella data società.
In questo senso la cultura è un insieme
di modelli e di regole del tipo di quelli che sono alla base della competenza
linguistica, e quindi appare come un programma in grado di produrre gli
elementi che la costituiscono.
Questa concezione della cultura consente di vederla
come un vero e proprio sistema vivente che segue un suo ciclo vitale: nascita,
evoluzione/maturazione, decadimento e morte. Ma non solo. In quanto sistema
vivente una cultura può ammalarsi e impazzire o regredire invece
di evolvere.
Questo significa che una cultura non necessariamente
ha sempre uno sviluppo positivo e che, comunque, essa non può durare
in eterno: essa quindi ha un limite invalicabile alla sua esistenza, costituito
dalla qualità e dalla natura del proprio ciclo vitale.
Il fatto che la cultura sia pensabile come un
sistema vivente, quindi come un qualcosa di unitario, non deve però
indurre a pensare che essa sia priva di conflitti, di contrasti e di tensioni,
e che non possano dunque esistere in essa dei sottosistemi (subculture)
differenti. Tutt’altro; l’unitarietà di un sistema culturale indica
solo che al suo interno le tensioni e i conflitti possono essere risolti
e superati o, perlomeno, permanere senza produrre effetti disastrosi per
lo stesso sistema culturale(9).
Una delle caratteristiche della cultura della
complessità sociale è costituita, come si è visto,
dall’esistenza al suo interno di una grande varietà di subculture,
spesso antagoniste e in conflitto.
Non solo i fenomeni della globalizzazione, ma
soprattutto delle migrazioni, pongono le culture di alcuni paesi, tra cui
l’Italia, in un rapporto diretto con altre culture.
Questo fatto, invece di essere visto come una
situazione positiva, specialmente se si tiene in considerazione quanto
detto circa la necessità della pluralità delle culture per
la comprensione della realtà, è spesso letto invece in modo
negativo, e produce atteggiamenti difensivi di negazione dell’altro.
Compito dell’animazione è di rendere l’occasione,
sia del pluralismo culturale che della complessità sociale, feconda
per una comprensione più ricca del mondo.
Questo può avvenire attraverso il recupero
del dialogo, inteso come forma che consente la comunicazione nel rispetto
della diversità dei comunicanti.
Il dialogo tra le culture può avvenire
solo se si fonda sulla reciprocità, sullo sforzo di conoscenza dell’altro,
sul riconoscimento della relatività e incompletezza della propria
cultura, sulla condivisione di esperienze comuni con l’altro rispettando
però il diverso modo di dare senso alle stesse esperienze, sul rispetto
dei ritmi e delle modalità di comunicazione e di espressione dell’altro.
Comunità locale e protezione sociale: la riscoperta di un ruolo
In questi ultimi anni si sta assistendo ad una
riscoperta del valore della comunità locale sia nell’organizzazione
della complessità dei sistemi sociali, sia nella rivitalizzazione
dei processi formativi e di socializzazione che consentono alle persone
una crescita più piena e una partecipazione più attiva e
solidale alla vita sociale.
La spinta a questa riscoperta è il prodotto
di un insieme complesso di fattori.
Il primo fattore è indubbiamente quello
costituito dalla crisi di governabilità dei sistemi sociali complessi,
connessa anche alla difficoltà di transazione delle persone dall’orizzonte
soggettivo del loro personale mondo vitale all’orizzonte oggettivo del
sistema sociale.
I sistemi sociali vivono oggi una profonda crisi
di governabilità prodotta sia dall’impossibilità di stabilire
delle gerarchie di valori e di bisogni, sia dalla difficoltà delle
persone di uscire dall’orizzonte soggettivo dei propri bisogni e desideri,
o di quelle con cui condividono lo spazio più ristretto di vita,
e di rileggerli alla luce dei bisogni e dei desideri delle persone che
abitano la più ampia realtà del sistema sociale.
La comunità locale può essere il
luogo dove le gerarchie dei bisogni e dei valori possono essere stabilite
e dove può avvenire la mediazione tra sistema sociale e soggetto.
Da questo punto di vista la comunità locale
può effettivamente svolgere la funzione di luogo di produzione di
un senso perché è il primo luogo in cui si può scoprire,
attraverso il gioco delle differenze intersoggettive, che la realtà
ha un volto diverso da quello descritto dal proprio linguaggio e dalla
propria cultura.
Il secondo fattore è dato dal peso dell’isolamento
relazionale che è prodotto dalla trasformazione delle realtà
territoriali di vita in nonluoghi.
Per superare i nonluoghi è necessaria
un’azione che riproduca un sistema relazionale primario tra le persone
che abitano in un dato luogo, che le aiuti a elaborare un’appartenenza
di tipo identitario con lo stesso luogo e che le faccia sentire protagoniste
della storia che in quel luogo si scrive, è stata scritta e si scriverà.
In altre parole, è necessario che il luogo
divenga comunità, ovvero un gruppo sociale collocato in una particolare
dimensione antropizzata dello spazio-tempo, al cui interno vi è
una comunicazione a corto raggio ed esistono rapporti di solidarietà
reciproca.
La comunità poi è il luogo che
offre il sostegno alla scoperta dello spazio della propria soggettività
all’interno della cura per lo spazio delle altrui soggettività,
consentendo quei percorsi di ricerca di identità che la complessità
sociale sembra aver smarrito.
Per lo stesso motivo la comunità locale
è anche il luogo in cui può ripartire una nuova scoperta
della partecipazione politica come esercizio diretto della responsabilità
della propria vita e di quella delle persone con cui si condivide il cammino
esistenziale.
Un ruolo importante in questo è costituito
dalla messa in valore della dimensione politica dell’associazionismo, inteso
non solo nella sua accezione tradizionale, ma in quella relativamente moderna
di luogo dell’autorganizzazione da parte dei cittadini delle risposte ai
loro bisogni e al compimento dei loro desideri.
Il terzo fattore è dato dalla crisi del
Welfare State che ha fatto emergere alla consapevolezza collettiva che
lo scandalo della povertà e del dolore, magari sotto forme nuove,
continuava a dirsi anche all’interno delle società industriali.
Per non parlare di quei milioni di uomini, che non abitano le società
industriali, per i quali lo spettro della morte per fame si accompagna
ancora a quello dell’ingiustizia.
La crisi del Welfare ha portato alla luce anche
la consapevolezza che il benessere, più o meno relativo, delle società
industriali si alimentava e si alimenta in gran parte sulla povertà
della stragrande maggioranza dell’umanità.
Molte persone hanno cioè scoperto che
il loro modello di vita, che credevano sufficientemente altruistico e solidale,
altro non era che una moderna forma di egoismo, e che forme di assistenza
che si credevano espressione della solidarietà sociale erano segnate
da una profonda carica di alienazione.
Chi ha sperimentato come protagonista o spettatore
certe forme di assistenza istituzionale, non importa se pubblica o privata,
ha potuto rendersi conto della loro carica alienante.
Nuove solitudini sono nate all’ombra della pubblica
assistenza, nuove disperazioni si sono rivelate nel tessuto disegnato dalla
solidarietà espressa attraverso una mercede economica. Il denaro,
e non c’era che da aspettarselo, ha prodotto nuovo dolore nel momento in
cui gli si è affidata al lotta al dolore.
In questa nuova coscienza sociale nata dalla
crisi del Welfare State e dall’urlo disperato dell’ingiustizia vestita
di sofferenza, hanno ripreso vigore quelle attività dettate dalla
solidarietà e sottratte alla logica dello scambio economico, che
sono etichettate in modo assai generico come volontariato. Vi è
stato, in altre parole, il tentativo di alcuni uomini di lasciarsi interpellare
dalla sofferenza umana, al di là di ogni calcolo di utilità,
e di dare ad essa una risposta di amore, di vicinanza e di speranza.
Ma non solo nella attuale vita sociale è
avvenuta la riscoperta della dimensione della vita comunitaria locale come
luogo di prevenzione e di cura all’interno della vita quotidiana delle
forme del disagio sociale e dell’emarginazione.
Su questa consapevolezza è stata sviluppata
l’ipotesi della rifondazione di un nuovo Welfare State in chiave comunitaria
o societaria, che in questi ultimi anni si sta facendo strada tra gli addetti
ai lavori e in alcune aree politiche, sulla scorta del convincimento che
un vero ed efficace sistema di protezione sociale può esistere solo
attraverso la creazione di una rete della solidarietà, in cui deve
giocare un ruolo fondamentale l’esercizio della solidarietà diretta
da parte dei cittadini, singoli e associati, all’interno dei vari luoghi
in cui si svolge la loro vita quotidiana.
In altre parole, si è scoperto che molti
servizi sociali sono di fatto dei tentativi di riparazione a dei guasti
provocati sia dalla vita economica che dai modelli di convivenza presenti
all’interno di una data realtà sociale, e quindi che è possibile
eliminare questi servizi modificando sia alcune regole dello sviluppo economico,
sia i modelli di convivenza sociale.
Si è anche scoperto che molti di questi
servizi possono essere erogati direttamente dalla famiglie, dalle associazioni
e dalla comunità locale, purché l’azione di questi soggetti
sociali sia sostenuta, almeno in parte, da opportune risorse materiali
e immateriali. Risorse comunque nettamente inferiori a quelle che lo stato
dovrebbe impiegare per gestire in proprio questi servizi.
Questo modo di concepire il welfare postula che
questa azione solidale dei cittadini debba far parte organicamente di un
sistema di servizi sociali in cui sono presenti e agiscono sia i servizi
pubblici che quelli privati, in particolare per quelle aree di intervento
più complesso che sfuggono sia alle azioni preventive che alle possibilità
e alle responsabilità concrete dei cittadini.
Questo nuovo modello di welfare postula, quindi,
l’integrazione in un’unica rete delle azioni della famiglia, del volontariato,
del privato sociale, del privato e del pubblico. Il tutto all’interno di
un sistema sociale che mette al centro, nel disegnare la propria vita e
il proprio sviluppo, non solo gli imperativi dell’economia ma anche quelli
della persona umana e, quindi, del sociale.
La centralità del sociale accanto all’economico
è l’unico modo concreto che un sistema sociale ha a disposizione
per prevenire nuove forme di povertà, di emarginazione e di devianza.
Il sistema di Welfare, secondo questo punto di
vista, tende a sviluppare sia un’azione preventiva che un’azione curativo-riabilitativa
responsabilizzando in essa direttamente i cittadini e le loro organizzazioni.
È per questo che questo nuovo Welfare
per realizzarsi richiede l’educazione delle persone ad un nuovo modo di
esercitare il loro modo di essere cittadini, e l’attribuzione alla comunità
locale di un ruolo centrale nella vita sociale.
Queste tre ragioni sostengono la convinzione
che l’ambito privilegiato dell’animazione è quello della comunità
locale o di un suo qualche sottoinsieme.
Educabilità
La caratterizzazione della persona umana come
essere progettuale indica, come si è visto, che la stessa ha come
suo compito principale quello di autocostruirsi, e che questa costruzione
può avvenire solo all’interno di quei legami solidali che formano
il Noi.
Ancora una volta compare il profondo legame che
esiste tra il soggetto e l’altro nel processo dinamico che costituisce
l’essere umano.
Ma non solo. La concezione dell’uomo come essere
progettuale consente di affermare che l’educabilità è un
aspetto qualificante della condizione umana.
I vecchi pedagogisti dell’Ottocento amavano distinguere
tra l’educazione intenzionale e quella delle circostanze, riconoscendo
che la formazione della persona avviene di fatto sia all’interno delle
attività educative in senso stretto, che sono sempre intenzionali,
sia vivendo semplicemente le varie situazioni che costituiscono la quotidianità
della stessa persona.
La moderna filosofia dell’educazione non parla
più di educazione delle circostanze, ma bensì di socializzazione.
Ora, al di la di questo, rimane il fatto che
la persona vive continuamente un processo di formazione che può
farla evolvere, ma anche ristagnare se non regredire.
Tutte le pratiche di animazione, qualunque sia
il loro approccio teorico e il loro metodo, si fondano sulla convinzione
dell’educabilità permanente delle persone. Alcuni manifestano questa
convinzione privilegiando direttamente i processi educativi, magari mascherati
da processi di sostegno dell’espressività, mentre altri privilegiando
i processi di socializzazione della vita quotidiana.
L’educabilità della persona postula poi
sempre, per la caratteristica progettuale della persona, il rifiuto del
determinismo sia biologico che ambientale, nel senso che pur riconoscendo
l’influenza di questi due ordini di fattori nel processo della formazione
umana, essi non eliminano la libertà degli individui nella scelta
dell’orientamento esistenziale della propria realizzazione personale. Il
non determinismo riguarda necessariamente anche l’azione dell’educazione.
L’educando, infatti, non è morbida creta nelle mani dell’educatore,
né il vaso che raccoglie ciò che l’educatore gli propone,
perché come già ricordava S. Tommaso d’Aquino: «Il
maestro non causa il lume intellettuale del discepolo, né direttamente
le specie intelligibili, ma con il suo insegnamento stimola il discepolo
perché, applicando le capacità del proprio intelletto, formi
i concetti dei quali, dal di fuori, offre i segni». O, prima
ancora: «Il maestro, nei riguardi del discepolo, non fa altro
che proporgli dei segni o indicargli qualcosa con parole o con gesti».
«L’insegnante esercita una funzione esteriore, come il medico che
risana; e come la natura interiore è la principale causa della guarigione,
così il lume interiore dell’intelletto è la principale causa
del sapere»(10). Con parole attuali
questo significa che il protagonista del processo educativo è sempre
l’educando, e che l’educatore quindi non è un creatore, bensì
un semplice stimolatore delle capacità progettuali attraverso l’offerta
di strumenti, metodi e informazioni che mettono in grado lo stesso educando
di strutturare e realizzare in modo più efficace il suo personale
progetto umano.
L’animazione sottolinea poi il fatto che l’azione
educativa può essere estesa alla vita quotidiana delle persone aiutandole
a dotarsi degli strumenti metodologici e concettuali che consentono loro,
da un lato, di essere critiche e selettive nei confronti delle influenze
che ricevono sia dall’ambiente che dal loro interno e, dall’altro lato,
di agire su se stesse e l’ambiente per modificarli e, quindi, per cambiare
le influenze che esercitano sul loro progetto di vita.
Questa azione del rendere la persona nello stesso
tempo protagonista attiva e spettatrice critica della scena sociale, oltre
che della sua vita interiore, è uno degli elementi forti del processo
dell’animazione sociale e comunitaria, oltre che di quella educativa.
La speranza progettuale e l’apertura al trascendente
L’animazione sin dal suo sorgere è sempre
stata fedele a quello che con una espressione di Bloch è definibile
come il «principio della speranza», in quanto ha sempre posto
nell’orizzonte del suo agire l’utopia, intesa come sogno e come scommessa
sul futuro.
Un sogno e non una fantasticheria. Il sogno è
diverso dalla fantasticheria perché esige dal sognatore la fedeltà
ad esso, e quindi spesso è in grado di cambiargli la vita.
Il sogno è sempre stato una dimensione
familiare, oltre che ai profeti, agli eroi fondatori, ai rivoluzionari
e ai santi, che da esso traevano l’orientamento e la fiducia nelle possibilità
del loro agire quotidiano.
Queste persone che hanno preso sul serio i loro
sogni sono sempre state disposte a pagare il prezzo che la fedeltà
ad essi richiedeva loro, e a impegnarsi sul serio per la loro realizzazione.
Tutto questo senza disegni prometeici, senza abbandonarsi alla fiducia
cieca negli strumenti in loro possesso, fossero essi di natura tecnica
o semplicemente ideologica, ma con l’umiltà di chi è consapevole
di possedere strumenti che nello stesso tempo sono poveri e deboli, fallibili
ma anche in grado di cambiare, magari non nel breve periodo, la storia
delle persone e del luogo a cui il sogno si applica.
Questo vuol anche dire che possedere un principio
di speranza richiede anche la consapevolezza che spesso sono i gesti poveri
della vita quotidiana quelli in grado di introdurre nella storia delle
persone un cambiamento e una redenzione della loro condizione, e questo
perché non esistono situazioni umane, individuali o sociali, che
possano essere definite come irredimibili, e perché spesso il cambiamento
non è generato dalla potenza ma dall’autenticità e dall’amore.
Ben diversa dal sogno è la fantasticheria,
che non è nient’altro che quella consolazione offerta da una fuga
dalla realtà in un mondo o in una situazione immaginaria, in cui
la persona vive in modo simulato ciò che non può vivere nella
sua vita quotidiana.
Questa fuga offre sì una consolazione,
ma rende la persona che la vive ancora più incapace di diventare
protagonista del cambiamento della realtà in cui vive.
Si potrebbe dire che il sogno sta alla fantasticheria
come l’atto d’amore aperto alla generatività sta all’onanismo solitario
e sterile.
In questa ultima affermazione è indicata
un’altra significativa qualità del sogno: quella di coinvolgere
gli altri, attraverso un legame forte di solidarietà, se non di
amore, nella sua realizzazione. La fantasticheria, al contrario, isola
la persona negli abissi della sua solitaria impotenza.
Ma perché il sogno possa dirsi compiutamente
è anche necessario che l’uomo possa comprendere la sua vita da un
punto che la oltrepassa, che supera i confini dell’utilità e della
necessità che sono prodotti dalla struttura biologica, psicologica
e sociale dell’uomo. Questo perché l’uomo non può dare senso
al proprio mondo, alla propria cultura e alla propria vita se non possiede
un punto di vista che oltrepassi il suo limite personale e quelli della
sua cultura e del suo mondo. Solo se comprende se stesso, la cultura e
il mondo attraverso le vie di una fede o di un pensiero trascendente, l’uomo
può formulare un giudizio sulla verità e sulla coerenza della
propria vita e della cultura che la disegna.
Senza il respiro della trascendenza l’uomo è
chiuso in un mondo in cui tutto può essere vero e tutto può
essere falso, tutto può essere espresso e tutto può restare
inespresso, ma nulla ha valore in sé, nulla ha un significato tale
da consentirgli di porsi come riferimento etico per una scelta esistenziale
orientata verso un obiettivo che sia oltre la frontiera dell’utilità.
L’animazione senza il grido, l’invocazione alla
trascendenza, rischia anch’essa di perdersi nel rumore delle cose che non
sono, delle mode, o financo della violenza, di una ragione o scienza che
in nome del potere distrugge la vita. Animare, dare la vita, è un
dono che realizza se stesso in quanto si pone come dono di una realtà
e di un amore che sono prima e dopo l’uomo e il suo mondo.
Attraverso l’apertura alla trascendenza l’animazione
vuole dire al giovane che la speranza non è un’illusione, ma l’unica
vera realtà che si svela nella sua pienezza solo dopo che nella
fatica del quotidiano si è stati redenti redimendo il mondo.
LA RISPOSTA ALLE SFIDE DELL’ANIMAZIONE CULTURALE
A fronte delle sfide prima elencate e della necessità della fedeltà alla concezione antropologica appena descritta, è possibile oggi fare animazione culturale? Sia chiaro che l’animazione culturale non è tutta l’animazione, ma la scelta di un modello di animazione, di un possibile modo tra i tanti di fare animazione. Ci sono però alcuni obiettivi che tutti i modelli di animazione almeno parzialmente, se non in toto, devono perseguire e che qui di seguito vengono elencati.
Il sostegno alla conquista dell’identità personale
Anche all’interno delle molteplicità egoiche,
come le definiscono gli psicologi e dove una persona non ha più
una identità monolitica ma poliedrica, l’aiuto ai ragazzi, agli
adolescenti e ai giovani a rispondere alla domanda: «Chi sono io?
Qual è la storia che abito? Qual è il mondo che abito?»,
rimane un obiettivo fondamentale dell’animazione.
Al di là dei vari paradigmi della complessità
sociale, la necessità di riconoscere e di sviluppare la propria
identità rimane un compito educativo importante.
Così come è importante sostenere
nel giovane la percezione e la conquista del proprio nome.
Forse mai come in questa epoca vi è tra
i giovani la sete di conoscere il proprio nome.
La via per comprendere la relazione tra identità
e nome può essere aperta da una definizione del Rosmini secondo
cui: «Identità è ciò che si conosce con un solo
concetto». Questa definizione va oltre quelle normali che caratterizzano
l’identità, e di cui il Tommaseo offre un sapiente esempio: «Condizione
dell’oggetto che è, o si riconosce essere, il medesimo. Il rimanere
nel medesimo stato», e che riguardano l’uguaglianza dell’oggetto
con se stesso.
La definizione del Rosmini va oltre perché
pone come caratteristica peculiare del concetto di identità quell’unità
profonda dotata di significato che la rende esprimibile con un unico concetto.
Trasferendo questa definizione dal piano linguistico a quello del processo
attraverso cui l’essere umano conquista il proprio modo personale, unico
e irripetibile, di essere uomo nell’orizzonte del mondo, si può
dire che essa permette di cogliere come l’identità umana non possa
essere racchiusa solo nella capacità dell’individuo di riconoscersi
come persona autonoma, radicalmente diversa e separata e nello stesso tempo
dipendente, irrimediabilmente simile e unita agli altri uomini e alla natura
che abita.
Questa capacità umana, che è uno
dei doni della coscienza, è una condizione necessaria dell’identità;
tuttavia essa non è da sola sufficiente. Infatti è necessario,
affinché esista identità, che lo specifico della persona
che la rende uguale e diversa dalle altre persone si esprima in un nome.
Questo nome, che non può pretendere di esprimere e descrivere la
complessità della persona, deve però essere in grado di evocarne
l’unità profonda e il senso globale che questa unità esprime.
Una persona divisa, frammentata e incoerente,
che non riesce a trovare un centro in cui far gravitare la fatica e il
senso dei suoi giorni, delle sue ore e dei suoi attimi, non conosce il
proprio nome, ma solo quello della sofferenza o dell’ottundimento, molto
spesso piacevole, che accompagna la sua avventura nello spazio-tempo che
ha come confine il mistero. Aiutare un giovane a costruire la propria identità
personale significa perciò aiutarlo non solo a differenziarsi, a
costruire il proprio Io, ma anche a scoprire il suo nome segreto che è
alle porte del senso unico e irripetibile della sua vita.
Il sostegno alla conquista del Noi
C’è oggi una inflazione delle concezioni
educative che riducono tutti i problemi alla relazionalità.
Un testo recente afferma che il 95% delle relazioni
interpersonali è metacomunicazione, emozione, affettività,
e così via. E solo il 5% è contenuto.
Allora non ci si stupisce più del fatto
che in molte esperienze formative si faccia riferimento quasi esclusivamente
alla dimensione emozionale, e che l’esperienza del significato, della verità,
della bellezza estetica sia ridotta a qualcosa di marginale.
È necessario, invece, riconoscere che
il noi non è solo un fatto relazionale, in quanto è anche
condivisione, un «dividere con», di scopi e di obiettivi fondati
su di un sapere comune, su strumenti e mezzi comuni, che va al di là
della dimensione relazionale. Una esperienza di chiesa fatta solo sulle
relazioni è chiesa? Od occorre qualcosa d’altro?
Questo qualcosa d’altro è dato sia dalla
condivisione di significati comuni sia dalla capacità di confronto
con significati diversi all’interno, naturalmente, di relazioni emotivamente
positive. La costruzione di questa solidarietà, di questi legami
più profondi, sia a livello di significato che emotivo, rimane un
obiettivo centrale dell’animazione. La costruzione di questa solidarietà
che tesse il Noi passa anche attraverso la ricostruzione dei «luoghi»
intesi come spazi in cui particolari relazioni sono orientate da un patto
intorno ai valori, alla costruzione di una storia e alla creazione di spazi
in cui ognuno possa esprimere la propria differenza all’interno di un modo
comune di produrre significato.
L’apertura al trascendente
Il riconoscimento della costitutività nella
definizione dell’uomo dell’apertura al trascendente impone come diretta
conseguenza che l’animazione deve essere anche uno stimolo all’apertura
dei giovani al trascendente.
E questo al di là del fatto che l’animazione
avvenga in ambito religioso. Perché il trascendente è quel
luogo dove è possibile ricomporre i frammenti, in cui cercare il
senso unitario del proprio agire.
È chiaro che accanto al trascendente religioso
ve ne è uno di tipo laico, che può esprimersi a livello filosofico,
politico, estetico, ecc.
IL METODO
Accanto alla conferma di questi obiettivi che per l’animazione culturale si possono considerare tradizionali, per quanto riguarda il metodo è necessario introdurre alcune innovazioni.
Alcune «novità»
La bassa soglia
Riconoscere la bassa soglia nell’animazione significa
riconoscere l’educabilità a partire dal frammento, significa cioè
pensare che il frammento è un luogo di educazione dell’intera persona,
che l’esperienza che la persona compie nel frammento può avere effetti
su tutta la sua vita, anche se si tratta di una esperienza debole e marginale.
Ma questo richiede che si assuma nel metodo dell’animazione
la finitudine e la debolezza accanto al riconoscimento dei limiti delle
situazioni.
Riconoscere la bassa soglia vuol anche dire però
creare dei luoghi educativi che consentano il transito dalla bassa all’alta
soglia. La difficoltà di appartenenza del giovane non significa
che non gli si debbano offrire luoghi in cui poter incontrare l’alta soglia
dell’appartenenza forte.
Il vecchio oratorio era un luogo che era sia
a bassa che ad alta soglia. Infatti nell’oratorio non c’erano filtri di
ingresso particolari, bastava che uno non bestemmiasse, che non utilizzasse
espressioni verbali e fisiche violente, che non fregasse i soldi dalle
tasche dei cappotti.
Insomma c’erano due o tre regole di base rispettando
le quali ognuno nell’oratorio poteva giocare a pallone, a calcio-balilla
e partecipare alle varie attività.
Questa era la soglia minima: chiunque ci poteva
andare, magari anche se non andava a messa.
Questo modo di appartenenza all’oratorio era
indubbiamente di bassa soglia. Accanto a questa appartenenza, nello stesso
luogo ve n’era un’altra che offriva la possibilità di fare un cammino
più impegnativo, attraverso l’associazionismo e la formazione religiosa
che richiedeva un livello più alto, addirittura vocazionale in alcuni
luoghi.
Nell’oratorio c’era, quindi, la possibilità
di avere diverse soglie di appartenenza.
Questo non significa riproporre il vecchio oratorio,
ma solo far riflettere sulla necessità di strutturare interventi
che, pur operando nell’identico spazio, offrano la possibilità di
percorsi diversi, e che questi percorsi non siano tra loro impermeabili
ma che consentano di passare dall’uno all’altro in ogni momento.
Questa logica è l’unica che consente di
affrontare un metodo che eviti di ridurre l’animazione alla riduzione del
danno, ovvero ad un puro e semplice servizio allo status quo.
Questo «sistema integrato delle soglie»
è la risposta più efficace che l’animazione può offrire
alla sfida della «bassa soglia».
Il patto o la rete educativa
Il secondo elemento di innovazione del metodo
emerso nel seminario è quello del «patto». È
cioè importante che chi fa animazione sia consapevole che il suo
è un intervento limitato e parziale, che non è assolutamente
in grado di dare una risposta all’insieme dei problemi educativi ed esistenziali
che i giovani con cui opera vivono, e che se vuole veramente educare deve
allearsi con altri operatori ed agenzie educative. In altre parole è
necessario che egli operi per costruire un rete educativa integrata. Questo
non significa che tutti debbano educare nello stesso modo, con gli stessi
metodi e gli stessi obiettivi, ma solo che debbono condividere alcune finalità
e riconoscere la necessità del sostenersi reciprocamente.
D’altronde il lavoro di rete viene solitamente
descritto come un approccio integrato, complesso o sistemico di lavoro
sociale; volendolo invece definire per ciò che non è, si
potrebbe caratterizzarlo principalmente come approccio non deterministico
(o non unilineare).
Per approccio deterministico si intende l’idea
forte che dato un problema vi siano una causa e una soluzione.
L’approccio di rete richiede invece a chi opera
nell’animazione un cambiamento del suo atteggiamento.
Infatti è necessario per prima cosa che
egli sia disponibile ad accettare la parzialità e, quindi, i limiti
del suo intervento. Questo significa la capacità di individuare
tutte le risorse che, rispetto ai fini dell’animazione, sono presenti in
un dato tempo e luogo sociale e di attivarle o, più semplicemente,
di collegarsi con esse. Se né l’attivazione sinergica né
il collegamento sono possibili, occorre perlomeno tenere conto della presenza
e dell’azione che queste altre risorse educative, socializzanti ed inculturanti
esercitano sui giovani con i quali si opera.
Per seconda cosa è necessario che i giovani,
che sono i soggetti del processo educativo dell’animazione, non siano considerati
come passivi contenitori da riempire di aiuti e sostegni, come semplici
utilizzatori e destinatari delle attività educative, ma come i veri
protagonisti e gli artefici del cambiamento, in quanto essi non sono solo
portatori di bisogni ma anche di desideri, di volontà, di capacità
e di progetti che costituiscono la risorsa necessaria di ogni processo
educativo.
Pensare in questi termini ai giovani richiede
anche, nella logica della rete, che si pensi ai legami sociali, alle appartenenze,
al contesto culturale e sociale di provenienza di questi stessi giovani.
Per terza cosa l’approccio del lavoro di rete
richiede a chi anima la rinuncia alla fede nel tecnicismo, ovvero la rinuncia
alla fantasia, certamente assai rassicurante, che esistano delle tecniche
e degli strumenti adeguati per ogni genere di problema educativo.
Per quarta cosa, anche se questo può sembrare
paradossale, è necessario che chi anima sia consapevole del fatto
che le reti non si costruiscono. L’idea di mettere in rete delle organizzazioni
o dei gruppi o delle persone sulla base di un disegno più o meno
astratto nasconde un delirio della volontà di potenza sotto le spoglie
della tecnica del lavoro di rete. L’unica cosa infatti che possono fare
gli animatori è quella di riconoscere le reti e i legami esistenti,
prescindendo dai propri desideri di potenza che portano a ricercare di
essere al centro della rete in qualità di creatori, di attivatori
e di propulsori della stessa.
La cosa che è invece possibile e che chi
anima può quindi fare per creare la rete laddove non esiste, è
quella di promuovere i processi che tendono a favorire la comunicazione
tra le agenzie educative che sono portatrici delle risorse necessarie al
raggiungimento degli obiettivi dell’animazione.
Animare in rete vuol dire, infatti, rapportarsi
alle altre agenzie educative, socializzanti e inculturanti, senza perdere
la propria identità, senza confondersi con esse, ma nello stesso
tempo elaborare un senso di appartenenza ad un progetto comune.
L’animazione dei giovani può essere un
progetto comune in cui diverse organizzazioni vi si riconoscono parzialmente
pur mantenendo le proprie specifiche differenze.
Occorre però ribadire, a scanso di equivoci,
che la responsabilità prima del processo di animazione deve rimanere,
saldamente, nelle mani dell’animatore.
Il ruolo dell’adulto
Oltre a questi due aspetti del metodo è
emerso nel seminario dello scorso anno, anche se con una minore intensità,
quello relativo al ruolo dell’adulto che veniva spesso qualificato con
la parola «responsabilità». E questo non a caso, essendo
«responsabilità» un termine tipico dell’essere adulto.
Il problema è che in studi recenti si evidenzia la tendenza al manifestarsi
nella vita sociale attuale di bambini maturi e di adulti infantili. Di
adulti cioè che non sanno più assumersi la responsabilità
sia verso se stessi che gli altri.
Nella prima metà del Novecento l’infanzia
era considerata il periodo dell’innocenza, per cui doveva essere protetta
dalle realtà sgradevoli della vita. I discorsi sulla morte, sul
sesso e sui problemi economici, ad esempio, non venivano fatti di fronte
ai bambini.
La diversità dell’infanzia era segnalata
anche dal fatto che i bambini vestivano in modo diverso dagli adulti e
che utilizzavano un linguaggio particolare. È chiaro che la segregazione
delle età favoriva questa situazione.
Negli ultimi cinquant’anni, invece, l’immagine
e il ruolo dei bambini ha subito un significativo cambiamento in conseguenza
del quale l’infanzia intesa come periodo protetto della vita è quasi
scomparsa. I bambini, infatti, sembrano oggi meno infantili tanto rispetto
al modo di vestire quanto al linguaggio e al modo di comportarsi.
Parallelamente molti di coloro che sono diventati
adulti in questi ultimi trent’anni parlano, si comportano e si vestono
come bambini non cresciuti.
È normale oggi vedere adulti con scarpe
da tennis, jeans e T-shirt magari con l’immagine di Topolino o Paperino,
magari accanto a bambini vestiti con capi firmati.
Attraverso quello che spesso viene definito un
comportamento informale gli adulti continuano a utilizzare una gestualità
tipica della fanciullezza.
Per quanto riguarda il linguaggio, non vi è
solo la constatazione della presenza di un linguaggio adulto più
infantile e di un linguaggio infantile più adulto, perché
vi è anche la perdita di responsabilità nell’uso del linguaggio
di molti adulti nei confronti dei bambini.
Non è più oramai raro trovare adulti
che parlano in modo gergale e dicendo parolacce di fronte ai bambini.
In questa babele delle età il bambino
viene sempre più trattato come un piccolo adulto e vengono di conseguenza
eliminate le protezioni che lo separavano dalla ruvidezza della vita.
Il risultato è quella di una emancipazione
sempre più precoce, laddove esistono le condizioni socioeconomiche
che lo consentono: in più di venti stati degli U.S.A. è consentito
ai minorenni di emanciparsi dai genitori e vivere separati. Questo comporta
anche l’assunzione in età sempre più precoci di comportamenti,
come quelli sessuali, che erano riservati ad età più tarde.
Una deriva preoccupante è l’abbassamento dell’età dei comportamenti
criminali anche molto gravi, come confermano quotidianamente e drammaticamente
le cronache. Nello stesso periodo di tempo gli adulti sono stati protagonisti
di comportamenti complementari.
I comportamenti degli adulti appartenenti a quella
generazione che è stata chiamata «generazione dell’Io»
sono sempre più caratterizzati da una minore disponibilità
verso i figli e le nuove generazioni in particolare.
La voglia dei genitori di sacrificarsi per i
figli è in netto calo, così come quella di progettare il
proprio futuro tenendo conto delle esigenze e delle aspirazioni dei figli.
Sembra essere comparsa negli adulti una deriva
dell’egocentrismo infantile sotto forma di una sorta di egoismo generazionale.
Questa trasformazione del rapporto tra le età
si inserisce nell’attuale cultura sociale in cui predomina il rifiuto di
pensare ai giovani in termini di investimento verso il futuro, visto che
ciò implica il compiere sacrifici e l’assunzione di responsabilità,
che come si è visto, gli adulti non sono disponibili a compiere,
essendo il loro orientamento esistenziale centrato sulla ricerca del proprio
personale benessere e della propria autorealizzazione.
Questo implica che oggi è necessario per
l’animazione l’azione di rieducare gli adulti alla assunzione della responsabilità
connessa alla propria condizione. Diventare adulti esige, infatti, l’assunzione
di responsabilità verso le nuove generazioni.
Tutto questo indica perciò il pensare
a progetti di animazione che richiedano agli adulti una loro concreta assunzione
di responsabilità verso le nuove generazioni.
Un progetto di animazione di questo tipo, di
fatto, persegue due obiettivi, perché è finalizzato all’educazione
tanto ai giovani quanto agli adulti
Questo significa anche che è giunto il
momento di superare quella sorta di educazione segmentata in cui i giovani
si prendono cura dei giovani, gli adulti di se stessi e in cui, di conseguenza,
non c’è comunicazione intergenerazionale.
Gli adulti debbono riprendere la propria responsabilità
educativa se non vogliono permanere in una illusoria e patologica adolescenza.
L’animazione deve per questo motivo inserire l’assunzione di responsabilità
degli adulti nel proprio metodo.
La multimedialità
Come è stato spesso ricordato più
volte nel seminario, il metodo dell’animazione per essere efficace nell’attuale
contesto culturale e giovanile deve sviluppare un approccio comunicativo
multimediale.
L’animazione deve infatti aiutare i giovani ad
integrare in un sistema unitario i vari linguaggi che utilizzano nella
loro vita quotidiana. Questa integrazione però può avvenire
solo intorno a due poli. L’uno che è costituito dall’acquisizione
della competenza nell’uso dei vari linguaggi; l’altro dallo sviluppo della
competenza a metacomunicare su tutti questi linguaggi attraverso la lingua.
Questa seconda competenza nasce dalla constatazione
che, affinché il sistema multimediale abbia un senso, chi lo utilizza
deve possedere una lingua che gli consenta di analizzare criticamente i
vari linguaggi che utilizza e consentirgli di condurli ad unità.
Occorre ricordare che il sapere critico-razionale
ha sede nella lingua, che è ancora il sistema linguistico più
importante dell’essere umano, che, tra l’altro, è più direttamente
legato alla coscienza. Se si vuole avere un approccio critico che consenta
un minimo controllo razionale si deve usare la lingua.
Questa considerazione pone un grosso problema
sul come si debba sviluppare la multimedialità all’interno delle
pratiche di animazione. Infatti molto spesso le pratiche di animazione
si occupano solo di far acquisire nuovi linguaggi, ma senza il contemporaneo
sviluppo della competenza linguistica a livello metacomunicativo.
Il patto tra animazione e scuola, ad esempio,
potrebbe giocare un ruolo fondamentale in questa direzione. Senza questo
approccio critico si rischia di indebolire l’autonomia e la libertà
delle persone.
Ad esempio usare la musica senza un approccio
critico significa solo rincorrere i giovani sul terreno dei loro consumi.
Per l’animazione è invece importante aiutarli non solo a fare musica,
ma anche a capirla distanziandosi criticamente da essa. Senza questa operazione
non avviene lo sviluppo della umanità e della coscienza di sé
dei giovani.
Le riaffermazioni di alcuni punti chiave del metodo
Accanto a quanto detto sinora, è necessario ricordare il percorso classico seguito dal metodo dell’animazione, ovvero la sequenza dei passi che l’animatore deve compiere, secondo un dato ordine temporale, per raggiungere lo scopo che l’intenzionalità dell’animazione ha individuato: il percorso che congiunge una data situazione di partenza con quella ipotizzata dagli obiettivi dell’animazione.
Le tappe del percorso
Le tappe intermedie di questo percorso sono quattro.
Ognuna di queste tappe presuppone al proprio interno una particolare declinazione
del metodo e delle strumentazioni particolari.
Il metodo tuttavia non si esaurisce nella topografia
del percorso, perché comprende anche le modalità che il viaggiatore-animatore
deve seguire per compierlo.
La prima tappa: la ricerca dell’equilibrio Io/Noi
La prima tappa è quella prodotta dal cammino
verso l’equilibrio dinamico tra l’Io e i Noi, in quanto senza di esso è
impossibile attivare un processo in cui le persone vivano l’esperienza
comune di gruppo e di comunità come mutuamente arricchente e solidale.
Occorre infatti ricordare che le situazioni «collettive»,
se non stabilizzate dall’istituzionalizzazione o dallo sviluppo di interazioni
esistenzialmente autentiche tra le persone, fondate sulla accoglienza e
sulla fiducia reciproca, sul riconoscimento delle differenze personale
come ricchezza per il gruppo e i rapporti interpersonali, sulla scoperta
che lo sviluppo del proprio Io dipende dal riconoscimento della sua dipendenza
dal Noi e su una realistica accettazione di se stessi e delle situazioni
in cui si agisce, creano paure e angosce che innescano meccanismi di difesa
che non consentono di utilizzare il potenziale offerto dalla situazione
sociale.
Questo fatto è ben illustrato da una favola
di Schopenhauer, ripresa a suo tempo da Freud. La favola narra che, in
una notte buia e fredda, alcuni porcospini scoprono che avvicinandosi hanno
meno freddo. Si avvicinano sempre di più, ma, ahimè, sono
porcospini e finisce che si pungono reciprocamente. Spaventati si ritraggono.
Quando sono lontani rimpiangono però il calore perduto, e nel contempo
temono di pungersi. Dopo un po’, vinta la paura, si riavvicinano, ma si
ripungono. Vanno avanti in questo modo per un bel po’, sino a quando non
scoprono una distanza che consente loro di scambiarsi reciprocamente il
calore senza pungersi. La distanza a cui i porcospini si attestano alla
fine, altro non è che o il prodotto dell’istituzione o della conquista
di interazioni autentiche.
In termini psicoanalitici si potrebbe dire che
in questa favola sono rappresentate le due angosce primarie della psiche
umana: l’angoscia persecutiva e l’angoscia depressiva. La prima rappresenta
la paura dell’altro vissuto come oggetto cattivo (gli aculei del porcospino).
La seconda è la paura di perdere l’altro inteso come oggetto buono
(il calore). Ora sia l’istituzione che la conquista di interazioni autentiche
garantiscono un tipo di relazione che consente alle persone di cooperare
senza sperimentare l’esperienza di queste due forme di angoscia.
Questo primo passo nel percorso dell’animazione
richiede un lavoro sul gruppo e sulla comunità finalizzato all’aumento
della fiducia e della conoscenza reciproca attraverso forme di interazione.
Questo tipo di processo è quello che consente
alle persone che lo vivono il raggiungimento della vera autonomia, che
è fondata non sul rifiuto o sulla competizione ma sulla capacità
di essere se stessi cooperando con l’altro.
Molti strumenti e tecniche di animazione, specialmente
riferite ai gruppi, sono state sviluppate per consentire il raggiungimento
di questa tappa.
Occorre però anche dire che molte forme
di animazione di gruppo, fortemente orientate in senso psicosociale o psicoterapeutico,
si fermano a questa prima tappa del percorso.
La seconda tappa: la costituzione di una nuova soggettività sociale attraverso lo scambio culturale
Una volta costituita la trama esistenziale del
Noi, o anche in parallelo alla sua costituzione, il gruppo o la comunità
sociale che la vivono debbono sviluppare lo scambio comunicativo a livello
semiotico, ovvero dei significati che esprimono la cultura esistente o
che la trasformano innovandola.
Il gruppo è uno strumento privilegiato
di animazione solo se compie questo secondo passo, cioè solo se
non rimane un sistema relazionale ma diviene un crogiolo di senso, un luogo
di costruzione di significati e interpretazione di sé e della realtà.
Riprendendo la definizione di luogo data nelle
«sfide», è necessario che il gruppo divenga «luogo
antropologico», ovvero quello spazio umanizzato che – oltre a fornire
un sistema relazionale particolare – collega l’individuo ad una storia,
lo sostiene nel suo cammino identitario, e infine gli offre un principio
di senso.
In questo modo il gruppo può riscoprire
le sue radici originarie e svolgere la sua funzione primaria connessa al
suo essere il luogo ideale per agire sul sistema sociale. Allo stesso tempo
vengono selezionate le sue caratteristiche non proprie: la chiusura in
se stesso (un gruppo non si deve limitare ad agire sui suoi componenti,
ma deve modificare i suoi membri mentre trasforma se stesso) e l’essere
puramente terapeutico, in cui le persone si isolano, mentre il gruppo ha
compiti sociali di trasformazione, di cambio, di conservazione e funzioni
di azione sociale, economica e politica.
La deriva verso il gruppo isolato in se stesso
è stata senza dubbio accentuata dalla diffusione delle tecniche
di animazione di gruppo di derivazione psicosociale e psicoterapeutica.
Diffusione che, tra l’altro, ha contribuito ad una omologazione dei gruppi
di animazione e a una conseguente forte riduzione della creatività
nella pratica dell’animazione.
L’apertura del gruppo dipende non da ultimo dalla
sua capacità di sostenere l’acquisizione da parte dei suoi membri
di un linguaggio fedele alle cose che nomina, ovvero se li educa a riappropriarsi
dei significati profondi delle parole insieme alla capacità di «mordere»
la realtà, di esprimerla attraverso un linguaggio capace non solo
di esprimere significati astratti, ma di rinviare a una conoscenza concreta
delle cose.
L’apertura deve poi tradursi in una osmosi tra
il gruppo e il mondo attraverso il frammento di mondo in cui il gruppo
è storicamente collocato.
Osmosi che fa sì che il mondo entri nel
gruppo e che i membri di questi entrino nel mondo all’interno di una esperienza
formativa di azione nella realtà culturale, sociale, economica e
politica.
La partecipazione alla conservazione o alla trasformazione
della cultura sociale avviene attraverso questi processi di comunicazione
del gruppo con l’ambiente, sociale in cui è inserito che, tra l’altro,
costituiscono il gruppo quale soggetto sociale.
La terza tappa:la capacità di agire progettualmente
Se, come si è visto nella seconda tappa,
l’apertura all’azione nel mondo sociale è una delle caratteristiche
del gruppo di animazione non narcisistico, è essenziale che il metodo
dell’animazione si fondi sulla capacità di far vivere esperienze
in cui, in modo rigoroso, a partire da bisogni e interessi, interni al
gruppo o presenti nella comunità, si elaborano dei progetti, si
avviano delle azioni per realizzarli e si valutano i risultati raggiunti.
Progetti e azioni in cui tutti i membri del gruppo, possono sperimentare,
anche se in misura differenziata, un adeguato protagonismo.
Il lavoro per progetti del metodo dell’animazione
per essere efficace deve seguire un modello ermeneutico, un modello cioè
centrato sull’interazione tra gli obiettivi che si vogliono perseguire
con la situazione concreta del gruppo o della comunità in cui si
agisce.
Questa interazione è necessaria per la
formulazione di obiettivi che siano realmente raggiungibili, e quindi per
evitare che essi siano solo un libro dei sogni oppure che non siano coerenti
con la situazione vissuta dai membri del gruppo o della comunità.
Questo significa che è necessario una
indagine sociale, fatta, laddove è possibile, con una vera e propria
inchiesta, o più semplicemente con l’analisi secondaria delle fonti
(studi e ricerche disponibili, statistiche sulla dispersione scolastica,
sulle famiglie, ecc.) e con l’intervista a esperti e testimoni privilegiati
locali.<