I cristiani testimoniano la loro speranza, raccontando
la storia di Gesù di Nazareth e della fede che ha suscitato.
Raccontano quello che hanno vissuto, scoperto
e compreso. Non spiegano ad altri cose che essi solo conoscono. E neppure
cercano di fare dei proseliti, smerciando di sottobanco prodotti raffinati.
Lo fanno perché hanno sperimentato la potenza meravigliosa del suo
vangelo per promuovere la vita e consolidare la speranza.
Oggi però molte difficoltà si addensano
su questo compito e, tanto spesso, l'esito non corrisponde alla passione
di chi racconta.
Qualcuno diventa rassegnato e si trincera dietro
uno strano silenzio. Altri invece gridano più forte, con la pretesa
di coprire i disturbi con il suono della propria voce.
Il dossier fa una proposta alternativa: la narrazione
può rappresentare un modello rinnovato di evangelizzazione.
Per ora motiviamo e precisiamo la proposta. Poi,
con calma, saranno suggerite indicazioni di metodo e modelli concreti.
L'EVANGELIZZAZIONE COME EVENTO DI COMUNICAZIONE
Dobbiamo prima di tutto comprendere un aspetto dell'evangelizzazione a cui, troppo spesso, siamo insensibili.
Una specie di definizione di evangelizzazione
"Evangelizzare è la grazia e la vocazione
propria della Chiesa, la sua identità più profonda" (EN
14). La riaffermazione coraggiosa della missione evangelizzatrice si accompagna
alla ricerca, sincera e attenta, degli irrinunciabili principi di rinnovamento.
Il primo elemento di rinnovamento investe il
modo di comprendere lo stesso avvenimento.
Il documento definisce l'evangelizzazione come
un processo complesso, articolato in differenti interventi (EN 17-23).
Con una schematizzazione utile, li riassume in tre: la testimonianza, l'annuncio,
l'esperienza vitale e comunitaria. Di ciascuno offre una sua descrizione
per evitare cattive letture.
Testimonianza è un modo di essere presenti
nella realtà e la qualità dell'impegno per trasformarla.
Questa presenza, condivisa con tutti gli uomini di buona volontà,
è orientata a creare uno stile di vita e spazi concreti dove sia
possibile per tutti vivere la propria quotidiana esistenza in modo umano.
E' giudicata e verificata sulla qualità di questo impegno e sull'esito
che esso è capace di assicurare.
La sua capacità interpellante non è
data dalla distanza che i cristiani cercano di assumere nei confronti degli
altri uomini o nelle differenze culturali in cui si trincerano. E' assicurata
invece dalla serietà con cui perseguono una reale trasformazione
della realtà e dallo stile con cui si impegnano e per cui si pongono
come alternativi rispetto a molti modelli dominanti.
La testimonianza fa nascere domande attorno al
senso dell'esistenza, personale e collettiva. A queste domande, l'evangelizzazione
risponde attraverso l'annuncio, la seconda dimensione dell'evangelizzazione.
Nell'annuncio il credente dà le ragioni dei gesti di testimonianza
che ha posto. Li colloca in un orizzonte di definitività, li interpreta,
e, soprattutto, li collega esplicitamente con il mistero del Dio di Gesù
Cristo, nella comunità ecclesiale.
L'annuncio, nella prospettiva suggerita da Evangelii
nuntiandi, non è perciò la diffusione di parole, ma la
giustificazione attraverso la parola proclamata ("dare le ragioni", dice
esplicitamente) di un impegno promozionale.
La terza dimensione dell'evangelizzazione è
costituita dal clima sperimentato nella comunità dei credenti. Anche
questo momento è importante. Spesso risulta decisivo per assicurare,
nell'oggi e per connaturalità, della verità di quanto è
proposto per il futuro. Lo dice molto bene il documento che stiamo citando:
"Adesione al Regno, cioè al 'mondo nuovo', al nuovo stato di cose,
alla nuova maniera di essere, di vivere, di vivere assieme, che il Vangelo
inaugura" (EN 23). I cristiani proclamano, con coraggio, una parola
che costruisce una qualità nuova di vita nella vita quotidiana condivisa
con tutti.
E' importante non dimenticare che l'Evangelii
nuntiandi propone questi tre momenti come dimensioni dell'unico processo
di evangelizzazione. Sembra ricordare che solo nella articolazione complessiva
il processo è vero.
L'evangelizzazione per la fede
Questa figura di evangelizzazione aiuta anche
a comprendere meglio l'esito di tutto il processo e, di conseguenza, introduce
criteri qualificanti per ripensarne l'organizzazione.
L'evangelizzazione ha come obiettivo costitutivo
quello di generare la fede, riallacciando quel dialogo con le culture,
la cui rottura "è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (EN
20).
L'affermazione va compresa bene.
Nella fede cristiana è presente un pacchetto
di dati, che hanno una loro consistenza molto precisa, che supera e giudica
ogni esperienza personale. In gergo tutto questo viene chiamato "la dottrina
della fede": le verità teologiche su Dio, sull'uomo, sul rapporto
che lega nell'amore queste due libertà e sul progetto che egli ha
per la nostra pienezza di vita.
Questo contenuto della fede, documentato dalla
tradizione ecclesiale, è un dato importante e irrinunciabile, per
riconoscere un fondamento saldo e sicuro, su cui radicare la decisione
di affidarsi totalmente a Dio. Rinunciando ad esso, corriamo il rischio
di fondare tutto sulla sabbia, esponendo la nostra costruzione ai venti
impetuosi della crisi.
Per qualcuno fede è solo questo. Si vive
nella fede quando si conosce questo pacchetto di verità, si è
capaci di esprimerlo in modo abbastanza corretto e ci si impegna ad adeguare
la propria esistenza alle proposte in esso contenute. L'evangelizzatore
ha soprattutto il compito di trasmetterlo con fedeltà e fermezza.
Questo modo di vedere le cose sembra davvero
riduttivo.
La fede è l'esperienza personale nei confronti
del progetto globale di esistenza proposto dalla "dottrina della fede".
Vive nella fede colui che fonda la sua vita e la speranza sulla vittoria
definitiva contro la morte, nel nome di Gesù, ripetendo, nella sua
vita quotidiana, i gesti e le parole con cui Gesù e i suoi discepoli
hanno proclamato la loro speranza.
Due dimensioni risultano qualificanti in questo
modo di comprendere la qualità della fede. Esse influenzano fortemente
lo sviluppo del processo di evangelizzazione.
La prima è costituita dall'atteggiamento
vitale con cui il credente esprime quella qualità nuova di esistenza,
che nasce sul fatto di affidare la propria vita e la propria speranza ad
un evento, collocato oltre quello che una persona è in grado di
riconoscere e di progettare per sé. Questo aspetto della fede ricorda
l'espressione personale della fiducia che nutriamo in qualcuno, nella cui
proposta ci riconosciamo per radicare la nostra speranza. Evangelizzare
per suscitare la fede significa, in qualche modo, continuare l'opera di
generazione della vita, perché diamo ragioni per vivere. E' importante
non dimenticare che lo scambio di ideali avviene sempre attraverso un processo
di identificazione. Non richiede l'esperto e il competente, come quando
si tratta di insegnare una disciplina scientifica o di introdurre all'uso
di uno strumento tecnico; esige invece un testimone. Le ragioni per vivere
sporgono infatti verso l'ignoto e il non posseduto. Non diventano significative
perché sono pienamente verificate; lo diventano solo perché
sono rese significative dalla testimonianza di alcune persone. Siamo disposti
ad accettare il rischio di giocare la nostra esistenza su un fondamento
che non riusciamo a possedere in modo pieno e verificabile, perché
stimiamo "degni di fiducia" questi nostri interlocutori.
La seconda componente della vita di fede che
l'evangelizzazione vuole suscitare, è costituita dal modo con cui
una persona fa proprie e riesprime le verità teologali della fede
oggettiva, trascinandole dal livello del conosciuto a quello del vissuto.
Noi possediamo espressioni consolidate per dire
la nostra fede. Ci vengono da lontano. Alcune hanno origine direttamente
dai tempi della prima comunità cristiana, come manifestazione dell'esperienza
fatta con Gesù. Altre sono andate maturando nella coscienza della
Chiesa nel lungo cammino dei secoli, e le incontriamo ormai, precise e
solenni, nei documenti ufficiali. Altre, infine, propongono, con l'autorevolezza
che riconosciamo al Papa e ai Vescovi, il livello oggi raggiunto dalla
fede ecclesiale, su temi e problemi importanti.
Tutte esprimono quel modo comune per dire la
fede, che ci permette di credere in compagnia con i cristiani dei tempi
passati e con quelli sparsi nei quattro angoli del mondo.
Un fatto è innegabile e decisivo: il credente
deve imparare a dire la sua fede nella professione di fede della Chiesa,
perché la Chiesa è il luogo della verità, nell'unità
e nella carità.
Il riferimento alle formule della fede ecclesiale
e il confronto con i documenti in cui sono contenute, non vanno pensati
però come un progressivo avvicinamento della personale professione
di fede ad un codice già confezionato e concluso di affermazioni,
da ripetere con la preoccupazione di non sbagliare neppure una virgola.
La persona del credente è sempre al centro
della sua professione di fede. Dice parole che si avvicinano al mistero
con la stessa forza coinvolgente dei simboli dell'amore e della poesia.
La preoccupazione sui "contenuti", tradizionale
per la vita nella fede, non può essere di certo esclusa dai compiti
dell'evangelizzazione. Va recuperata da una prospettiva meno oggettivistica
e più attenta alla centralità della persona.
Come si nota, il problema è di scottante
attualità. Ci ritorneremo nell'ultima parte del capitolo per comprenderlo
prima di tutto dal punto di vista teologico.
La meditazione di Evangelii nuntiandi
ci ha aiutato a pensare, in termini corretti, alla evangelizzazione.
Riconosciamo così che l'evangelizzazione
è costituita da fatti e parole che i credenti pongono per dire la
loro fede nel Signore Gesù e per suscitare nuove esperienze di fede.
I fatti sono la produzione della vita e la trasformazione
della realtà nella logica del Regno di Dio che Gesù ha inaugurato.
Le parole sono l'interpretazione credente di questi gesti in un annuncio
chiaro e inequivocabile de "il nome, l'insegnamento, la vita, le promesse,
il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio" (EN
22).
Accoglie nella fede la proposta contenuta nella
evangelizzazione colui che fonda nell'evento di Gesù, testimoniato
nella attuale comunità ecclesiale, le ragioni per vivere e per sperare,
e vive la sua vita quotidiana come espressione, gioiosa e sofferta, di
questa qualità nuova sperimentata.
Lo stesso documento chiede a tutte le comunità
ecclesiali di ripensare al modo con cui viene realizzata l'evangelizzazione,
confrontandosi con coraggio con i nuovi problemi che il contesto culturale
lancia, in una fedeltà rinnovata alla sua missione costitutiva.
Si tratta di una revisione globale: investe in modo complessivo le dinamiche
in cui si svolge il processo dell'evangelizzazione. Non è certamente
sufficiente aggiornare qualche elemento o eliminare qualche disturbo.
La prospettiva della comunicazione
Di fronte a problemi complessi, per muoversi in
modo accorto, è necessario scegliere una prospettiva da cui guardare
il tutto.
Scegliere una prospettiva significa orientare
il proprio sguardo e la propria decisione in una direzione tra le tante
possibili. Una realtà "complessa" (come è l'evangelizzazione
in questo nostro tempo) si presenta a chi cerca di interpretarla come un
dato composto da molti elementi diversificati. Si può descrivere
questa realtà o si possono progettare interventi per modificarla
solo se si procede per approssimazioni successive. Ciascuna di esse è
costruita a partire da scelte previe, che funzionano come principi selettivi
e orientativi nella complessità.
Ogni lettura è così di fatto parziale
rispetto alla globalità: considera solo determinati aspetti, ha
i suoi metodi di lavoro e utilizza strumenti specifici. Restituisce però
la possibilità di muoversi con una certa agilità, indicando
problemi e suggerendo soluzioni.
Proponiamo qui una prospettiva precisa e concreta:
consideriamo l'evangelizzazione come un atto di comunicazione.
Lo schema interpretativo utilizzato è
uno dei tanti. Certamente è possibile rileggere l'insieme da altri
punti di vista. Rappresenta però una collocazione abbastanza consolidata
e, a nostro avviso, molto ben giustificata anche teologicamente.
Anche Evangelii nuntiandi sembra suggerire
uno schema interpretativo unitario di carattere comunicativo: "La questione
è indubbiamente delicata. La evangelizzazione perde molto della
sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo
concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni
e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti, se non interessa
la vita reale" (EN 63).
La Rivelazione è comunicazione: Dio parla
di sé all'uomo, utilizzando il linguaggio umano e le logiche in
cui si realizza, come strumento per far accedere al mistero. Lo dice in
modo solenne la Dei Verbum: "Le parole di Dio, espresse con lingue umane,
si sono fatte simili al parlar dell'uomo, come già il Verbo dell'Eterno
Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo"
(DV 13).
L'evangelizzazione ripete la stessa struttura
linguistica. Essa è comunicazione tra soggetto e soggetto: l'evangelizzatore
propone qualcosa del mistero grande di Dio per la vita dell'uomo attraverso
sistemi linguistici che riconosce sempre "umani" e che seleziona in base
alla loro significatività.
Anche la risposta che l'uomo dà all'appello
contenuto nella evangelizzazione, ripete lo stesso schema comunicativo.
La persona dice la sua decisione attraverso esperienze e parole del proprio
vissuto quotidiano. Esse si portano dentro l'accoglienza di Dio come ragione
decisiva della propria esistenza, o il suo rifiuto, nel gioco di una libertà
che si piega o resiste.
Appello e risposta possiedono perciò una
struttura visibile che veicola un evento più profondo e radicale.
Perché comunicazione "ad" un uomo e "di" un uomo, sono nell'ordine
simbolico: una struttura di significazione in cui un senso diretto, primario,
letterale, designa un altro senso indiretto, secondario, figurato, che
può essere appreso soltanto attraverso il primo.
Da questa prospettiva di comunicazione tra soggetto
e soggetto per realizzare uno scambio di messaggi di natura simbolica,
possiamo analizzare la struttura complessiva dell'evangelizzazione, alla
ricerca di eventuali principi di rinnovamento.
L'evangelizzazione può "aiutare a vivere"
solo quando gli autentici contenuti dell'evangelo sono offerti secondo
modalità comunicative corrette, tali cioè da assicurare ad
essi la possibilità di risuonare come "buona notizia" nelle concrete
situazioni.
Di difficoltà per una autentica comunicazione
ce ne sono molte, soprattutto in questa nostra stagione culturale. Dobbiamo
collocarci nel cuore dei problemi e trovare prospettive adeguate di soluzione.
COSTRUIRE INTERAZIONI PER COMUNICARE
Ci sono in giro persone e modelli teorici che
descrivono la comunicazione tra persone con uno schema interpretativo di
tipo meccanicistico. Il mistero dell'incontro di due soggettività
nel terreno dello scambio dei significati viene risolto come travaso di
contenuti da una persona-che-sa ad una-che-deve-imparare. L'unica cosa
importante è data dall'oggetto scambiato. Mille attenzioni sono
spese per curare la sua adeguatezza rispetto a parametri oggettivi e normativi.
Studiando più attentamente il processo
comunicativo, ci siamo accorti che le cose non vanno proprio così.
La comunicazione è uno scambio di segni
che evocano realtà ed eventi sempre un poco misteriosi. In esso
la soggettività ha un peso veramente determinante ed è scarso
quel realismo oggettivistico, caro a tanta letteratura.
La comunicazione non è un travaso di informazioni
tra due interlocutori. Quando una persona parla del "pane" ad un amico
o quando l'evangelizzatore afferma, con entusiasmo, che Dio è padre
della nostra vita e il fondamento della nostra salvezza, non prende da
un deposito, terso e controllato, un "qualcosa" (pane, padre, salvezza),
il cui significato è unico ed universale. L'operazione è
molto più complessa. Attinge dal suo mondo interiore un insieme
di esperienze e di significati di cui riempie il segno lanciato sull'interlocutore.
Pane è "pane-per-me". Padre è l'esperienza che io ho fatto
di essere figlio e padre. Comunicando qualcosa, ognuno tenta così
di trascinare l'altro nel proprio mondo interiore. Di fronte a questa pretesa,
le persone si difendono e resistono, contrapponendo il proprio mondo interiore
a quello dell'altro. La stessa espressione evoca esperienze e significati
spesso molto dissonanti. Se la pretesa di conquistare l'altro al proprio
mondo interiore non viene sostituita con l'apertura verso il mondo dell'interlocutore,
la comunicazione diventa impossibile: un evento raro, desiderato quanto
irraggiungibile.
Per questo ciò che viene scambiato dal
punto di vista "fisico" conta molto di meno del processo profondo in cui
sono coinvolte le persone che entrano in comunicazione.
L'importanza della interazione per la comunicazione
La costatazione è decisiva per comprendere
adeguatamente i fenomeni che si scatenano nell'atto comunicativo e, di
conseguenza, anche nell'evangelizzazione che della comunicazione ripete
logiche e difficoltà. Ci pensiamo ancora un attimo, con la esplicita
preoccupazione di immaginare prospettive di soluzione.
Ogni comunicazione intersoggettiva è costituita
da due elementi, strettamente interdipendenti: il "contenuto" e la "relazione".
L'abbiamo già ricordato: l'oggetto scambiato é il "contenuto"
della comunicazione; il rapporto conflittuale che lega i due interlocutori
si definisce di solito come la "relazione comunicativa". Quando comunichiamo
qualcosa ad altri, il secondo elemento (la relazione) classifica il primo,
offrendo una serie di "istruzioni per l'uso". Esse definiscono il modo
corretto con cui vanno assunti i contenuti e manifestano il modo con cui
chi parla considera la sua relazione con l'interlocutore.
Un esempio può chiarire meglio l'affermazione.
Quando una persona dice ad un'altra "Che furbo
sei!", gli lancia un contenuto e gli dice come lo deve interpretare. Per
questo, chi riceve il messaggio capisce al volo se lo deve interpretare
in senso letterale, come ammirazione o in senso ironico, come commiserazione
per la poca furbizia dimostrata. La stessa espressione può comunicare
così significati opposti. Essi vengono decifrati a partire dal tono
con cui sono pronunciati e dal tipo di rapporto che viene instaurato.
In gergo, la relazione che interpreta il contenuto
viene definita spesso come "metacomunicazione": comunicazione sulla comunicazione.
La metacomunicazione rappresenta una componente fondamentale del processo
comunicativo, capace di condizionarlo pesantemente o di sollecitarne una
evoluzione positiva, nonostante i limiti di cui esso soffre.
Essa percorre i sentieri misteriosi del rapporto
interpersonale affettivo e emotivo: è costituita dall'interazione
che lega persona a persona. L'interazione positiva genera tra le persone
una condivisione di opinioni, di idee, di valori, di significati, perché
scatena uno scambio emotivo di intensa reciprocità. E tutto questo
attiva la possibilità di comunicare veramente, avvicinando il proprio
mondo interiore a quello dell'altro e piegando l'uso soggettivo dei significati
verso quello del proprio interlocutore.
Costruire interazioni positive nell'atto della comunicazione
Le interazioni positive scattano in modalità
e su occasioni molto diverse, in quel magma misterioso e spesso indecifrabile
che è la comunicazione interpersonale.
Quando due persone si vogliono bene, riescono
facilmente a comprendere quello che l'altro dice, molto prima che egli
abbia spalancato la bocca per parlare. Basta un sorriso o il lieve balenare
dello sguardo, ad assicurare uno scambio di profondità insperata.
Quando, invece, l'amore sta naufragando sotto
l'onda del sospetto o della gelosia, riesce quasi impossibile trovare parole
convincenti. Tutte sono interpretate male e anche i gesti, nati dalla più
intensa buona volontà, finiscono per convincere dell'opposto.
L'amore - o la sua crisi - rappresenta un elemento
scatenante l'interazione nella comunicazione.
Un altro fatto, capace di produrre interazione
positiva, è la condivisione degli ideali: la stessa passione politica,
l'accanimento per un progetto comune, l'entusiasmo per gli stessi colori
sportivi. In questi casi, soprattutto se si comunica attorno all'oggetto
dell'interesse comune, ci si intende subito, senza alcuna difficoltà;
proprio come diventa quasi impossibile trovare una piattaforma di dialogo,
quando passione e entusiasmo militano su frontiere diverse.
L'amore e la condivisione rappresentano modelli
di interazione previ alla comunicazione. La metacomunicazione è
costituita da un vissuto che precede l'atto comunicativo.
Viene spontaneo chiederci se sono l'unica strada
praticabile o se l'esperienza e la ricerca non ci possano aiutare a trovare
altre modalità, più inserite nello stesso atto comunicativo.
La questione è delicata. Spesso infatti
siamo chiamati a comunicare qualcosa quasi all'improvviso, con interlocutori
sconosciuti, senza nessuna possibilità di ricostruire quel tessuto
emotivo previo che assicura l'incidenza del processo.
Basta pensare a quello che capita in molti contesti
di evangelizzazione. Chi presiede un'eucaristia e fa l'omelia, per esempio,
ha davanti a sé generalmente un'assemblea eterogenea, con la quale
i rapporti affettivi sono assai labili. Non ha purtroppo il tempo di tessere
una trama di scambi intersoggettivi, tali da assicurare una metacomunicazione
adeguata per i gesti e le parole che pone. Se non riesce a trovare modelli
linguistici capaci di suscitare interazioni positive nell'atto comunicativo
stesso, si condanna, con le sue mani, all'insignificanza comunicativa.
Più fortunato è il ritmo comunicativo di un gruppo di formazione
cristiana. In questo contesto ci sono tempi e modi a disposizione per assicurare
la trama necessaria di interazioni. Il clima di forte frammentazione culturale
e il pluralismo di appartenenze a cui siamo sottoposti, non permettono
però di dare per scontato troppo facilmente quello che invece va
quotidianamente costruito e consolidato, con tenacia e competenza.
Difficoltà dalla parte dell'asimmetria educativa
Colui che si interroga sul come assicurare interazioni
positive nell'atto comunicativo, non si confronta solo con questo problema.
Ci muoviamo in un orizzonte segnato da una chiara
intenzione educativa. E questa costatazione pone in evidenza un'altra dimensione
irrinunciabile del processo comunicativo.
L'educazione è l'azione attraverso cui
un adulto, inserito in una società e collocato in un preciso frammento
di tempo, aiuta i giovani ad entrare in questa esperienza. Lo fa, condividendo
i significati che ha ereditato e che ha progressivamente rielaborato per
dare a se stesso ragioni per vivere e per sperare. Non cerca esecutori
ripetitivi del già vissuto; sollecita, al contrario, verso una riespressione
personale e autentica "dentro" il senso che egli ha prodotto e che offre
con amore, perché altri possano ritrovare il proprio senso all'esistenza.
La relazione che corre tra educatore ed educandi è fondamentalmente
di tipo comunicativo.
Anche l'invito a radicare le ragioni per vivere
e per sperare nell'evento fondante dell'amore di Dio, è un evento
di educazione, realizzato in una relazione comunicativa. Una persona, una
comunità, un gruppo di credenti, portatori di un insieme di ragioni
per credere alla vita e sperare in essa dentro la morte, consegnano ad
altri il proprio ideale, perché anch'essi, in piena responsabilità
e con riconquistato protagonismo, si decidano per questa prospettiva.
L'educazione è però una relazione
comunicativa molto speciale.
Richiede una profonda intenzionalità reciproca;
gli interventi e le mete vanno condivise e concordate da tutti i protagonisti.
Eppure, non è mai una relazione alla pari,
tra due interlocutori che raggiungono l'accordo attraverso il sottile gioco
degli influssi o dei patteggiamenti. L'educazione invece risulta una relazione
tra "diversi": è una relazione asimmetrica.
Gli interlocutori sono differenti: per età,
per cultura, per formazione, per sensibilità, per maturazione, per
vocazione. Proprio perché diversi, accettano di scambiarsi qualcosa
di fondamentale e riconoscono che solo in questa relazione possono tutti
crescere.
Il dono che è l'altro e che l'altro propone
non viene accolto quando l'interlocutore rinuncia alla diversità
e tenta faticosamente di raggiungere l'omogeneità. E' considerato
invece dono prezioso, proprio perché proviene da uno che sento e
valuto asimmetrico rispetto al mio mondo.
L'educatore inoltre propone ad altri qualcosa
che gli è stato affidato. Lo fa con amore e rispetto; sa di essere
ricercato e accolto proprio per questo suo servizio. Scambiando ragioni
per vivere e per sperare, penetra così nel santuario intimissimo
dell'esistenza personale con un'autorevolezza che non è mai patteggiata.
Diversità, propositività, autorevolezza
rendono veramente speciale la relazione comunicativa.
IL RACCONTO COME INTERESSANTE MODALITA' DI INTERAZIONE
Esiste un modo di comunicare, capace di conquistare
interazioni positive, assicurando autorevolezza espressiva, efficacia progettuale,
anche nello stato di asimmetria?
Una lunga e consolidata esperienza e l'approfondita
conoscenza dei processi comunicativi aiutano a rispondere positivamente
alla domanda.
La narrazione rappresenta una forma speciale
di interazione. Essa costruisce interazione e la potenzia fino ad assicurare
alla comunicazione un livello di efficacia impensabile e sconosciuto agli
altri modelli comunicativi.
Non va confusa con quello che capita quando ci
mettiamo a leggere un bel romanzo, magari avvincente come può essere
una storia poliziesca. Lì si realizza proprio il contrario della
interazione: il rapporto tra scrittore e lettore è a direzione unica;
il lettore è lontano da chi gli fa proposte, in una situazione di
tranquillità e autonomia; può arrivare immediatamente all'ultimo
capitolo, se, preso dall'impazienza della curiosità, cerca di sapere
come fa a finire la sua storia; può inoltre chiudere il libro quando
vuole, eliminando il condizionamento del narratore nella sua vita.
La narrazione rappresenta un interessante modello
di metacomunicazione, capace di rendere significativi i contenuti espressi
nel processo comunicativo, proprio perché propone alternative serie
a queste possibilità. La fiducia sulla narrazione è legata
di conseguenza alle condizioni che assicurino, linguisticamente, la capacità
interattiva tra interlocutori.
Esaminiamo rapidamente queste condizioni.
La narrazione come ospitalità
La narrazione autentica, quella che assicura lo
scambio di ragioni di vita e di speranza che l'educazione esige, è
una forma avanzata di ospitalità. Chi narra invita coloro a cui
la narrazione è rivolta ad entrare nel suo mondo e si dichiara disponibile
ad interagire con il mondo dei suoi ascoltatori: accoglie nel suo mondo
e si fa accogliere in quello degli interlocutori.
L'abbiamo sperimentato tutti, ogni giorno. Ci
sono persone che quando parlano sembrano abbracciare il proprio interlocutore,
in un incontro appassionato che ha il sapore gioioso dell'accoglienza incondizionata;
e ce ne sono altre invece che, dicendo magari le stesse cose, giudicano
nelle parole pronunciate e condannano impietosamente.
Figure tipiche di questo atteggiamento così
diverso sono i due personaggi della grande storia dell'accoglienza, raccontata
da Gesù: il padre e il fratello maggiore della parabola cd. del
"figlio prodigo" (Lc. 15, 11-32). Quando il ragazzo scappato di
casa ritorna, il padre lo accoglie con un profondo abbraccio di pace e
di riconciliazione. Non gli fa nessun rimprovero; non permette al ragazzo
neppure una parola di pentimento. Non agisce così per rassegnazione
e per indifferenza; e neppure certamente perché ha paura di rovinare
tutto, adesso che le cose sono tornate alla normalità. La colpa
è stata gravissima. Ha prodotto sofferenze pungenti in tutti. Il
padre non può chiudere un occhio, come se non fosse successo nulla.
Non è questo lo stile di Dio verso il peccato dell'uomo, che Gesù
ci ha rivelato. A chi ha provocato tanto dolore, il padre rinfaccia il
suo tradimento con la parola più dolce e inquietante possibile:
l'abbraccio della gioia e della festa.
Il figlio maggiore contesta questo comportamento,
rinfacciando la cattiva condotta del fratello. Ricorda la disobbedienza
del fratello e sottolinea il suo tradimento. La sua parola è dura:
un giudizio di condanna senza appello.
Il padre "ospita" il figlio tornato finalmente
tra le sue braccia. Il fratello lo contesta e lo accusa.
Il racconto di questa bellissima storia evangelica
rende continuamente attuale l'esperienza dell'ospitalità. Raccontandola,
Gesù ha ospitato nel suo abbraccio i peccatori disperati. Raccontandocela
ogni giorno nella comunità dei salvati, ci ospitiamo reciprocamente
nell'abbraccio dell'amore che genera riconciliazione.
Questo è lo stile di comunicazione che
l'espressione "ospitalità" vuole evocare. La qualità nuova
di vita non nasce sulla congruenza logica delle informazioni; né
si radica sulla loro verità. Le accuse fatte dal figlio maggiore
erano terribilmente vere. Siamo restituiti alla vita, come lo è
stato tra le braccia del padre il ragazzo fuggito di casa, perché
il gesto che accompagna le parole e il loro tono ci permettono di sperimentarne
tutta l'autenticità.
L'ospitalità, suscitata e sperimentata
nello stile della comunicazione, "interpreta" i contenuti fatti circolare,
li rende significativi e veri.
L'esempio raccontato è prezioso per comprendere
un'urgenza che non può assolutamente essere disattesa. Sarebbe fuorviante
interpretare le esigenze della ospitalità come un tentativo di appiattire
le differenze o di banalizzare le responsabilità.
In questo caso, la comunicazione perde inesorabilmente
la sua qualità educativa. Diventa inutile e inconcludente: un vuoto
rincorrersi di suoni e di immagini, che ci lasciano nel greve sapore della
morte, personale e collettiva.
La parola si misura con la verità e con
le sue esigenze. La sostiene. La difende. La propone. Lo fa con quell'indice
alto di autorevolezza che è richiesto in colui che inizia il processo.
Si tratta infatti di spingere a superare il già acquisito per immettere
in modo personale nel mondo dell'inedito. La comunicazione educativa non
pone sotto silenzio quello che giudica le singole soggettività:
un simile compromesso collocherebbe subito dalla parte della morte.
La parola, esigente e inquietante, non viene
pronunciata però in modo duro, sicuro, autoritario, solo a partire
dalla pretesa che le cose dette sono "vere". E' racconto, accogliente e
ospitante in cui si intrecciano le esigenze più irrinunciabili con
l'esperienza, sofferta e sognata di chi parla e di chi ascolta.
La narrazione come invito alla decisione
Queste note aprono verso una seconda condizione:
la capacità di esprimere un invito pressante verso una decisione.
Ci sono delle comunicazioni che lasciano il tempo
che hanno trovato. Le informazioni scambiate non entrano mai nel mondo
interiore degli interlocutori. Non danno senso all'esistenza né
chiedono di verificare il valore di quello condiviso. Semplicemente servono
a coprire un tempo vuoto. Non si avverte il disagio di una comunicazione
tanto impersonale, perché non interessa a nessuno né il suo
contenuto né la relazione in cui esso scorre.
Di questo tipo sono le conversazioni da salotto,
le mille parole vuote con cui si occupa il tempo tra sconosciuti, in uno
scompartimento ferroviario, nell'attesa di arrivare alla meta. Purtroppo,
di questo stile possono essere anche comunicazioni che di natura loro hanno
un respiro ben diverso: lasciamo tranquillamente sfogare chi sta parlando,
tanto sappiamo già bene cosa fare e come pensare e non ci interessa
assolutamente quello che viene detto.
Un giorno mi è capitato di assistere (il
verbo esprime esattamente la condizione psicologica...) ad una celebrazione
eucaristica in una grande chiesa gremita di gente. Il microfono era spento
e non si sentiva veramente nulla dell'omelia, oltre le prime file di banchi.
Chi parlava, continuava come se niente fosse; e chi ascoltava non mostrava
nessun interesse a modificare la situazione.
La comunicazione era bruciata alla radice da
una metacomunicazione che sembrava lanciare, più o meno, questo
messaggio: "Di' quello che vuoi, tanto non me ne importa nulla!".
Una comunicazione educativa vuole invece incidere:
cerca uno scambio, sincero e disponibile, sul senso dell'esistenza.
La narrazione rappresenta un modello comunicativo,
orientato da una metacomunicazione di questo tipo: "Bada! Sta attento a
quello che viene detto! E' importante per la tua vita!".
Lo stretto legame che lega gli avvenimenti raccontati
al fluire del tempo, intrecciando nella storia narrata il presente con
il suo passato e il suo futuro, fa scaturire spontaneamente questo invito
a "stare attento". Eventi insignificanti diventano esempi coinvolgenti.
La storia raccontata appella all'interlocutore, con la stessa intensità
con cui si sente coinvolto il narratore. Egli si sente piegato verso questa
avventura; si rende conto di doverla accogliere in sé, proprio perché
si sente "ospitato" nel racconto.
La forza di coinvolgimento non è data
dalla razionalità dei motivi e dalla acutezza dei concetti. Non
nasce dalla pretesa del narratore di entrare con violenza nella vita di
altri. A questi attacchi sappiamo difenderci: reagiamo fuggendo nell'indifferenza
e ascoltando con i piedi in un altro mondo.
Sono i fatti a chiedere attenzione, rispetto,
disponibilità: fatti evocati in un onda di emozioni, che porta ad
"amarli", a sentirli "nostri", anche se hanno protagonisti lontani. Chi
racconta, ama la realtà raccontata e la fa amare.
Per questo diventa invito ad una decisione personale
coraggiosa. Il racconto, interpretato dall'invito: "Bada! C'entri anche
tu! Ti interessa veramente", supera la tentazione dell'indifferenza. Chiede
una decisione coraggiosa e rischiosa.
L'indifferenza tormenta chi racconta un pezzo
della sua vita, frammischiato alla vita di altri, per la vita dei suoi
interlocutori. Chiede una decisione: per la logica che percorre il racconto
o contro di essa. Non lo fa in modo duro e sicuro, mettendo davanti le
esigenze indiscutibili della verità.
Lo fa per la vita. Per questo chiede una decisione,
raccontando storie.
La narrazione come fonte di stupore
La narrazione assicura comunicazione coinvolgente
anche perché sa scatenare quel clima di stupore, che è condizione
fondamentale per accettare di mettere in discussione il proprio mondo interiore
e per affacciarsi a quello dell'altro, sconosciuto e indecifrabile sempre.
Questo è un aspetto molto importante.
Infatti, chi accetta di sperimentare la vertigine e il tremito dello stupore,
sa esporsi all'inatteso. Non cerca solo le strade già note e quelle
già sperimentate da una lunga dimestichezza. Si lascia invece sorprendere
dall'ignoto.
Di stupore ce ne vuole molto, quando ci si mette
a giocare con il senso dell'esistenza e si costruiscono i frammenti di
una speranza che sa resistere anche al timore e alla sconfitta della morte.
Due aspetti, molto interdipendenti, assicurano
alla narrazione la capacità di generare stupore.
Nella narrazione si intrecciano avvenimenti e
il loro senso in una successione nel tempo, che aiuta a ritrovare, in collegamento
vitale, fatti, valori, idee, sentimenti degli eventi raccontati e l'orientamento
esistenziale di chi racconta, il suo modo di vedere le cose e di entrare
in rapporto con gli altri, gli eventi, il mondo.
Viene così organizzato il tempo: il presente
si riempie di passato, fino a portare a memoria quello che è stato
vissuto ed è ormai dimenticato; il presente si riempie anche di
prospettiva, perché persino il futuro assume i toni caldi ed esperienziali
di un presente narrato.
Lo sguardo verso il futuro è pieno di
speranza. Il racconto si protende verso l'avventura non ancora sperimentata,
per mostrare come quello che è collocato oltre diventa la ragione
di quanto si sta vivendo.
La storia raccontata infatti "finisce bene".
Per questo produce stupore e speranza, in un contesto in cui le belle storie
sembrano fatte apposta per finire male. Ciò che permette alla storia
di "finire bene" non è qualcosa di "logico" rispetto all'intreccio
degli avvenimenti. E neppure è l'esito del sottile gioco dell'astuzia
o della potenza degli interlocutori. Tutto questo non genera stupore. Produce
soltanto sicurezza e, spesso, un pizzico di gelosia. Finisce invece "imprevedibilmente"
bene: quando tutti i conti sembravano orientati in una direzione, le logiche
si capovolgono improvvisamente e felicemente.
La grande storia che finisce bene è il
racconto della croce di Gesù. L'avevano conquistato e distrutto,
per eliminare un riferimento inquietante. E stavano ormai festeggiando
la vittoria della loro malvagità. All'improvviso, quando persino
gli amici si erano piegati alla disperazione dei fatti, la vita sconfigge
la morte. Il crocifisso è il Risorto, vincitore della morte per
sé e per gli altri.
I cristiani raccontano questa meravigliosa storia,
nella trepida speranza che continui a succedere così. Ne abbiamo
molte prove: l'avventura dei credenti è tutta segnata da crocifissi
risorti.
I segni sono però tutti nel passato; non
possono servire come dimostrazione, ma solo come "scommessa". Verso il
futuro siamo ancora nella attesa e nella speranza. Raccontando questa storia
di vita, suscitiamo stupore e speranza.
Raccontare è quindi riproporre una interpretazione
della vita, riproducendo quello che è accaduto e, addirittura, inventando
quello che si sogna possa accadere. E questo con una sequenza che non è
mai "questa e solo questa", come quando si cerca di dimostrare un teorema
di matematica o una legge di fisica. Nell'infinito susseguirsi dei tanti
possibili eventi del reale, il racconto ne sceglie alcuni e li organizza
in una proposta che continua a restare "racconto": un modo soggettivo e
autoimplicativo di porsi di fronte ad una realtà che viene riconosciuta
più grande e solenne di quella raccontata.
L'incontro non si chiude nel semplice gioco di
due soggettività, con il rischio di intristire in un sostegno reciproco
che assomiglia tanto alla disponibilità del cieco a diventare guida
di un altro cieco.
Il racconto immerge, al contrario, nel mistero
del tempo, tra passato e futuro, in avvenimenti vissuti e sognati che danno
consistenza alla speranza, in un incontro solidale tra persone che vivono
una storia comune, partecipando al racconto.
COSA E' "NARRAZIONE"?
Abbiamo fatto un'operazione strana. Abbiamo affermato
che la "narrazione" può rappresentare un modello privilegiato di
comunicazione, senza dire esattamente che cosa è.
L'abbiamo fatto apposta... per essere fedeli
ad un metodo narrativo mentre ne affermiamo l'importanza.
E' tempo però di dare una descrizione
di narrazione, indicando il suo movimento linguistico e precisando cosa
in concreto distingue l'invito a privilegiare i modelli narrativi, rispetto
a quelli argomentativi e denotativi.
Un simpatico racconto aiuta a rispondere alla
domanda, proprio attraverso un metodo narrativo.
"Si pregò un rabbi, il cui nonno era stato
alla scuola di Baalschem, di raccontare una storia. Una storia, egli disse,
la si deve narrare in modo che possa essere d'aiuto. E raccontò:
Mio nonno era paralitico. Un giorno gli si chiese di narrare una storia
del suo maestro. Ed allora prese a raccontare come il santo Baalschem,
quando pregava, saltellasse e ballasse. Mio nonno si alzò in piedi
e raccontò. Ma la storia lo trasportava talmente che doveva anche
mostrare come il maestro facesse, cantando e ballando lui pure. E così,
dopo un'ora, era guarito. E' questo il modo di raccontare storie".
Questo testo propone un modello di comunicazione,
dotato di un indice molto alto di capacità evocativa e di autocoinvolgimento.
Per questo lo citano in tanti come esempio interessante di "narrazione".
Riletto all'interno delle esigenze tipiche dell'evangelizzazione, suggerisce,
con una facile trasposizione, quali sono le condizioni che deve possedere
una narrazione per diventare momento di evangelizzazione, senza banalizzarsi
a vuota fabulazione.
Comunicazione di una esperienza
In primo luogo, è narrativo quel modello
di evangelizzazione che è costruito sulla comunicazione dell'esperienza
di colui che narra e di coloro a cui si rivolge il racconto.
Tante volte ci siamo impressionati fortemente
dal tono delle grandi catechesi apostoliche, come sono documentate dagli
Atti e dalle Lettere. Giovanni, per esempio, apre la sua Lettera con una
testimonianza solenne: "La vita si è manifestata e noi l'abbiamo
veduta. Noi l'abbiamo udita, l'abbiamo vista con i nostri occhi, l'abbiamo
contemplata, l'abbiamo toccata con le nostre mani" (1 Gv 1, 1-2).
Anche Paolo ricorda l'esperienza personale quando sottolinea i temi centrali
della sua predicazione (si veda, per esempio, 1 Cor 15 e 2 Cor
12).
Questa è una dimensione qualificante dell'annuncio
cristiano: quello che viene comunicato proviene da una esperienza personale
diretta e si protende verso gli altri con l'intenzione esplicita di suscitare
nuove esperienze. Esso non è prima di tutto un messaggio, ma una
esperienza di vita che si fa messaggio, in una catena ininterrotta che
riporta all'esperienza fondante che alcuni credenti hanno avuto in Gesù.
Chi racconta sa di essere competente a narrare
solo perché è già stato salvato dalla storia che narra;
e questo perché ha ascoltato questa stessa storia da altre persone.
La sua parola è quindi una testimonianza; la storia narrata non
riguarda solo eventi o persone del passato, ma anche il narratore e coloro
a cui si rivolge la narrazione. Essa è in qualche modo la loro storia.
Chi narra, lo fa da uomo salvato, che racconta la sua storia per coinvolgere
altri in questa stessa esperienza.
Una comunicazione che spinge alla sequela
In secondo luogo, la narrazione si caratterizza
per l'intenzione autoimplicativa. La formula di gergo sottolinea una esigenza
fondamentale: l'evangelizzazione è sempre il racconto di una storia
che spinge alla sequela. La sua struttura linguistica non è finalizzata
cioè a dare delle informazioni, ma sollecita ad una decisione di
vita.
L'invito alla conversione non viene assicurato
perché sono diffuse informazioni non ancora note, ma perché
l'interlocutore viene chiamato in causa in prima persona. Non può
restare indifferente di fronte alla provocazione: le due braccia spalancate
del padre che aspetta con ansia il ritorno a casa del figlio perduto, costringono
a decidere da che parte si vuole stare. Nasce formazione non sulla misura
delle cose nuove apprese, ma nel riconoscimento dello stile di vita a cui
sono sollecitati coloro che desiderano far parte del movimento dei credenti.
Abbiamo già sottolineato la cosa nella
ricostruzione dei racconti della Cena, fatta nel primo capitolo.
Altri esempi vengono dalle parabole. Esse non
sono il resoconto di avvenimenti, consegnati all'analisi critica dello
storico. Non sono preziosi e significativi perché riusciamo a ricostruire
il tempo e il luogo in cui si svolge l'avvenimento narrato o perché
possiamo verificare la congruenza dei particolari. Sono invece una chiamata
personale a coinvolgersi nell'avvenimento per prendere posizione.
La scelta di privilegiare una prospettiva implicativa
su quella descrittiva è importante anche per una ragione di competenza.
Quando si è chiamati a trasmettere informazioni
tecniche, il diritto alla parola viene misurato sulla competenza posseduta:
chi conosce le cose da dire, può parlare; chi non le conosce bene,
deve tacere.
Quando invece al centro della comunicazione c'è
l'invito alla sequela e al coraggio della conversione, la scienza non basta
più. Ci vuole la passione e il coinvolgimento personale. Il diritto
alla parola non è riservato solo a coloro che sanno pronunciare
enunciati che descrivono in modo corretto e preciso quello a cui ci si
riferisce. Chi ha vissuto una esperienza salvifica, la racconta agli altri;
così facendo aiuta a vivere e precisa lo stile di vita da assumere
per poter far parte gioiosamente del movimento di coloro che vogliono vivere
nell'esperienza salvifica di Gesù di Nazareth.
Per questa ragione, l'evangelizzazione è
sempre interpellante.
La comunità ecclesiale sa che l'esito
resta imprevedibile, consegnato al misterioso gioco di due libertà
(quella di Dio e quella dell'uomo) a reciproco confronto. Non per questo
narra la storia di Gesù in modo rassegnato o distaccato, quasi che
le bastasse pronunciare le parole che deve dire, per assolvere la sua missione.
La comunità ecclesiale sa che è autentica la storia narrata
solo quando viene avvertita come storia interpellante. Per questo è
tormentata dall'indifferenza. Vuole una scelta di vita: per Gesù
o per la decisione, folle e suicida, di salvarsi senza di lui.
Una comunicazione che anticipa nel piccolo
quello che si annuncia
In terzo luogo, l'evangelizzazione è narrativa
quando possiede la capacità di produrre ciò che annuncia,
per essere segno salvifico. Il racconto si snoda con un coinvolgimento
interpersonale così intenso da vivere nell'oggi quello di cui si
fa memoria. La storia diventa racconto di speranza.
Non si tratta di ricavare dalla memoria di un
calcolatore delle informazioni fredde e impersonali, ma di liberare la
forza critica racchiusa nel racconto.
I cristiani sono per vocazione gli annunciatori
della speranza, perché testimoni della passione di Dio per la vita
di tutti.
Per poter parlare in modo sensato della salvezza
di Dio che è Gesù dobbiamo mostrare con i fatti che è
possibile crescere come uomini e donne nella libertà e nella responsabilità,
capaci di amare in modo oblativo, impegnati per la realizzazione della
giustizia, testimoni del senso della sofferenza e della morte. Solo così,
possiamo mostrare efficacemente "la forza dello Spirito, quella che può
essere vista e udita" (At. 2, 33), quella che si traduce in gesti
che non sono mai posti invano (Gal. 3, 4).
Annunciare la fede significa dunque narrare di
un Dio "che dona lo Spirito e opera meraviglie" (Gal. 3, 4), poggiando
questa narrazione "non su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione
dello Spirito e della sua potenza" (1 Cor. 2, 4).
La comunità ecclesiale condivide la storia
e la vita di tutti, per gridare, a parole e con i fatti, dal suo interno
la grande promessa di Dio, che la riguarda direttamente: "Fra poco farò
qualcosa di nuovo. Anzi ho già incominciato. Non ve ne accorgete?"
(Is 43, 18-19).
Così chi narra di Colui che ha dato la
vista ai ciechi e ha fatto camminare gli storpi, fa i conti con la quotidiana
fatica di sanare i ciechi e gli storpi di oggi. Anche se annuncia
una liberazione definitiva solo nella casa del Padre, tenta di anticiparne
i segni nella provvisorietà dell'oggi.
Troppe volte le situazioni tragiche restano nella
loro logica disperata ed oppressiva. Sembrano un grido di rivolta contro
l'evangelo della vita e della speranza.
Il racconto della storia di Gesù, a differenza
dell'argomentazione che tutto spiega e su ogni caso ha la parola sicura,
parla con concretezza e con realismo della sofferenza dell'uomo. Non possiede
la chiave dialettica per risolvere tutte le situazioni e non ha la pretesa
di districare in modo lucido i meandri oscuri della storia. Condivide il
cammino faticoso dell'uomo; cerca di superare le contraddizioni in compagnia
con tutti; parla, con parole buone, rispettose, riconcilianti, concrete.
La parola evangelizzata mostra con i fatti il
Dio della vita: libera e risana, rimettendo a testa alta chi procede distrutto
sotto il peso degli avvenimenti, personali e collettivi; restituisce dignità
a coloro a cui è stata sottratta; dà a tutti la libertà
di guardare al futuro, in una speranza operosa, verso quei cieli nuovi
e nuove terre dove finalmente ogni lacrima sarà asciugata (Apoc
21).