Riccardo Tonelli
Chi ha voglia di occupare un poco di tempo,
può divertirsi a cercare quale espressione ritorna con maggior frequenza
su «Note di pastorale giovanile». La ricerca sulla frequenza
permette di individuare cosa stia a cuore ad una persona (o ad una istituzione)
o cosa maggiormente la preoccupi. L’avventura può diventare ancora
più stimolante se i risultati sono visualizzati attraverso grafici
che indichino la curva di sviluppo del tema.
Non siamo in grado di documentare l’impressione…
proprio per questo abbiamo lanciato l’invito alla ricerca. Siamo convinti
però che tra le espressioni di sostanza, che ritornano con maggior
insistenza, vada certamente collocato il riferimento all’evento e al metodo
dell’Incarnazione. Si tratta, infatti, di una delle scelte più precise,
consapevoli e forti suggerite dalla rivista a chi cerca ragioni per orientare
e giustificare il suo progetto di azione pastorale verso i giovani.
Negli ultimi anni, nella prassi pastorale
delle comunità ecclesiali italiane, si sono affacciati altri orientamenti.
Qualche volta si è trattato di una maturazione di prospettiva e
di una visione più articolata di un problema impegnativo. Altre
volte, invece, resta l’impressione di una certa superficialità,
che si lascia sedurre da formule ad effetto e rinuncia a quel riflettere
teologico che rappresenta una dimensione irrinunciabile dell’azione pastorale.
La decisione di non annoiare con la ripresa
di temi troppo sottolineati ha spinto la rivista a dare per scontato quello
che per i lettori affezionati poteva certamente esserlo, lasciando però
scoperto chi poteva aver bisogno di suggerimenti diversi.
Per questo abbiamo deciso di ritornare sul
tema, mettendo a frutto il cammino percorso in questi anni dalla riflessione
e dalla prassi pastorale, per fare il punto su una scelta di quadro e mostrare
gli esiti che da essa possono scaturire.
CRITERI PER ELABORARE IL PLURALISMO
Il vissuto ecclesiale attuale è attraversato
da un forte pluralismo di modelli, teorici e pratici. Non si tratta, certamente,
di pluralismo solo formale, come se si usassero dei sinonimi per esprimere
le stesse realtà. Alla radice ci sono interpretazioni diverse degli
stessi contenuti della fede e un differente modo di concepire l’uomo e
i processi finalizzati alla sua educazione.
Di fronte a questa situazione sono molte le reazioni
possibili.
Qualcuno contesta il diritto all’esistenza di
un pluralismo in ambito pastorale. Sogna i tempi in cui le scelte filavano
pacifiche e uniformi. Di conseguenza, si impegna affannosamente ad immaginare
rimedi e correttivi.
Qualche altro, al contrario, fa del pluralismo
l’ultima frontiera. Gli va bene tutto e non ha nessuna nostalgia per i
tempi passati. Forse, in modo più o meno consapevole, si rende conto
che in un clima come questo... anche le sue scelte ritrovano il diritto
alla cittadinanza.
A noi non piace né l’una né l’altra
prospettiva.
Riconosciamo che il vissuto ecclesiale autentico
è un prezioso luogo di presenza dello Spirito, da cui rinvenire
indicazioni per nuove prassi pastorali. Ci preoccupa la constatazione che
questo vissuto è attraversato da un pluralismo tale che sembra difficile
poter raccogliere suggerimenti, se non dopo averlo elaborato e, in qualche
modo, ricondotto verso orientamenti più unitari.
Come fare un po’ di ordine nel groviglio delle
opportunità?
L’unica strada sembra quella dei «criteri».
Criterio significa norma su cui si fondano le distinzioni, i giudizi, le
diverse linee di azione e di condotta. Nella definizione entrano soprattutto
due elementi: la norma che dà gli orientamenti pratici; le azioni
e le scelte, espresse dal soggetto, orientate dalle norme stesse.
Il criterio non risolve la fatica di dover scegliere
tra possibilità diverse, ma illumina le opportunità e sollecita
verso direzioni precise. In questo senso, sta prima dell’azione e del progetto:
offre l’ispirazione all’una e all’altra. Non è prassi ma ispirazione.
Senza orientamenti comuni, l’azione pastorale
assomiglia ad un grosso condominio, fatto di appartamenti diversi, all’interno
dei quali ciascuno ha il diritto di fare quello che gli piace, alla condizione
di rispettare la pace degli altri, tenendo basso il volume dello stereo
e bloccando ogni rumore ad un’ora pattuita della notte.
Come trovare i criteri
In genere, è abbastanza largo il
consenso sulla esigenza di criteri, capaci di elaborare il pluralismo e
di verificarlo, senza scivolare nuovamente nel dogmatismo. Le difficoltà
incominciano quando si passa dal piano dei principi a quello delle decisioni.
Qui le strade si dividono.
Qualche operatore pastorale vorrebbe i criteri
già pronti all’uso, elaborati da qualche centro di studio e, magari,
suffragati dall’autorevolezza del proponente. Non condivido questa ipotesi,
perché assomiglia alla ricerca nostalgica di un’oasi felice, dove
non soffi il vento del pluralismo.
Per decidere i criteri preferisco un’altra procedura.
Il punto di partenza consiste nella individuazione,
la più precisa possibile, di quale possano essere le ragioni che,
a monte della prassi, spingono verso il pluralismo e di quali sono invece
i punti di convergenza, assodati e condivisi, anche se non sempre in modo
esplicito.
Interrogativi e constatazioni vanno lanciati
sulle fonti della fede e della esperienza cristiana. Provocate da concrete
questioni, esse aiutano a cogliere suggerimenti, che altrimenti resterebbero
nascosti o vaghi. Le fonti diventano così capaci di suggerire qualcosa
a chi va cercando qualcosa cui ispirarsi.
In questa prospettiva, le fonti non dicono cosa
fare e cosa evitare.
Chi le utilizza per sapere, in situazione, cosa
fare e cosa evitare, le tradisce.
Invece di chiamare a libertà e responsabilità,
le fa diventare una specie di premessa obbligatoria, da cui derivare le
norme per l’azione… con il rischio di buttare ai margini ogni esigenza
di sospetto ermeneutico.
Le fonti, rese eloquenti dagli interrogativi,
aiutano ad elaborare i «criteri».
LA PRASSI PASTORALE PER I CRITERI
L’indicazione, appena annotata, circa il luogo in cui trovare i criteri va presa sul serio e, di conseguenza, va tradotta in constatazioni precise e concrete. Si tratta, infatti, di raccogliere, dal vissuto pastorale attuale, gli interrogativi ed, eventualmente, quei punti di convergenza che aiutino a decifrare meglio gli interrogativi. Tutto questo prezioso materiale ci aiuterà a «far parlare», in modo eloquente, le fonti della fede.
Qualche problema spicciolo
Basta guardarsi d’attorno per scoprire quanti
problemi «teorici» quotidianamente incontriamo nella nostra
azione pastorale. Chi è impegnato nell’attività concreta…
forse sa elencare meglio quelli pratici e, probabilmente, fa un poco di
fatica a riconoscersi nelle note che seguono. Se ci pensa però con
un poco di calma, s’accorge che a monte delle sue decisioni e dei suoi
progetti stanno molte delle questioni elencate nelle righe seguenti.
Dalle diverse soluzioni ai problemi nasce il
pluralismo… e quegli interrogativi che, indirettamente, invocano orientamenti
comuni.
Faccio qualche esempio.
A proposito di educazione
Si parla spesso oggi di dimensione educativa della
pastorale. La comunità ecclesiale italiana è stata sollecitata,
anche dei suoi Vescovi, a prendere sul serio il servizio educativo e a
riempire la stessa evangelizzazione di una forte risonanza educativa.
Ma… cosa significa «educazione»?
Quali sono gli ambiti dell’educazione e quelli dell’evangelizzazione? Che
tipo di dialogo va realizzato tra queste due istanze, certamente assai
diverse? Chi decide la qualità dei processi: l’educazione o l’evangelizzazione?
E, in ultima analisi, chi parla di educazione nell’ambito della pastorale
giovanile, assume il riferimento all’educazione con la stessa risonanza
con cui ne parlano le scienze dell’educazione… oppure ha un modello tutto
suo, aggiustato sulle sue misure?
Quando la pastorale è preoccupata più
dell’oggetto della proposta che della condizione esistenziale della comunicazione
e del livello di maturità dei destinatari, resta l’impressione che
la voce «educazione» sia assunta in modo molto riduttivo. La
fede risulta così ancorata ad un mondo di contenuti immobile, fuori
dai problemi quotidiani. La vita è considerata soltanto il luogo
della coerenza, il luogo in cui la persona dimostra di aver accolto il
dono della fede perché la traduce in gesti coerenti. I sacramenti,
la vita liturgica, la preghiera sono mezzi sempre e sicuramente efficaci
nei confronti della crescita di fede. La pastorale svolge perciò
la sua missione quando favorisce il contatto frequente, la partecipazione
corretta, la ripetizione costante, senza porsi altre preoccupazioni di
carattere antropologico.
Invece coloro che sono attenti alle reazioni
e alle disposizioni del soggetto, ai suoi ritmi di maturazione e alle sue
crisi; coloro che desiderano aiutare i giovani a scoprire nella Parola
di Dio e nella vita liturgica una «risposta» congeniale con
le attese più profonde (senza, per questo, vanificare il carattere
fondamentale di «proposta» che compete alla fede); coloro che
animano l’esperienza sacramentale in modo da favorire l’assunzione nel
quotidiano di quegli atteggiamenti di vita che il sacramento celebra (penitenza,
conversione, gratuità, incontro, amore...): tutti costoro vogliono
costruire un rapporto stretto tra educazione e educazione alla fede. Si
espongono però a rischi non piccoli: sembra quasi che la forza della
fede venga vanificata.
Altra questione, collegata alle precedenti, è
quella della possibilità o meno di intervenire educativamente nell’educazione
alla fede. Questa è la domanda che implicitamente si pone ogni persona
impegnata nell’educazione alla fede: si può educare alla fede oppure
no? Le risposte – soprattutto quelle pratiche – sono moltissime e assai
diverse.
Coloro che riconoscono l’educabilità della
fede sono spesso critici nei confronti dell’universo culturale in cui sono
espressi i contenuti e i gesti della fede e tentano, di conseguenza, una
riformulazione più vicina all’attuale cultura giovanile. Questa
sensibilità è derivata dalla ricerca di un dialogo corretto
tra fede e cultura e dall’utilizzazione di approcci anche antropologici
per descrivere la realtà. Chi sottolinea l’educabilità della
fede è costretto, infatti, a lavorare mediante processi interdisciplinari.
Chi invece la rifiuta, preferisce distinguere
le competenze e definisce i compiti della pastorale solo a partire dalla
teologia, valutando pericolose le contaminazioni, in questo ambito, con
le scienze dell’uomo. Di conseguenza, afferma che la fede è dono
di Dio, punto e basta… anche se poi si affanna su mille ritrovati che sembrano
voler dare una mano all’azione dello Spirito. Certamente, però,
colpisce la coerenza di coloro che riconoscono la totale alterità
del dono di Dio rispetto alle metodologie educative e assumono una coraggiosa
reazione dialettica nei confronti di una pastorale troppo tecnica o troppo
elaborata.
È difficile decidere da che parta sta
la ragione. In una parte, però, dobbiamo pure schierarci.
A proposito di salvezza
Alla radice di ogni progetto pastorale sta l’impegno
di realizzare la salvezza nelle concrete situazioni di vita. La consapevolezza
è fuori discussione.
Da questo punto di vista non ci dovrebbe essere
posto per pluralità di modelli. E invece i modelli concreti di azione
sono spesso tanti quante sono le persone impegnate. Significa che ciò
che sembra comune e condiviso, alla prova dei fatti non lo è per
nulla.
Ed è logico.
Tutti sanno quanto il tema della salvezza cristiana
sia sempre stato al centro di vivaci polemiche in campo teologico. Oggi
non si sono certo stemperate, anche se sta prevalendo l’abitudine di fare
le proprie scelte senza discutere troppo con chi la pensa in altro modo.
Tre ragioni si intrecciano profondamente: la
specificità della salvezza cristiana rispetto ad altre concezioni
di salvezza, il rapporto tra presente e futuro, il rapporto tra il dono
di Dio e la responsabilità dell’uomo.
Nelle definizioni di salvezza presenti nella
Chiesa, è costante la preoccupazione di mettere in evidenza la sua
radicale originalità nei confronti dei progetti salvifici che si
limitano a proporre soluzioni che riguardano solo la trama della nostra
esistenza quotidiana, senza nessuna apertura verso il mistero che sta oltre
la storia umana. Le diverse definizioni di salvezza si orientano a riconoscere
che la dimensione specifica della salvezza cristiana consiste in una pienezza
di vita, che il Padre, in Gesù Cristo, per lo Spirito Santo, comunica
all’uomo, dono che lo rende partecipe di comunione definitiva con lui.
Anche a questo livello ci sono indicazioni comuni: la liberazione dal peccato,
che è la causa profonda di tutte le situazioni umane di non-salvezza,
e la novità di esistenza che rende figli di Dio nella comunione
di vita con il Padre e con i fratelli.
Questo dato comune si esprime però secondo
modalità concrete diverse. Il rapporto tra la storia quotidiana
e quello che capiterà alla fine dei tempi, viene risolto spostando
l’indice più dalla parte dell’oggi o più dalla parte del
futuro. In altri casi varia notevolmente il modo concreto di comprendere
peccato e novità di vita. Si oscilla tra visioni molto attente alla
dimensione quotidiana e sociale della vita, e visioni dove tutto è
riferito al solo rapporto personale con Dio.
Un’altra grossa questione è quella del
significato della libertà e responsabilità dell’uomo nell’accogliere
il dono di Dio. In che modo rispondiamo al dono di Dio? Come gli manifestiamo
la gioia della nostra accoglienza? Le prospettive si fanno diverse.
Dalla figura di salvezza derivano anche i modelli
di spiritualità.
Per valutare il peso della questione, basta pensare
ai libri di spiritualità, alle pratiche devote che vengono consigliate
e, soprattutto, ai modelli di santità raccomandati.
Secondo molti modelli di spiritualità,
vivere nella santità e riempire la propria esistenza dell’esperienza
di Dio significa fuggire dal nostro presente, rinunciando a tante cose
che condividiamo con gli altri uomini. Se accogliamo un’altra figura di
salvezza, ha senso ancora un tipo di spiritualità come è
questa? E quale in concreto?
A proposito di sacramenti
Dalla figura di salvezza in cui ci si riconosce
nasce, immediatamente, un modo di decidere quale debba essere la funzione
dei sacramenti nella comunità ecclesiale.
Nel modello teologico che pensa all'incontro
tra Dio e l'uomo secondo uno schema dualista, il punto di partenza è
una distinzione rigida tra mondo sacro e mondo profano. Il mondo sacro
è quello di Dio, tutto avvolto nella sua grazia di salvezza: il
mondo della trascendenza e della «grazia». Il mondo profano
è il nostro mondo quotidiano, quello che in cui si svolge l'avventura
della vita di tutti i giorni.
La salvezza si realizza quando quello che non
appartiene ancora al mondo di Dio, viene trascinato nel suo mondo, sotto
la spinta potente del gesto divino. Di conseguenza i sacramenti sono pensati
come gli interventi diretti e quasi databili di Dio, mediante cui egli
sottrae frammenti dal mondo profano e li colloca in quello sacro. Senza
l'azione sacramentale, il nostro mondo, nel suo insieme, resta immerso
nel peccato e lontano da Dio.
In questo modello, la funzione dei sacramenti
è precisa: sono i mezzi della salvezza, perché sottraggono
dalle situazioni di pericolo. La consapevolezza della loro urgenza porta
a preoccupazioni estreme circa le condizioni per celebrarli bene. Le raccomandazioni
e le paure trasformano l'incontro salvifico in una specie di incubo che
riguarda condizioni personali e oggettive: avrò fatto bene tutte
le cose? È proprio questo quello che ci vuole?
Non tutti però pensano ai sacramenti secondo
questo schema.
Da «mezzo di salvezza», in una visione
teologica che riconosce la presenza di Dio all’opera nella vita quotidiana
e rifiuta le concezioni dualiste, il sacramento diventa un evento specialissimo
della grazia di Dio, già diffusa nella vita quotidiana. Celebrando
questa presenza, è infranto il velo del silenzio. La voce di Dio
risuona solenne come esperienza di salvezza. Senza questo evento, il silenzio
renderebbe vano e inefficace il dono. L'uomo distratto resterebbe, triste
e solo, fuori da ogni personale esperienza di salvezza.
I sacramenti rappresentano, perciò, il
punto d'incontro con Dio, più alto e intenso: in essi il tempo entra
nell'eternità e l'eternità pervade il tempo. Portando a Dio
la nostra esistenza e l'anelito della storia di tutti, ritroviamo pienezza
di vita e sostegno alla nostra speranza. Le conseguenze pratiche sono notevolissime.
I luoghi dell’azione pastorale
Il quarto esempio lo ricavo da una sensibilità
recente, che sta consolidandosi nella comunità ecclesiale e mette
in crisi molti modelli tradizionali di azione pastorale. In sintesi, si
può esprimere con un interrogativo: dove facciamo pastorale?
Anche qui, le diversità sono tutt’altro
che piccole. È importante scoprire su quali ragioni sono fondate,
per poter scegliere a ragion veduta.
Le comunità ecclesiali possiedono strutture
e istituzioni proprie: oratori e centri giovanili, luoghi di incontro e
di divertimento, gruppi e movimenti, attività e iniziative dai mille
volti… Sono nate sull’impegno e la responsabilità di servire più
adeguatamente l’educazione cristiana dei giovani. Hanno una lunga tradizione
alle spalle. Molte persone hanno orientato la loro vita (a tempo pieno
totale alcune, a tempo pieno parziale altre) al servizio dell’animazione
di queste strutture.
Rappresentano i luoghi dell’azione pastorale
o essa si può (ed eventualmente, si deve) realizzare altrove? Se
privilegiamo i luoghi della vita quotidiana dei giovani e impegniamo le
comunità ecclesiali ad intercettarli là dove essi vivono
continuamente, dobbiamo sbaraccare questi luoghi? Al contrario, vanno riaffermati
con forza, immaginando tutto quello che può di nuovo renderli adeguati
ad assicurare uno spostamento dei giovani dai luoghi di vita verso una
presenza in essi? Si può immaginare un impegno di partecipazione
«ad ore»… come uno si fa le otto ore sul posto di lavoro e
si gestisce poi a piacimento il resto della giornata e le altre giornate
non lavorative?
Dai fatti agli interrogativi
L’azione pastorale si esprime in moltissime scelte
pratiche. Esse rispondono alle differenti sensibilità, alle urgenze
che il contesto lancia, a quella passione per la causa di Gesù,
irriducibile a formule schematiche. Questo pluralismo operativo è
espressione di ricchezza e consapevolezza di quanto sia grande l’evento
che vogliamo servire e povera la nostra modalità di servizio.
Sono presenti però anche ragioni più
profonde, frutto delle diverse teologie e antropologie correnti oggi nel
panorama ecclesiale.
In ultima analisi sono convinto che siano riducibili,
senza eccessive forzature, all’atteggiamento assunto nei confronti della
vita quotidiana (valori, esperienze, desideri, attese).
Lo posso dire con un esempio. È facile
raccogliere commenti di questo tipo, dopo una bella omelia… molto terra
terra rispetto ai toni aulici cui siamo abituati: «Bella predica…
di quelle che si ascoltano con gusto… però… un poco troppo umana».
In questo giudizio viene tacciato di eccessiva «umanità»
quell’intervento che lascia l’impressione di prendere sul serio la vita
concreta, le sue preoccupazioni, il suo linguaggio, i suoi modelli logici
e comunicativi. Le attese di chi non è contento corrono altrove:
verso raccomandazioni e riferimenti molto più «soprannaturali»,
quelli tipici di un certo linguaggio religioso.
Sembra quasi che l’umano si contrapponga al soprannaturale…
fino al punto che vengono accolti in modo tranquillo una serie di suggerimenti
che di umano hanno poco (basta pensare a certi modelli di spiritualità…)
nel nome e nelle esigenze del soprannaturale.
A questo livello le domande coinvolgono in prima
persona il domandante stesso. Si ritorna così, in modo nuovo e molto
più coinvolgente, a quella soglia di «sensibilità personale»
di cui dicevo prima.
Ai primi livelli di analisi delle ragioni del
pluralismo, potevamo avere ancora l’impressione che il problema fosse di
scuole teologiche e pastorali. Qualcuno diceva: io ho studiato in una facoltà
diversa dalla tua… e ho imparato a vedere le cose in un modo diverso. Schierati
sulle differenti scuole di pensiero e di progettazione pastorale, lo scontro
correva sugli autori di riferimento da citare o sui frammenti di documenti
autorevoli. Poi, un poco alla volta, molti di noi hanno scoperto quanto
l’azione pastorale diventi coinvolgente. Per comunicare qualcosa su Gesù
e la sua proposta di salvezza, ci sentiamo costretti a condividere quella
«Parola di vita che abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi,
l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani» (1 Gv
1, 1).
Per questo la domanda sulla vita quotidiana chiama
in causa una domanda più radicale: Dio, tu chi sei? E io, chi sono?
Sono interrogativi impegnativi perché
c'é sempre sottintesa una formuletta, che serve quasi da firma in
bianco: Dio, chi sei tu per me? E io, chi sono per te?
Dal vissuto indicazioni per rispondere
Il vissuto pastorale, personale e collettivo,
lancia gli interrogativi e, nello stesso tempo, fa intravedere linee di
risposta, interessanti e stimolanti.
Cito due riferimenti, di peso diverso. In queste
due esperienze, la novità di prospettive e l’incontro nella diversità
sono fioriti sulla decisione di fare dell’Incarnazione il criterio normativo
di ogni progetto pastorale.
La storia della «spiritualità giovanile salesiana»
Molte volte, su temi diversi, ho fatto riferimento
ad una esperienza che ha segnato e trasformato l’esistenza e l’impegno
pastorale a molti di noi: la ricerca sulla «spiritualità giovanile
salesiana». La ricordo anche in questo contesto perché considero
quel «vissuto» un modello, ricco e stimolante, per affrontare
i problemi pastorali. Gli esiti della ricerca rappresentano, per molti
di noi, una esperienza particolarmente felice. Prima dei risultati, è
però esperienza felice il modo con cui li abbiamo raggiunti.
Avevamo voglia di costruire un progetto di esistenza
cristiana, da offrire ai giovani che ci chiedevano: chi è il cristiano?
Come vivere la vita quotidiana secondo lo Spirito?
Di risposte ne conoscevamo molte. Confesso però
che ci lasciavano perplessi e delusi, fino al punto di non riuscire a rilanciarle
sui giovani. Temevamo un rifiuto o un’accettazione rassegnata, proprio
a causa della qualità della proposta. Per affrontare in modo serio
gli interrogativi che ogni ricerca sulla spiritualità lancia a chi
non si accontenta di risposte troppo facili ed eccessivamente preconfezionate,
ci siamo messi a confronto con quello che conosciamo del mistero di Dio.
Abbiamo trovato un'indicazione teologica, preziosa
per allargare la riflessione fino agli abissi del progetto di Dio per la
salvezza del mondo. Per scoprire come realizzare la vicinanza di Dio nella
vita concreta, l’unico riferimento sicuro è Gesù di Nazaret.
In lui, Dio si è incarnato, prendendo i tratti del nostro volto
e facendo della nostra vita la sua carne.
La Famiglia salesiana, alla scuola delle straordinarie
intuizioni pastorali di don Bosco, è sempre stata particolarmente
sensibile ai modelli teologici che mettevano l’accento su quel modo di
pensare Dio, che permetteva meglio di scoprirlo vicino alla nostra vita
concreta, pieno di amore accogliente per i suoi figli, soprattutto i più
piccoli e poveri. Certo, il volto di Dio è sempre misterioso e nessuno
può pretendere di descriverlo come egli è. Alcuni modelli
evidenziavano maggiormente i tratti della vicinanza di Dio; altri quelli
del suo splendore e della sua alterità. Don Bosco ci ha insegnato
a preferire i primi ai secondi. Così, quando la Chiesa del Concilio
ha proposto l’Incarnazione come criterio orientatore del profondo rinnovamento
teologico e pastorale della Gaudium et spes, con gioia l’abbiamo subito
fatto nostro.
La «spiritualità giovanile salesiana»
ha assunto le intuizioni di Don Bosco, le ha meditate nell’aria fresca
del Concilio e ha posto l’Incarnazione alla radice della vita cristiana.
L’esperienza della Chiesa italiana
Certo, siamo riusciti a progettare una spiritualità
nel confronto con l’Incarnazione, perché avevamo imparato a pensare
e a progettare in questo modo alla luce di un’altra esperienza, molto più
ampia e decisiva.
La commento, riportando una citazione, classica
nella ricerca teologico-pastorale: «Nella teologia pastorale, come
nella teologia fondamentale e nell’ambito dogmatico della dottrina sulla
giustificazione, esiste una tendenza esclusivamente antropocentrica. Questa
tendenza si è infiltrata nella catechesi, nella predicazione, nella
liturgia e nell’educazione, dall’illuminismo ad oggi, causando un torto
immenso alla corretta comprensione dell’apostolato. Come reazione, è
nato un altro eccesso: un teocentrismo teologico e pastorale che, tutto
attento al mistero, ha perso il senso dei valori umani. Queste due concezioni,
proprio perché sono estremizzate, si richiamano l’una l’altra, si
rinforzano e si condizionano reciprocamente. Percorrono le stesse linee
di sviluppo, perché ciascuna delle due posizioni non esisterebbe
se non ci fosse l’altra. Anche in questo caso, gli estremi si toccano e
si influenzano» (F. X. Arnold).
La Chiesa italiana ha vissuto un’esperienza felice,
che ha permesso il superamento maturo delle contrapposizioni, integrando
in modo corretto la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo,
quando ha elaborato quel grande documento di rinnovamento pastorale che
è Il rinnovamento della catechesi. Dopo lunghe e sofferte
contrapposizioni tra i difensori della svolta antropologica in pastorale
e coloro che spingevano invece verso modelli più teocentrici, essa
ha confessato la sua fede nell’evento di Gesù il Cristo, proclamando:
«Dio stesso, quando si rivela personalmente, lo fa servendosi delle
categorie dell’uomo. Così egli si rivela Padre, Figlio, Spirito
d’amore; e si rivela supremamente nell’umanità di Gesù Cristo.
Per questo, non è ardito affermare che bisogna conoscere l’uomo
per conoscere Dio; bisogna amare l’uomo per amare Dio» (RdC
122).
Anche in questo caso, il rinnovamento è
nato sulla riscoperta del criterio dell’Incarnazione. Lo dichiara, senza
incertezze, un passo fondamentale dello stesso documento: «Chiunque
voglia fare all’uomo d’oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai
problemi umani e tenerli sempre presenti nell’esporre il messaggio.
È questa, del resto, esigenza intrinseca
per ogni discorso cristiano su Dio. Il Dio della Rivelazione, infatti,
è il Dio-con-noi, il Dio che chiama e salva e dà senso alla
nostra vita; e la sua parola è destinata ad irrompere nella storia,
per rivelare a ogni uomo la sua vera vocazione e dargli modo di realizzarla»
(Rdc 77).
L’EVENTO DELL’INCARNAZIONE COME PROSPETTIVA
Gli interrogativi delineati sono inquietanti perché
non riguardano solo la nostra responsabilità pastorale ma chiamano
in causa la nostra esistenza. Con essi «provoco» le fonti della
mia fede: vado alla radice dell’esperienza cristiana. Mi serve, come sostegno
e ispirazione, il vissuto ecclesiale che ho appena ricordato.
Non voglio risposte né di autori né
di documenti. Ho troppa paura di restare prigioniero di altre esperienze
culturali, anche quando le riconosco normative per la mia fede. Ho bisogno
di una piattaforma più consolidata e trasparente. Per questo, vado
maggiormente alla radice. Certamente sono consapevole del profondo intreccio
tra fede e cultura, presente anche nei testi fondamentali della fede cristiana.
Riconosco il peso condizionante della interpretazione e dell’interprete
sull’evento da interpretare… ma non posso evadere da questo (prezioso)
condizionamento. Mi aiuta a cercare «criteri» e non soluzioni
pronte all’utilizzazione.
Ecco l’ipotesi che assumo e rilancio: per scoprire,
nella fede, chi è Dio e chi è l’uomo, mi confronto con l’evento
di Gesù il Cristo, dalla prospettiva dell’Incarnazione.
Le due affermazioni vanno spiegate. In questi
anni, spesso, il rifiuto del criterio dell’Incarnazione ha avuto alla radice
una conoscenza inadeguata di queste constatazioni teologiche.
La prospettiva dell’Incarnazione
Considero, prima di tutto, l’Incarnazione come
prospettiva.
Quando i credenti parlano dell’Incarnazione,
indicano un fatto preciso della vita di Gesù: Dio per salvare l’uomo
ha deciso di farsi uno di noi ed è diventato uomo, con la collaborazione
materna di Maria, in un segmento concreto di tempo e di spazio. In questo
senso l’Incarnazione è solo un frammento della vita di Gesù,
un'esperienza fra le tante. Non possiamo certamente isolarla dal resto
della vita, come non possiamo eliminare le altre sue esperienze, solo perché
questa ci piace un po' di più. L’Incarnazione, di conseguenza, porta
alla Pasqua: Gesù si è fatto uno di noi, per offrire ad ogni
uomo e ad ogni donna il dono della salvezza di Dio.
I discepoli di Gesù, come documentano
i Vangeli, quando parlano dell’Incarnazione non pensano però solo
a questo. Nella loro esperienza l’Incarnazione è come un punto di
prospettiva per vedere il tutto. È un frammento della vita di Gesù,
così decisivo che serve per comprendere il senso del tutto.
Un esempio può aiutare a comprendere meglio
l’affermazione. Chi vuole fotografare un panorama molto ampio, prima di
scattare la sua fotografia storica... deve decidere il punto in cui piazzare
la sua macchina. La scelta è decisiva: la prospettiva influenza
non poco il risultato dell’operazione.
Per i discepoli di Gesù, l’Incarnazione
è come il punto in cui piazzare la macchina fotografica per comprendere
tutta la vita del loro Maestro. L’hanno fatto, con una consapevolezza crescente,
perché così ha voluto Gesù. Basta pensare alle polemiche
infuocate di Gesù con i dottori della legge. Essi giudicano il suo
comportamento, utilizzando come criterio quello che conoscevano di Dio.
Gesù, invece, dichiara loro che l’unica
cosa che potevano conoscere di Dio era lui stesso: nella grazia dell’umanità
che Maria gli ha regalato, lui ha dato un volto a Dio. In Lui il Dio inaccessibile
e misterioso, il Dio ineffabile e trascendente si è fatto «volto»,
è diventato «parola» (cf DV 13). Nel volto e nella parola
di Gesù di Nazaret possiamo parlare di Dio e parlare a Dio. Possiamo
cogliere chi è per noi e che cosa ci chiede.
L’Incarnazione ci ricorda, in ultima analisi,
che Gesù di Nazaret è l’unica strada accessibile per conoscere
il mistero di Dio e quello dell’uomo.
L’evento di Gesù il Cristo
L’altro elemento da chiarire è quello evocato
dall’espressione «l’evento di Gesù il Cristo».
«Evento di Gesù il Cristo»
è un’espressione sintetica che indica il messaggio proposto da Gesù
su Dio. Si parla di «evento» per ricordare che sono molti gli
avvenimenti con cui dobbiamo confrontarci, se vogliamo raccogliere il progetto
di Dio. Al centro sta Gesù di Nazaret: una persona, che ha un nome
e una patria, che ha vissuto la sua esistenza in un segmento preciso e
concreto di spazio e di tempo. Questo Gesù ha suscitato un’esperienza
di sconvolgente e radicale novità in molti uomini. Lo confessano
il «Cristo»: il Messia atteso, il Signore della vita, l’unico
Nome in cui possiamo ottenere la salvezza. Riuniti nel suo nome, si riconoscono
la Chiesa, che continua la sua causa, in ogni tempo e in ogni luogo. La
loro confessione di fede e la prassi della Chiesa apostolica sono decisive
per comprendere chi è Gesù. Anche questi fatti sono parte
dell’evento di Gesù il Cristo. L’evento di Gesù il Cristo
è perciò la storia di Gesù e la storia della fede
operosa che ha suscitato nei primi discepoli e nelle comunità ecclesiali,
nate sulla loro predicazione.
L’Incarnazione è l’esperienza centrale
e fontale della vita di Gesù e della fede che ha suscitato. È
quindi la prospettiva fondamentale da cui possiamo comprendere l’evento
di Gesù il Cristo. Per questo, posso parlare di evento dell’Incarnazione
anche per riferirmi all’evento di Gesù il Cristo.
COMPRENDERE L’EVENTO DI GESU’ CRISTO
Gli interrogativi, cui ogni progetto di pastorale
è chiamato a rispondere, in ultima analisi sono riducibili a due:
chi è Dio e chi è l’uomo. Questi interrogativi vanno lanciati
sulle fonti della fede e dell’esperienza cristiana (l’evento di Gesù
il Cristo, compreso dalla prospettiva dell’Incarnazione).
Ci ho provato e ho scoperto cose bellissime.
Gesù ci rivela un Dio per l’uomo, presente e nascosto
Dobbiamo confrontarci prima di tutto con Gesù
di Nazaret, la sua persona, la sua dottrina, la sua vita trascinata a sperimentare
la morte umana, proposta di una speranza stabile alla vita nella sua vittoria
contro la morte. Proviamo a rileggere il Vangelo, a partire da questa domanda:
chi è Dio per l’uomo? Quale volto di Dio Gesù rivela?
Una pagina è decisiva.
Ascoltiamo il racconto di Luca:
«Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C’era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia. Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio» (Lc 13,10-13). Di fronte alle proteste del capo della sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: «Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?» (Lc 13,16).
Non è l’unico testo di questo tono. Tutto
il Vangelo è scritto così. La voglia di far nascere vita
dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta
le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due,
sembrano il filo rosso che lega tutta l’avventura di Gesù.
Leggiamo qualche altra pagina.
«Giunto all’altra riva, nel
paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero
incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per
quella strada. Cominciarono a gridare: “Che cosa abbiamo noi in comune
con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?”.
A qualche distanza da loro c’era
una numerosa mandria di porci a pascolare; e i demòni presero a
scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci, mandaci in quella mandria”. Egli disse
loro: “Andate!”. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli
dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel
mare e perì nei flutti. I mandriani allora fuggirono ed entrati
in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta
la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo
pregarono che si allontanasse dal loro territorio» (Mt 8,28-34).
L’episodio va compreso bene. L’ho citato apposta
per chiedere di pensare.
I due indemoniati avevano perso la gioia della
loro umanità. Erano costretti a vivere nei sepolcri, in una condizione
di morte anticipata. Vivevano come bestie selvagge: senza amici, tra i
dirupi, privi di libertà. Erano uno spavento per tutti. Per questo
erano sfuggiti da tutti. Gesù li restituisce alla pienezza della
loro umanità: li riveste, li rimanda a casa, li restituisce all’affetto
dei loro amici. Non mettono ormai più paura a nessuno. Sono veramente
passati da morte a vita. La conclusione del racconto non mi sembra importante:
i porci in mare e la rabbia dei guardiani... sono l’appendice spettacolare
di una storia che è tutta un canto alla vita, rifiorita nelle situazioni
più drammatiche.
Aggiungo infine un terzo racconto, anche questo
molto bello, perché mostra che la vita vince anche quando siamo
morti dentro, condannati impietosamente dalla legge o costretti a condannare
senza remissione nel nome della legge.
«Gesù s’avviò
allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo
nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio
e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata
sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato
di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo
alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si
mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo,
alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli
per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per
terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando
dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la
donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna,
dove sono? Nessuno ti ha condannata?”». Ed essa rispose: “Nessuno,
Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va e d’ora in
poi non peccare più”» (Gv 8,1-11).
Quella povera donna colta in flagrante adulterio
era morta ancora prima d’essere uccisa fisicamente a colpi di pietra. Era
morta, nonostante le apparenze, perché si trascinava in una vita
mortifera.
Ed era morta perché ormai condannata senza
pietà dalla legge, buttata come un sacco di patate ai piedi di Gesù,
per ottenere anche da lui l’avallo ad una sentenza già pronunciata.
Erano morti però anche i suoi accusatori:
legati all’osservanza rigida della legge, volevano la distruzione fisica
della peccatrice, per sentirsi vivi perché osservanti delle prescrizioni.
Gesù contesta la possibilità di
rimettere le cose a posto solo attraverso un uso legalista della legge.
Non nasconde il grave peccato della donna né lo copre con un velo
di falsa rassegnazione. Questo modo di fare è ancora dalla parte
della morte.
Rimette in piedi, a testa dritta, la donna peccatrice,
in un gesto d’amore che trasforma. In questa situazione nuova nasce l’invito
a non peccare più. Chi è vivo, deve impegnarsi a vivere da
vivente. Ridà vita anche agli accusatori, liberandoli da un uso
spietato della legge.
Nel nome della vita, Gesù rimette in piedi
e a testa alta tutti coloro che vivono piegati sotto il peso delle sopraffazioni.
Restituisce dignità a chi ne era considerato privo.
Ridà salute a chi è distrutto dalla
malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio è
utilizzato contro la vita e la felicità dell’uomo. Egli è
davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe:
«Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall’Egitto,
perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo
del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta»
(Lev 26,13).
Pensiamo, ancora, alla disputa tra Gesù
e i farisei a proposito della guarigione, avvenuta di sabato, di quel povero
uomo che aveva una mano paralizzata (Mt 12,1-14). Per la teologia
dominante Dio andava onorato prima di tutto rispettando il sabato. L’uomo
paralizzato poteva aspettare: sei giorni della settimana erano a sua disposizione,
il settimo era invece tutto e solo per la gloria di Dio (Lc 13,10-17).
Gesù propone una teologia molto diversa.
La vita e la felicità dell’uomo sono la grande confessione della
gloria di Dio. Anche il sabato è in funzione della vita.
Gesù non chiede di scegliere tra Dio e
la felicità dell’uomo. Afferma, senza mezzi termini, che la gloria
di Dio sta nella felicità dell’uomo. Il sabato è per Dio
quando è per la vita dell’uomo.
La testimonianza degli apostoli
e della prima comunità cristiana
Sappiamo che le parole e le azioni di Gesù
non ci sono giunte in una registrazione fredda e impersonale, quasi fosse
un resoconto stenografico o un’immagine fotografica. Esse sono state trasmesse
attraverso la fede appassionata di uomini che, animati dallo Spirito, hanno
colto il senso dell’esistenza di Gesù e l’hanno espresso nella testimonianza
della parola e della vita.
Evento di Gesù il Cristo è anche
questa esperienza della Chiesa apostolica, espressa nei testi dei Vangeli,
degli Atti, delle Lettere e nella prassi ecclesiale adottata. Per cogliere
il significato dell’evento dell’Incarnazione, dobbiamo perciò orientare
la nostra ricerca anche nella direzione di questa testimonianza apostolica.
I discepoli di Gesù avevano capito di
essere amati e pensati da lui. Essi sperimentavano che in Gesù la
vita umana trovava un senso. La loro situazione esistenziale, spesso senza
speranza e senza prospettive, carica di tanti problemi, diventava per Gesù
importante, interessante, affascinante. Era qualcosa che Gesù faceva
pienamente suo. Assunta in Gesù, questa stessa esperienza, povera
e fragile, veniva restituita ai discepoli piena di significati.
Essi poi compresero che tutto questo Gesù
lo diceva e lo faceva nel nome di quel Dio che chiamava «Padre».
Nella bontà che gli uomini sperimentavano in Gesù, nel suo
perdono, nella sua proposta di libertà, di gioia, di significato
alla vita, c’era il Padre. Nel contatto quotidiano con Gesù, gli
apostoli hanno incontrato Dio e l’hanno scoperto come un Dio vicino e accogliente.
In Gesù hanno sperimentato che Dio dona la salvezza in uno stile
insperabilmente originale: salva nella solidarietà, in una compagnia
così profonda con ogni uomo da farsi realmente uomo.
Dopo la morte e la resurrezione di Gesù
la comunità ecclesiale si raccoglie attorno alla persona del Signore
risorto, ora presente in modo nuovo. Animata dal suo Spirito, essa si costituisce,
agisce e proclama l’evento di salvezza che ha sperimentato. Nasce una prassi
ecclesiale in cui la Chiesa apostolica cerca di ripetere quello che ha
sperimentato nell’incontro personale con Gesù di Nazaret. Alla scuola
di questa prassi possiamo scoprire ancora meglio il significato dell’evento
di Gesù il Cristo.
La comunità apostolica deve presto rispondere
agli interrogativi nuovi che le circostanze le lanciano. Tra le tante scelte
possibili essa cerca quelle che permettono meglio ad ogni uomo di sentirsi
amato da Dio, quelle capaci di consolidare la speranza e la fiducia nella
vita oltre la morte, quelle che realizzano più efficacemente la
promozione dei poveri, di quelli che non contano, per testimoniare loro
che di essi è il Regno dei cieli. Agisce in questo stile perché
è consapevole che Gesù stesso aveva vissuto tutto ciò
in modo radicale.
Basta ripensare a quanto è successo nell’incontro
di Gerusalemme, di cui riferisce Atti 15.
La Chiesa apostolica era alle prese con un gravissimo
problema. Stava suscitando dispute accese, tensioni e sospetti. Ci si chiedeva:
coloro che si decidevano per la fede cristiana e non provenivano dal mondo
giudaico, dovevano vivere sottoposti alla legge di Mosè? I punti
scottanti erano soprattutto due: la pratica della circoncisione e l’astinenza
da certi tipi di carne. La soluzione non era facile. Tutti erano d’accordo
nel riconoscere la centralità assoluta di Gesù per la salvezza;
si rendevano pienamente conto che la sua mediazione salvifica poteva essere
incrinata se subentravano altre esigenze concorrenti. Era però difficile
decidere la portata concreta di questo orientamento di fondo.
La soluzione è apparsa invece immediata
quando l’autorità di Pietro e la saggezza di Giacomo hanno chiesto
di spostare l’attenzione dai principi all’esperienza fatta stando con Gesù.
Il criterio decisivo per risolvere i problemi è la possibilità
di sperimentare la bontà di Dio. Continuando la prassi di Gesù,
bisogna far sperimentare agli uomini chi è Dio: il Padre buono e
accogliente, che non chiede cose inutili, come invece fa chi comanda per
il gusto di farsi obbedire. Non è possibile annunciarlo nella verità,
se la parola proclamata viene poi accompagnata da una serie di pretese
inutili, motivate sul compromesso e sulla paura.
Sollecita a questa lettura di Atti 15
la meditazione delle pagine di commento che Paolo ha indirizzato ai Galati
(Gal 5).
Ritorna lo stesso tema. Paolo riprende la conclusione
dell’incontro di Gerusalemme: la coscienza della grande libertà
cui Gesù ci ha chiamati e la raccomandazione di astenersi dalle
carni sacrificate agli idoli. Il documento conclusivo proponeva questo
impegno a tutti i cristiani. Poteva sembrare il compromesso dell’ultimo
momento, per accontentare anche le minoranze intransigenti. Paolo invece
commenta in termini diversi la raccomandazione. Sa d’essere libero: può
mangiare qualsiasi genere di carni, per la libertà cui Cristo ci
ha liberati. Non può però usare della sua libertà
come gesto di disprezzo e di offesa per il fratello più debole,
che ne rimarrebbe male impressionato. La sua inesauribile libertà
termina quando incomincia il dovere sommo della carità fraterna
(cf 1 Cor 8, 9-13).
Come posso annunciare il Dio di Gesù Cristo,
come Padre buono e accogliente, se provoco il fratello nelle sue convinzioni
più profonde, se lo metto in crisi nel nome della maturazione che
ho acquisito? La logica è la stessa di Atti 15. Paolo la porta alle
conseguenze più radicali. Per risolvere i problemi pastorali che
la comunità cristiana è chiamata ad affrontare lungo lo sviluppo
della sua storia, il criterio è quello rivelato nella prassi di
Gesù: l’esperienza che il Dio di Gesù è un Dio per
l’uomo.
Gesù, volto e parola di Dio, rivela chi è l’uomo
Il terzo grande contenuto che la meditazione dell’evento
di Gesù il Cristo ci fa scoprire, riguarda il significato e il valore
dell’umanità dell’uomo.
Nell’Incarnazione Dio si è rivelato all’uomo
in modo umano. Il suo ineffabile mistero è diventato comprensibile
e sperimentabile perché ha preso il volto e la parola di Gesù
di Nazaret. È importante comprendere la qualità di questa
assunzione. È troppo facile vanificarla, ragionando in termini strumentali,
come se il rapporto tra Gesù di Nazaret e il Dio ineffabile fosse
come quello di una fotografia rispetto ad una persona amata o funzionasse
come una registrazione rispetto alla viva voce di un amico lontano.
In Gesù Dio ha assunto un volto umano
e si è fatto parola non come ci si serve di uno strumento esterno
(che in nulla modifica quanto uno è), per comunicare qualcosa di
sé, visto che non si può farlo direttamente e immediatamente.
L’umanità di Gesù è invece
Dio-con-noi: l’evento nuovo e insperabile in cui Dio stesso, rimanendo
Dio, si è fatto vicino, volto e parola, per incontrare e salvare
l’uomo. La sorprendente novità, testimoniata da Fil 2,6-8,
sta proprio in questo: Dio non ha abbandonato la «forma di Dio»
per prendere quella di «servo», ma è diventato pienamente
uomo, sussistendo totalmente come Dio.
Per questo l’Incarnazione è anche la rivelazione
più piena dell’uomo: rivela qual è la sua sconfinata grandezza.
Gesù è uomo, di un’umanità come la nostra: è
uomo come lo siamo tutti noi. La sua umanità può manifestare,
rendere presente ed esprimere Dio, perché l’umanità dell’uomo
è stata fatta radicalmente capace di essere manifestazione di Dio.
L’Incarnazione è incominciata proprio
nella Creazione. In questo primo, definitivo gesto di salvezza, Dio ha
creato un uomo, capace di essere «volto» e «parola»
di Dio.
Se l’uomo non fosse stato costruito così,
Gesù di Nazaret non potrebbe essere Dio con noi, perché la
sua umanità sarebbe incapace di offrire «una tenda»
a Dio. Oppure si potrebbe avanzare l’ipotesi contraria. Se Gesù
è Dio, allora di certo non è un uomo come noi; la sua umanità
è solo apparentemente simile alla nostra, mentre in realtà
è diversissima, come la luce non ha nulla da spartire con le tenebre.
Lungo lo sviluppo della fede ecclesiale ci sono
stati quelli che hanno proposto la prima ipotesi (Gesù non è
Dio) o la seconda (Gesù è Dio, ma non è vero uomo).
La fede della Chiesa ha difeso sempre con forza e con fierezza che Gesù
è uomo, profondamente e veramente uomo, e, nello stesso tempo, Dio-con-noi.
Questa grande affermazione ci assicura che la
nostra umanità è più grande di quello che possiamo
immaginare. Essa è, in piccola o grande misura, «volto»
e «parola» del Dio ineffabile e inaccessibile. Gesù
è il caso supremo, unico e irrepetibile, di un’umanità tanto
pienamente realizzata da essere volto e parola in modo definitivo. Egli
è colui che realizza tutte le possibilità dell’uomo, raggiungendo
in pienezza l’abbandono totale al mistero di Dio. Gesù lo è
di fatto. Noi abbiamo la possibilità di essere uomini pienamente
umanizzati come lui; e di fatto, un pochino almeno, lo siamo, per la solidarietà
di vita e di salvezza che ci lega a Gesù e a coloro che come lui
hanno portato a pienezza la loro umanità. Certo, la diversità
tra noi e Gesù è grande. È però sul piano della
realizzazione concreta; non su quello della possibilità.
La conclusione è immediata e concretissima:
l’umanità dell’uomo è il luogo in cui Dio si fa presente
nella nostra esistenza quotidiana, come il Padre buono e accogliente, che
salva e riempie di vita.
DALL’EVENTO AI CRITERI PER L’AZIONE PASTORALE
La meditazione delle fonti della fede non ci dice
ancora in che modo progettare la nostra azione pastorale. Abbiamo, infatti,
dei riferimenti, non ancora dei criteri.
L’evento di Gesù il Cristo, compreso dalla
prospettiva dell’Incarnazione (dalla consapevolezza cioè che in
Gesù è rivelato il mistero di Dio e dell’uomo), diventa «criterio»
dell’Incarnazione, quando riportiamo questi riferimenti nella situazioni
pastorali concrete per trovare direzioni sicure di cammino.
Anche questo passaggio, molte delicato per non
scivolare nel fondamentalismo, esige un corretto approccio metodologico.
Al centro vanno riproposti i problemi che la
prassi quotidiana ci lancia. Per essi cerchiamo una soluzione immergendoci
nel clima teologico che l’evento di Gesù il Cristo, compreso dalla
prospettiva dell’Incarnazione, ci suggerisce. Dal confronto nascono suggerimenti
operativi: i criteri.
I problemi li ho ricordati in apertura. I riferimenti
teologici li ho appena suggeriti. Tento ora di dare voce a questi orientamenti
operativi, aprendo un’operazione che dovrebbe essere continuata nelle singole
comunità ecclesiali.
La funzione sacramentale della vita quotidiana
Nel nostro cammino verso Dio e, di conseguenza,
in ogni intervento pastorale, facciamo per forza i conti con la nostra
vita quotidiana. Negli interventi pastorali concreti dobbiamo considerare
la vita quotidiana un «problema» oppure una «risorsa»?
Modelli diversi dipendono da differenti risposte
a questo interrogativo. L’ho ripetutamente ricordato.
La vita come mediazione
Il criterio dell’Incarnazione propone nella vita
una decisiva «mediazione», in cui riconciliare i conflitti
tra «orizzontalismo» e «verticalismo», tra immanenza
e trascendenza, tra fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo.
Mi spiego con qualche battuta rapida.
Un certo modo di pensare, di fare raccomandazioni
e di cogliere problemi e prospettive è abituato a contrapporre le
realtà trascendenti a quelle immanenti. Il mondo della trascendenza
è quello che riguarda direttamente il mistero di Dio e quei gesti,
parole e interventi che cercano di raggiungerlo. Il mondo dell’immanenza
è invece quello della nostra esistenza quotidiana, dove Dio è
assente, risulta lontano, estraneo e l’uomo si arrabatta, solitario, nel
labirinto delle opere delle sue mani.
L’Incarnazione ci spinge invece ad una prospettiva
radicalmente opposta.
Al conflitto tra trascendenza e immanenza l’evento
di Gesù il Cristo sostituisce la categoria teologica della «mediazione
sacramentale». È vero: il mondo di Dio e quello dell’uomo
sembrano lontani e incomunicabili. Dio è il totalmente altro, l’ineffabile
e l’indicibile. L’uomo è lontano da Dio perché è creatura
e perché ha deciso un uso suicida della sua libertà e responsabilità
nel peccato. Dio e l’uomo sono i «lontani» per definizione
e per scelta. Questa però non è l’ultima parola. La parola
decisiva è invece Gesù di Nazaret, il grande «mediatore».
In lui, Dio si è fatto vicino all’uomo: è diventato «volto»
e «parola». L’uomo è stato ricostruito in una novità
così insperata da diventare il volto e la parola di Dio. In Gesù
di Nazaret i «lontani» sono ormai diventati i «vicini»,
in una realtà nuova, che ha trasformato radicalmente i due interlocutori.
Gesù è la mediazione fatta persona:
una persona nuova in cui Dio e l’uomo sono in dialogo pieno e totale. In
Gesù e nella grazia della sua umanità, la nostra vita quotidiana
partecipa della stessa funzione di mediazione. L’umanità quotidiana
dell’uomo è il sacramento in cui Dio si fa presente e vicino, per
attuare il suo progetto di salvezza. Certo, la nostra umanità lo
è solo in misura molto piccola. Possiamo però crescere in
umanità, diventando espressioni un poco più significative
del mistero di Dio, di cui solo l’umanità di Gesù è
espressione totale e definitiva.
L’attenzione alla vita quotidiana non è,
di conseguenza, un metodo assunto arbitrariamente dall’operatore di pastorale
giovanile, una sua tattica accattivante per aver credito nei confronti
dei giovani. Non siamo noi che incarniamo la fede nella vita. Dio stesso
ha instaurato un movimento d’incarnazione, per allacciare relazioni con
gli uomini.
La vita è quella quotidiana
Quale vita?
Dobbiamo dare risposte concrete a questa domanda
concreta. È troppo facile dichiarare che la vita è «mediazione»
e, dunque, risorsa… e poi aggiungere una serie di condizioni tali da vanificare
la funzione di «risorsa» e rinchiudere la vita quotidiana nella
categoria di «problema».
Il confronto con l’evento di Gesù il Cristo
dà alla «vita» la sua dimensione e il suo spessore concreto:
la vita è «la vita quotidiana», il luogo dove sperimentiamo
l’esperienza dell’umanità, quella stessa umanità che fa di
Gesù il volto e la parola di Dio. Lo afferma con forza la meditazione
teologica sull’evento di Gesù il Cristo, come ho sottolineato nelle
pagine precedenti.
Lo ricorda anche Evangelium vitae, un documento
tutto impregato della logica dell’Incarnazione.
Forse per la prima volta in termini così
espliciti, in un documento del Magistero solenne, il richiamo alla vita
corre, infatti, verso la vita quotidiana, ai problemi che l’attraversano,
alle prospettive in cui ne sogniamo una qualità rinnovata. «Presentando
il nucleo centrale della sua missione redentrice, Gesù dice: Io
sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv
10,10). In verità, Egli si riferisce a quella vita nuova ed eterna,
che consiste nella comunione con il Padre, cui ogni uomo è gratuitamente
chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma proprio in
tale vita acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti della
vita dell’uomo» (EV 1). «In simile prospettiva, l’amore
che ogni essere umano ha per la vita non si riduce alla semplice ricerca
di uno spazio in cui esprimere se stesso ed entrare in relazione con gli
altri, ma si sviluppa nella gioiosa consapevolezza di poter fare della
propria esistenza il luogo della manifestazione di Dio, dell’incontro e
della comunione con lui» (EV 39).
Questa è la vita che il criterio dell’Incarnazione
invita a considerare come la grande risorsa di ogni progetto pastorale:
da assumere con amore disponibile, e da portare a compimento, facendo maturare
quello che essa si porta dentro solo germinalmente.
Attorno alla vita si concentra la passione e
l’impegno della comunità ecclesiale.
La vita tra visibile e mistero
La nostra vita quotidiana, compresa dalla prospettiva
dell’Incarnazione, è una specie di grande sacramento in cui Dio
è presente e operante per portare a pienezza il suo progetto su
noi e sulla storia.
Riconoscere l’importanza della vita quotidiana
significa, perciò, prima di tutto, riconoscere la sua sacramentalità:
riconoscere cioè che nella nostra vita si realizza un rapporto misterioso
tra ciò che si vede e si può costatare facilmente e quello
che non riusciamo a vedere con gli strumenti che possediamo.
Ancora una volta, per comprendere il significato
di affermazioni tanto impegnative, dobbiamo attivare un confronto con Gesù.
Chi lo avvicinava, per incontrarlo nella sua
verità più profonda, era sollecitato a scoprire in lui il
volto e la parola di Dio. L’umanità di Gesù si porta dentro
un evento più grande, la sua ragione d'essere più intima:
Dio comunicato all'uomo in un gesto d'impensabile gratuità. Quello
che riconosciamo per Gesù, vale anche per noi, per la nostra umanità
e per la nostra vita. In lui e per mezzo suo anche in noi, un mistero più
grande è presente in quello che vediamo.
La nostra vita può essere descritta da
quello che si vede e si costata. Abbiamo un nome, una famiglia, una storia.
Abitiamo in un posto. Ci mettiamo a lavorare, cerchiamo degli amici, amiamo
e soffriamo. Tutto questo è molto concreto e preciso.
Nella vita quotidiana quello che si vede e si
manipola non è però tutto. Quello che costatiamo, siamo e
produciamo della nostra vita, è veramente «nostro»,
frutto della fatica del nostro esistere. In esso però è presente
un evento più grande, che ci permette d'essere quello che siamo.
A questo livello misterioso si colloca la presenza
di Dio nell'umanità dell'uomo. Per questo, la presenza di Dio non
esclude l'incertezza della ricerca, la sofferenza e il dolore, la tristezza
della solitudine.
La funzione dei sacramenti
Nell'esistenza cristiana possediamo però
una serie di eventi che esprimono una sacramentalità tanto originale
che nel linguaggio abituale si riserva spesso solo ad essi la qualifica
di «sacramenti». Secondo la tradizione ecclesiale sono la Parola
«scritta» di Dio, la Chiesa come luogo di una comunione oltre
«la carne e il sangue» (come dice una bella pagina del Vangelo
di Giovanni: Gv 1, 13) e soprattutto i sette sacramenti.
Qual è il loro significato e la loro importanza,
in una prospettiva teologica che mette al centro la sacramentalità
diffusa nella vita quotidiana?
Ancora una volta, l’evento dell’Incarnazione
diventa criterio di azione pastorale.
I sacramenti non sono avvenimenti separati dalla
nostra vita quotidiana. Risentono di conseguenza e partecipano di quella
sacramentalità diffusa che la caratterizza. Sono, infatti, un pezzo
di vita, pieno della presenza di Dio che chiama alla salvezza e un pezzo
di quella vita attraverso cui noi ci decidiamo per il dono della vita nuova
che Dio ci offre.
Essi sono, di natura loro, un simbolo «forte»
nella trama del quotidiano.
Lo sono di fatto; e lo devono diventare concretamente
nello stile celebrativo con cui sono vissuti e nel tessuto esistenziale
in cui sono espressi.
Penso all'amore. Questa esperienza ci aiuta,
infatti, in modo privilegiato, a comprendere il mistero che riempie la
nostra vita quotidiana.
Quando due persone si vogliono bene, tutta la
loro vita è una trama continua d'amore. I gesti concreti che la
pervadono manifestano qualcosa che sta sotto tutta l'esistenza e tutta
la percorre come in filigrana. Se non fosse così, parole e gesti
sarebbero falsi: da ricacciare come il peggiore degli imbrogli. L'incontro
e l'abbraccio, dopo l'attesa, sono un simbolo forte, di quello che è
diffuso nella quotidianità.
Così sono i sacramenti rispetto alla sacramentalità
che percorre tutta la vita cristiana: un specie di incontro e di abbraccio
dei due innamorati, dopo un periodo di attesa, ricerca, silenzio.
Ne abbiamo bisogno, come dell'aria che respiriamo.
Sogniamo una trama nuova di rapporti interpersonali.
Desideriamo costruire una città dove tutti i figli di Dio possano
abitare felici e rispettati. Il dolore trapassa la nostra esistenza e cerchiamo
con ansia uno spazio dove costatare che la morte non è più
l'ultima parola sulla nostra vita e ogni lacrima viene davvero asciugata.
Prendiamo decisione coraggiose e ci cresce dentro il timore di giocare
solo con le parole. Abbiamo costruito un gesto d'amore e ci chiediamo,
con ansia trepidante, fino a che punto può essere considerato sufficiente.
Non troviamo una risposta adeguata nel ritmo
della nostra esistenza quotidiana, anche se nella fede la riconosciamo
percorsa dalla potenza trasformatrice di Dio. Quando portiamo alla celebrazione
dei sacramenti queste nostre attese, i sogni che le riempiono, i frammenti
di futuro che abbiamo costruito, viviamo una esperienza, forte e originale,
che ci rassicura e conforta. Nel clima che respiriamo, nell'avventura che
la fede ci fa vivere, tocchiamo con mano quel mistero di accoglienza e
di salvezza, che sta alla radice del nostro impegno e della nostra speranza.
Il piccolo seme di grano, sepolto nella morte,
lì rinasce come esperienza impensata e donata.
Educazione e pastorale
La pastorale gioca tutte le sue risorse nella
fatica di far riconoscere questa dimensione misteriosa della vita. Essa
sollecita tutti a convertirsi alla verità dell’esistenza. Diventa
stimolo continuo e richiamo incessante a vivere di fede, sapendo far diventare
stile abituale di vita la raccomandazione della Lettera agli Ebrei: «La
fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di
conoscere già le cose che non si vedono» (Eb 11, 1).
Per raggiungere questo obiettivo, la pastorale
realizza il suo servizio evangelizzatore attraverso una serie di interventi
educativi che hanno la funzione di attivare il dialogo salvifico e di predisporre
l'accoglienza. Essi sono orientati a rendere la proposta della fede sempre
più significativa rispetto alle attese del soggetto e spingono a
verificare le attese personali per sintonizzarle con l'offerta della fede
e della salvezza.
In ultima analisi, il criterio dell’Incarnazione
sollecita la pastorale a riconoscere la grandezza dell'educazione: il fatto
cioè che liberando la capacità dell'uomo e rendono trasparenti
i segni della salvezza, libera e sostiene la sua capacità di risposta
responsabile e matura a Dio.
Di conseguenza, tra i tanti modi attraverso cui
si può realizzare l'evangelizzazione, chi crede all'educazione preferisce
quelli in cui è rispettata meglio la preoccupazione della gradualità,
della chiamata alla responsabilità; essa si realizza sempre in una
presenza accogliente, che fa dei gesti di vicinanza, di servizio, di promozione
e di amore la sua parola più convincente.
Lo stesso criterio dell’Incarnazione sottolinea
però con forza che l’educazione alla fede non può ridursi
ad un semplice processo educativo, anche il più raffinato che possiamo
immaginare. La pastorale sa riconoscere, in ogni suo intervento, le esigenze
irrinunciabili che provengono dalla natura della fede che vogliamo suscitare
e sostenere. Mentre gioca le sue risorse nell’ambito educativo, rilancia
continuamente la consapevolezza che la fede del cristiano si sviluppa sul
piano misterioso del dialogo tra Dio e ogni uomo.
Questo spazio di vita sfugge ad ogni tentativo
di intervento dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa
di Dio. La risposta dell'uomo consiste nell'obbedienza accogliente: la
fede è un dono, in senso totale; proviene quindi dall'udire e non
dal riflettere, è accoglienza e non elaborazione.
Lo splendore di Dio nel volto umano di Gesù
Aggiungo un ultimo rilievo per mostrare il peso
enorme del riferimento all’Incarnazione nella pastorale.
Gesù ci rivela il volto di Dio nella grazia
della sua umanità: l’ho tante volte ricordato. Il punto più
alto di questa manifestazione è la croce. L’umanità di Gesù,
schiacciata sotto il peso del dolore, dell’ingiustizia, sconfitta dalla
prepotenza dai suoi nemici e dalla ignavia dei responsabili politici, dichiara,
con le parole più solenni di cui dispone, chi è Dio e chi
siamo noi.
Eravamo abituati a pensare Dio nello splendore
della sua potenza, capace di distruggere i suoi nemici con il braccio potente
e la mano tesa, vincitore in ogni confronto perché autorizza i suoi
profeti a giocare per vincere sempre… come Elia, come Mosè. Gesù
rivela Dio nel gesto più alto dell’amore. Il Dio che lui invoca
come Padre chiama a libertà e a responsabilità, sollecitando
al rischio di confessare la sua Signoria sulla storia proprio nel momento
in cui tutto sembra sconfessarla. Ha ragione chi provoca Gesù: «Ha
salvato gli altri, ora non è capace di salvare se stesso! Lui, il
Messia, il re d’Israele: scenda ora dalla croce, così vedremo e
gli crederemo!» (Mc 15, 32)… La risposta di Gesù è
perentoria. Dichiara chi è, qual è il suo progetto, chi è
Dio, sacrificando tutta la sua esistenza, in un gesto di affidamento totale
al Padre.
Una pastorale, costruita sul criterio dell’Incarnazione,
ritrova la croce e le sue esigenze per sollecitare ad immergersi nel mistero
di Dio in verità. E spinge a ritrovare il senso nella nostra esistenza
nel rischio dell’affidamento al mistero in cui viviamo e siamo. Mostra,
nella povertà del segno… perché sa di non poter dimostrare
nessun’altra verità. La persona cresce in autenticità quando
si abilita progressivamente al coraggio di consegnarsi ad un fondamento,
che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire
e sperimentare.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente
compresa nel mistero di Dio, che l’Incarnazione svela e consegna. Il gesto,
fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata
nell’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già
dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell’esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa,
di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa
anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza
cristiana.
Questa è infatti la vita cristiana: un
abbandono nelle braccia di Dio, con l’atteggiamento del bambino che si
affida all’amore della madre. Sembra strano: per diventare adulti, scopriamo
la necessità di diventare «bambini». Ce l’ha raccomandato
Gesù: «In verità vi dico: se non vi convertirete e
non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»
(Mt 18,3). Dell’adulto vogliamo conservare la lucidità, la
responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo
in una speranza che sa «credere senza vedere». Del bambino,
invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare
in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato
l’amore, la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la
voglia di giocare anche con le cose più serie.
INCARNAZIONE O PASQUA?
L’Incarnazione è una delle tante esperienze
in cui si distende l’esistenza di Gesù e la fede di coloro che lo
confessano il Signore.
Si tratta di un’esperienza fondamentale, ma a
nessun titolo possiamo considerarla come l’unica. Essa però suggerisce
la prospettiva da cui comprendere tutta la storia della salvezza e, di
conseguenza, indica agli operatori di pastorale e alle comunità
ecclesiali lo stile con cui impegnarsi a realizzarla.
Ogni corretta azione pastorale deve portare alla
Pasqua per condurre alla salvezza. Senza l’immersione nella morte di Gesù,
senza la condivisione della sua croce, non possiamo condividere la sua
vittoria sulla morte e il trionfo definitivo della vita.
Come realizzare questo impegno di salvezza nello
stile dell’Incarnazione?
Immagino l’impegno pastorale disteso in una specie
di linea continua ai cui estremi possiamo collocare i due avvenimenti centrali
della vita di Gesù: l’Incarnazione e la croce. L’Incarnazione dice
condivisione, sottolinea la continuità tra l’esperienza umana e
il mistero di Dio, anche se sotto il velo della sacramentalità.
La croce di Gesù indica invece la rottura, la separazione, il passaggio
radicale, perché imprime alla realtà il movimento della morte
per la vita. L’Incarnazione mette l’accento sulla costitutiva grandezza
dell’uomo. La croce ricorda invece la sua debolezza e il suo tradimento.
Di conseguenza è grido che invoca il dono che possiamo possedere
solo se ci immergiamo in Dio e consegniamo a lui ogni nostro desiderio.
Se mettiamo sullo stesso piano i due avvenimenti,
ci troviamo costretti a scegliere, selezionando l’uno contro l’altro. Possiamo
invece utilizzare uno dei due avvenimenti come riferimento per comprendere
meglio il significato dell’altro.
Questa scelta è tipica del modello ermeneutico:
un tema diventa punto di prospettiva per l’altro. In concreto perciò
l’Incarnazione diventa il punto di prospettiva da cui comprendere tutta
la vita di Gesù. L’Incarnazione diventa così il criterio
fondamentale dell’azione pastorale: ripensiamo l’insieme degli eventi salvifici
che costituiscono la vita di Gesù, dalla prospettiva dell’Incarnazione
(e non da quella della croce, come spesso ha fatto la pastorale tradizionale).
La pastorale è chiamata ad attuare la
salvezza. Per questo deve portare alla Pasqua di Gesù, introducendo
coraggiosamente la croce in tutta la sua logica e nelle sue esigenze.
Lo può fare però ignorando l’umanità
dell’uomo, per immergerlo solo nel mondo di un futuro che è tutto
diverso dal nostro presente e trascinando l’uomo allo scontro con le esigenze
del suo Dio.
L’accento è posto sulla distinzione e
sull’alterità.
Se però consideriamo l’Incarnazione come
il modello fondamentale anche per la salvezza, le cose cambiano intensamente.
Gesù ha portato alla salvezza di Dio facendo
prima di tutto toccare con mano la sua bontà, accogliente e perdonante.
Ha restituito vitalità alle gambe rattrappite dello zoppo di Cafarnao,
per potergli dire in verità: Dio perdona i tuoi peccati.
Siamo peccatori; abbiamo bisogno di uscire dal
nostro peccato e non lo possiamo fare che consegnando tutta la nostra vita
a Dio: risuona così la voce di Gesù, oggi come nella casa
di Pietro sulla riva del lago (Lc 5,17-26). Per vivere dobbiamo
morire: come il chicco di frumento. Riconoscere il peccato e affidare la
propria morte al Dio della vita è un rischio, un salto nel buio.
Ci distrugge, nella nostra presunzione saccente. Ci chiede un modo nuovo
di vivere, riconoscendo che solo Dio è il Signore. Questo invito,
tanto sconvolgente, è accompagnato da un gesto che lo rende familiare
e suasivo. Continua la voce di Gesù, oggi come a Cafarnao: càricati
sulle spalle lettuccio e stampelle e torna a casa con le tue gambe. Nell’esperienza
di un’accoglienza che anticipa nel piccolo la novità promessa, scopriamo
chi è Dio per noi: il Dio che salva solo chi consegna a lui la sua
fame di vita, come nella croce. Ma è un Dio di cui possiamo fidarci
incondizionatamente.
Lo attestano le cose meravigliose che sta compiendo
oggi per il suo popolo, come segno manifestatore d’interventi dalla risonanza
molto più sconvolgente.
Da questa prospettiva, la pastorale trova un
modo diverso d’impegnarsi per la salvezza. Mette al centro la Pasqua, ma
lo fa a partire dall’Incarnazione.
La vita nuova che nasce dalla croce è
così sperimentata inizialmente attraverso i suoi segni anticipatori.