Istituto degli Innocenti - Firenze
La rilevanza assunta dalla religione nella formazione
dell’identità dell’adolescente è oggi oggetto di valutazioni
diverse. Le tesi sostenute da chi si occupa del problema tendono in genere
a ridimensionarne il peso. L’educazione religiosa inciderebbe limitatamente
alle strutture periferiche della personalità. Ma i comportamenti
collettivi sembrano non condividere questa tesi: le famiglie infatti, molto
spesso anche quando si tratta di coppie genitoriali che non manifestano
una pratica religiosa significativa, non cessano di orientare i figli verso
di essa, denotando con ciò la fiducia che conduca ad esiti di qualche
rilievo e manifesti influenze positive.
Quale delle due valutazioni sia più vicina
alla realtà non è facile dire, anche per la carenza di una
documentazione sistematica e rigorosa. Si tratta infatti di temi assai
scarsamente indagati dalla ricerca sociale.
Esperienza religiosa e socializzazione religiosa
Una difficoltà aggiuntiva è data
dal carattere polisemico che il linguaggio comune attribuisce alla parola
«religione».
Con essa si può infatti alludere a tutto
ciò che attiene alla dimensione della credenza e alla esperienza
del sacro, e si può pensare alla religione come apparato, insieme
di luoghi, legami, esperienze di socializzazione e di socialità,
deputati certo a fare esperienza del sacro, ma anche a trasmettere modelli
culturali, identità, valori, norme etiche utili a fini di regolazione
sociale.
Nel primo caso sarebbe più corretto parlare
di esperienza religiosa, o del sacro; nel secondo, di socializzazione
in ambiente religioso, comprendendo in essa aspetti che appaiono rilevanti
soprattutto sul piano culturale. Per brevità si parlerà di
socializzazione
religiosa.
Si può ritenere che in passato le due
dimensioni fossero sostanzialmente indistinguibili, sia nel senso forte
che dall’esperienza religiosa derivava un preciso modello culturale ed
uno solo, sia nel senso debole che la prima era assorbita dalla seconda.
Oggi invece il legame tra di esse si è
allentato e si è fatto più complesso.L’esperienza religiosa
può cioè essere relativamente indipendente da forme culturali
determinate e gli individui possono manifestare tratti della socializzazione
religiosa senza che tutto ciò sia collegato ad una precisa esperienza
del sacro. Se a queste dimensioni si aggiunge quella del comportamento
socioreligioso, riassumibile nella componente della pratica e dell’appartenenza
visibile ad una chiesa, il quadro si articola ulteriormente.Vi può
essere infatti pratica senza appartenenza e appartenenza senza pratica.
Vi può essere sentimento religioso senza pratica e/o appartenenza,
e viceversa.
Gli interrogativi perciò si complicano.In
particolare ci si può interrogare sulla effettiva diffusione dell’esperienza
religiosa, sull’incidenza che essa manifesta nell’informare i modelli culturali
e comportamentali e dunque sull’identità sociale del soggetto, sul
significato e la valenza che assume nella formazione dell’identità
personale una socializzazione religiosa senza esperienza religiosa.
Non è improbabile che le considerazioni
citate, volte a ridimensionare il peso della religione nella formazione
dell’identità del minore, siano, in parte almeno, dovute al fatto
che esse sono incentrate sull’esperienza religiosa, esperienza che si ritiene
essere oggi assai meno rilevante e diffusa di un tempo.
Mentre chi, come le famiglie, denota con il proprio
comportamento una maggiore fiducia potrebbe prestare invece più
attenzione agli aspetti di socializzazione religiosa, intesa come canale
di trasmissione dei valori culturali e dei riferimenti etici.
La religiosità in Italia
Come è ben noto dire religione vuol dire
in Italia alludere alla religione cattolica. Vale per gli adulti e dunque
anche per i bambini e le bambine. Gli adulti che si dichiarano appartenenti
ad altra religione (o confessione religiosa) sono nel nostro paese una
quota assolutamente minoritaria della popolazione, di poco superiore al
2%. Anche se la pratica costante, su base settimanale, riguarda una minoranza
della popolazione (attorno al 30%), quasi il 90% si definisce cattolico.
A guardare questi semplici dati il minore dovrebbe
trovarsi a crescere in un contesto culturale apparentemente omogeneo, segnato
dalla comune identità cattolica, che sembra costituire un tratto
caratteristico dell’identità culturale del paese, tale da differenziarlo
nettamente da molti altri paesi europei.
In realtà anche il contesto italiano appare
sempre più modellato su base pluralistica. Ciò che differenza
il pluralismo religioso affermatosi in Italia è di non manifestarsi
come una differenziazione di religioni e confessioni religiose, ma come
una forma di pluralismo interno al campo cattolico. Sotto la comune identità
si evidenziano infatti modalità profondamente diverse di intendere
e praticare la religione cattolica. Tali diversità coinvolgono il
piano delle credenze, quello delle pratiche e quello dell’appartenenza
alla chiesa.
Ciò appare chiaramente, non appena nelle
domande sull’autocollocazione religiosa si aggiunge la modalità
«credente a modo mio», nella quale finisce per collocarsi una
quota significativa dei rispondenti, che altrimenti si sarebbero definiti
cattolici.
Accanto all’insieme dei praticanti si evidenzia
cioè una quota rilevante della popolazione che può essere
inquadrata nel modello di religiosità «senza chiesa».
Inoltre, mentre i praticanti sono una minoranza
sia pur consistente, come si è detto, rimane molto alto in Italia
il ricorso alla ritualità straordinaria in occasione di momenti
particolarmente rilevanti del corso di vita, o di festività di speciale
risalto, così che pochi sono coloro i quali possono ritrovarsi totalmente
estranei alla religione cattolica.
In sintesi, i modelli di religiosità che
caratterizzano il mondo adulto sono largamente differenziati: ai praticanti,
essi stessi sempre più spesso caratterizzati da tipi diversi di
religiosità, si affianca una parte, maggioritaria, della popolazione
la quale se non esclude la dimensione religiosa e l’identità cattolica,
non prevede nemmeno forme troppo impegnative di vivere l’esperienza religiosa
e l’appartenenza ad una specifica confessione.
Il contesto nel cui ambito si attua la socializzazione
dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze è dunque
ampiamente pluralistico, e questo suo carattere non può che essere
evidente anche ai loro occhi, quanto meno a partire da una certa età.
UNA DIFFUSA SOCIALIZZAZIONE RELIGIOSA DEI PREADOLESCENTI
Per sviluppare le nostre considerazioni di seguito
porremo al centro dell’attenzione i ragazzi nel periodo della preadolescenza,
fase che in Italia coincide grosso modo con la frequenza alla scuola media
inferiore. Come si vedrà, si tratta di un periodo per molti aspetti
cruciale nel processo di socializzazione religiosa dei ragazzi e delle
ragazze.
Sulla fase precedente del resto non esiste una
documentazione adeguata. Si può ritenere che la socializzazione
religiosa extrafamiliare abbia inizio di norma in corrispondenza con l’inizio
della scuola elementare, ma i livelli di pratica nell’infanzia sono senza
dubbio largamente inferiori a quelli che verranno sperimentati nel corso
della preadolescenza, se non altro perché l’«obbligatorietà»
della frequenza alla messa festiva è nell’infanzia considerata come
socialmente poco vincolante.
Il pluralismo nelle scelte religiose che caratterizza
gli adulti non si riflette, come ci si potrebbe attendere, in un grado
altrettanto elevato di differenziazione nelle pratiche religiose dei ragazzi
e delle ragazze. Se si guarda agli indicatori espliciti di pratica, si
può agevolmente accertare quanto esteso sia nel nostro paese il
processo di socializzazione religiosa.
Secondo le rilevazioni dell’Istat circa il 70%
dei preadolescenti frequenta settimanalmente un luogo di culto. Un altro
14% ci va alcune volte al mese. Anche se si considera che questi dati sono
leggermente sovrastimati, come potrebbe dimostrare la comparazione con
altre metodologie di rilevazione, si tratta in ogni caso di livelli di
pratica molto elevati. La dimestichezza con i luoghi di culto raggiunge
i livelli più bassi nelle zone centrali delle aree metropolitane
ed i livelli più alti nei piccoli centri al di sotto dei 2.000 abitanti.
Per quanto riguarda le aree territoriali i livelli maggiori si registrano
nel Mezzogiorno e quelli più bassi nel Centro. Le differenze non
sono però mai troppo eclatanti.
Pur tenendo conto della diversità dell’offerta,
se si guarda al numero di preadolescenti i cui genitori hanno scelto di
avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola
media, questa impressione di una socializzazione religiosa molto estesa
esce ulteriormente rafforzata. Nell’anno scolastico 96/97 il 95,7%
degli iscritti alla scuola media inferiore si è avvalso di tale
insegnamento (96,8% nelle scuole elementari).
Contrariamente a quanto molti si attendevano
non si nota, negli ultimi quattro anni, alcuna tendenza ad una riduzione
nella quota degli avvalentesi. Solo in alcuni grandi centri tale quota
si pone su livelli significativamente inferiori, compresi tra il 70 e l’80%.
Purtroppo non esistono fonti altrettanto sistematiche
per sondare l’altro momento cruciale, sotto il profilo formale, della socializzazione
religiosa dei ragazzi, e cioè la frequenza al catechismo.
Indagini condotte a livello locale sembrano però indicare livelli
di frequenza molto alti, persino superiori a quelli fatti segnare dalla
frequenza alla messa festiva.
La grande maggioranza dei e delle preadolescenti
manifesta in sostanza una pratica esplicita costante, frequenta il catechismo
e, a scuola, si avvale dell’insegnamento della religione cattolica; tutto
ciò con una omogeneità territoriale notevole.
Oltre a ciò molto numerosi sono coloro
che frequentano qualche associazione o gruppo educativo di carattere
parrocchiale, anche se ovviamente in quote non comparabili con quelle appena
viste. Quanti non è dato saperlo, ma si può facilmente ritenere
che lo spazio educativo extrascolastico sia in buona maggioranza gestito
da organizzazioni che si riferiscono, quando non vi appartengano direttamente,
alla chiesa cattolica.
Meno peso essa riveste invece oggi, rispetto
ad un recente passato, nell’ambito della gestione del tempo libero.
Gli oratori assumono ancora, in questa età, un certo rilievo, ma
lo sviluppo dell’associazionismo sportivo non confessionale ha sottratto
il primato in questo campo alle organizzazioni promosse dalla chiesa.
L’esposizione alla socializzazione religiosa
riveste dunque nel nostro paese un rilievo vastissimo in questa età
della vita, con ogni probabilità senza confronti con quanto si può
rilevare negli altri paesi europei.
Livelli di pratica così elevati, i più
alti riscontrabili tra le età della vita e l’estesa partecipazione
al catechismo, appaiono rafforzati dal fatto che, nella grande maggioranza
delle diocesi italiane, il termine della scuola media inferiore coincide
con il completamento formale del percorso dell’iniziazione cristiana. Il
sacramento della confermazione che lo conclude è infatti somministrato
di solito in prossimità di quel termine.
Il crollo della pratica religiosa dopo la preadolescenza
Sorprende perciò molto coloro che si occupano
dell’educazione religiosa dei giovani quanto avviene negli anni collocati
immediatamente dopo la preadolescenza. Il triennio successivo, compreso
tra i 15 anni e il passaggio alla maggiore età, denota infatti una
evoluzione nettissima nei livelli di pratica. Come si può osservare
in tabella, quella costante, su base settimanale, subisce un arretramento
di dimensioni eclatanti. In tre anni più di un terzo dei frequentanti
la abbandona. La tendenza continuerà anche negli anni successivi
fino a portarsi su una frequenza settimanale nei luoghi di culto tale da
coinvolgere solo un individuo ogni quattro, tra 25 e 34 anni di età.
Successivamente si assiste ad una ripresa, ma ben lontana dal riportarla
ai livelli sperimentati nel corso della preadolescenza. In sostanza e arrotondando:
un ragazzo ogni quattro non manifestava fin dall’inizio una pratica significativa,
due hanno smesso o hanno optato per una pratica saltuaria, uno solo l’ha
conservata.
Di pari passo la frequenza al catechismo, anche
per la riduzione dell’offerta, si riduce a ben poca cosa, mentre diminuisce
la partecipazione all’associazionismo educativo. Rimane alta invece la
scelta, a questo punto operata dai giovani adolescenti in prima persona,
di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, scelta che coinvolge
l’88,1% dei frequentanti le scuole superiori, anche in questo caso senza
che si manifesti una chiara tendenza alla flessione. Va tenuto presente
a questo riguardo che quest’ultima percentuale non è più
calcolata sul totale dei giovani in quell’età, dato che siamo al
di fuori della scuola dell’obbligo.
Molte delle riflessioni che sulla religiosità
dei ragazzi vengono sviluppate prendono le mosse da questi dati, dal confronto
cioè tra un livello di pratica così elevato dei preadolescenti
e l’abbandono tanto rapido e drastico negli anni immediatamente successivi.
L’abbandono non sarà segno di una esperienza religiosa povera di
contenuto? Se così non fosse, quali fattori intervengono successivamente
a spiegarlo? E quali elementi di debolezza e di scarsa interiorizzazione
erano in ogni caso già presenti nella socializzazione precedente?
La preadolescenza, dal canto suo, è un periodo statico, sotto il
profilo socioreligioso, oppure il cambiamento è già avvertibile
in quel periodo? Come si vede, molti di questi interrogativi si pongono
dal punto di vista dell’«esperienza religiosa», e non da quello
della socializzazione che i ragazzi hanno vissuto in ambiente religioso,
nel suo significato più ampio. Ma gli interrogativi sono in effetti
più vasti, coinvolgono entrambi i piani. L’esperienza religiosa
potrebbe cioè rivelarsi debole come momento di strutturazione dell’identità,
ma la socializzazione ricevuta, al di là degli aspetti propriamente
religiosi, potrebbe rivelarsi più consistente e significativa anche
sul piano della formazione dell’identità.
Dal punto di vista sociologico l’interrogativo
posto dall’abbandono della pratica non è del resto così difficile,
come può sembrare alle persone che sono impegnate nell’educazione
religiosa dei ragazzi. Osservare i ragazzi significa guardare come la società
si riproduce e in particolare come riproduce le forme della propria religiosità.
Certo, tutti i genitori possono avviare i propri figli all’educazione religiosa,
ma ciò non impedirà a questi ultimi di notare la pluralità
di modi con cui nella società attuale è vissuto il rapporto
con la religione. Il cammino che, muovendo dalla preadolescenza, attraversa
la giovinezza è dunque anche lo stesso cammino mediante il quale
una pratica diffusa, indotta da un mondo adulto spesso non molto coinvolto,
si trasforma nell’esperienza di una minoranza e la religiosità di
maggioranza può assestarsi, come è logico che avvenga.
Vediamo dunque come si articola questo percorso
che conduce dall’omogeneità apparente della religiosità dell’infanzia
e della preadolescenza alla pluralità di forme che caratterizza
la vita adulta.
I PERCORSI DELLA RELIGIOSITÀ
Ricerche recenti hanno messo in luce innanzitutto
come il cambiamento che avviene nel passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza
non
sia riconducibile ad una rappresentazione della religione come esperienza
costrittiva, di cui è giocoforza liberarsi. Da questo punto
di vista il cambiamento rispetto all’esperienza vissuta dalle generazioni
più anziane appare molto netto. Quello che di negativo c’è
nelle situazioni che i ragazzi sperimentano durante il periodo della loro
iniziazione cristiana non sembra cioè più avere molto a che
fare con un tipo di religiosità formalista e costringente, simile
a quella che, di norma, avvertono di aver vissuto al loro tempo gli adulti
e ancor più le persone anziane.
Anche per questo le forme che assume la successiva
presa di distanza non sono troppo radicali e non si manifestano spesso
nella forma della rottura esplicita con la chiesa cattolica.
Piuttosto il problema sembra stare nella
troppo ricorrente associazione noia-religione, avvertita soprattutto
durante i riti liturgici, e nella separazione del mondo della religione
dalla sfera ludica, nonché da quelle spinte di carattere esplorativo
e sperimentativo che appaiono decisive nella formazione dell’identità
dei giovani.
I preadolescenti sembrano riconoscere abbastanza
agevolmente che la religione può aiutare a dare un indirizzo alla
propria vita, ma percepiscono questo sostegno più sul piano del
«dover essere» che su quello del «benessere»; sembrano
condividere l’idea che i rapporti umani e quelli sociali sarebbero esposti
ad una maggiore precarietà se essa non contribuisse a regolarli,
ma sembrano separare questi discorsi dalla sfera della realizzazione personale.
La religione in loro appare caratterizzarsi per
una rappresentazione almeno parzialmente «depressa». Essa dunque,
nei limiti in cui non interagisce che molto parzialmente con il gioco,
il divertimento, le pulsioni caratteristiche dell’età, finisce per
essere collocata in un ambito separato, anche nel senso di specializzato,
quello della vita «seria».
C’è da dubitare che il cambiamento su
cui si sta ragionando sia solamente successivo alla preadolescenza. Ciò
sarebbe in contrasto con i caratteri di questa fase della vita, per lo
più descritta come un periodo di transizione segnato da trasformazioni
molto evidenti, in quanto età di scoperta, di uscita dalla famiglia
e di ingresso nel mondo sociale, di abbandono degli schemi culturali assimilati
acriticamente, verso l’assunzione di modelli rinvenuti nell’ambito delle
esperienze condotte con il mondo dei pari.
Gli anni in cui i ragazzi e le ragazze frequentano
le scuole medie sono in realtà di profondo cambiamento. La mancanza
di problematicità con cui i preadolescenti si accostano al mondo
della religione quando frequentano la prima classe delle medie sarà
per molti un ricordo, quando, ormai raggiunta la terza classe, si apprestano
a completare il percorso di iniziazione nel quale sono coinvolti. Già
tra la prima e la seconda classe il cambiamento è avvertibile. Ancora
di più lo sarà tra la seconda e la terza.
Esso di solito non viene colto
nella dovuta ampiezza dagli adulti che si occupano di loro. Ciò
dipende dal fatto che il cambiamento è in parte occultato dall’effetto
di miraggio introdotto dal permanere delle pratiche rituali osservabili
e controllabili. Al catechismo si continua ad andare con la medesima assiduità.
La frequenza alla messa festiva e la comunione abituale non subiscono cambiamenti
rilevanti. Ma nel vissuto di molti, dove il controllo degli adulti non
arriva, qualcosa sta cambiando. Lo si vede nella netta flessione dell’abitudine
alla confessione e alla preghiera costante, nella crescita di motivazioni
eteronome per frequentare la messa, nella perdita di interesse per il catechismo,
nel diffondersi della noia per le occasioni religiose e ancor più
nel rarefarsi del sentimento di vicinanza a Dio.
In sostanza i comportamenti esteriori subiscono
un’evoluzione lenta, quasi inavvertibile, mentre le dinamiche interiori
sono sotto tensione. I «tiepidi», quelli che non si pongono
interrogativi particolari, ma non esprimono nemmeno un distacco netto,
e che preferiscono invece assumere una posizione di coinvolgimento moderato,
di partecipazione relativa, di osservanza compiacente alle richieste degli
adulti, sono ormai la maggioranza. Con i distinguo dovuti all’età,
sono quelli che più si avvicinano al profilo di «religiosità
di maggioranza»: cioè un atteggiamento diffuso che attribuisce
alla religione il significato di scenario di ultima istanza; qualcosa che,
come le strutture retrostanti l’azione teatrale, contribuisce a definire
il significato di questa, senza però influenzarla direttamente.
Dal punto di vista dell’esperienza religiosa
il punto di arrivo appare abbastanza modesto. Dal punto di vista culturale
è comunque qui che si struttura quell’identità sociale e
culturale che porterà la grande maggioranza degli italiani adulti
a riconoscersi in quanto cattolici, e ciò riveste un rilievo non
trascurabile.
Le differenze di genere
Il quadro si manifesta articolato anche in rapporto
al genere. La differenza tra i ragazzi e le ragazze appare davvero sorprendente.
Di primo acchito, se si presta attenzione solo agli aspetti visibili, non
appare così evidente. Le ragazze di un anno delle medie preso a
caso, ad esempio, esprimono sempre un livello di pratica un po’ più
alta dei maschi di quello stesso anno e, nel contempo, più o meno
simile a quello dei ragazzi dell’anno precedente. In tutte le dimensioni,
si tratti di coinvolgimento durante le cerimonie religiose, di interesse
per il catechismo, di sentimento di vicinanza a Dio ed altro ancora, la
differenza va sempre in un’unica direzione, evidenzia cioè una situazione
di maggior coinvolgimento tra le ragazze.
Ma è guardando più in profondità
che la differenza diventa palpabile in tutta la sua portata. Raramente
i maschi riescono ad articolare significativamente il discorso in materia
di religione. La loro pare essere una rappresentazione povera, poco personale,
in cui prevalgono gli aspetti esteriori, di osservanza rituale, di adattamento
passivo; a differenza di una parte delle ragazze che, al contrario, sembrano
trovarsi più a loro agio, si esprimono con maggior ricchezza, introducono
elementi di riflessione personale, denotano un atteggiamento più
attivo, rivelano più spesso una certa dimensione di relazionalità
col sacro nel loro discorso religioso.
Ci si può chiedere fino a che punto queste
differenze collegate al genere siano permanenti, quanto siano invece dovute
all’età. Negli anni successivi in effetti la differenza di genere
risulterà maggiore anche sul piano della pratica esplicita, come
si può vedere agevolmente nella tabella, e tale rimarrà nelle
età della vita successive. Il ruolo della religione, nello strutturare
l’identità dei ragazzi, sembrerebbe dunque significativamente maggiore
per le ragazze che non per i ragazzi.
Preadolescenti e religiosità familiare: una situazione di dissonanza cognitiva?
Se si pone in relazione la pratica dei genitori
con quella dei figli si trova, come appare ovvio, una relazione tra le
due variabili. I figli dei praticanti sono in sostanza assai più
spesso esposti alla socializzazione religiosa dei figli dei non praticanti,
o dei saltuari.
Tuttavia, nel contesto italiano, ciò che
colpisce è l’alto numero di ragazzi, figli di persone estranee alla
pratica, che denotano, nel periodo della seconda infanzia e poi della preadolescenza,
una partecipazione elevata alla ritualità ordinaria e che conducono
a termine completamente il percorso dell’iniziazione cristiana. Ciò
è del resto implicito nel fatto che i livelli di pratica dei preadolescenti
appare più che doppio di quello osservabile nell’età adulta.
Una quota elevata dei preadolescenti si caratterizza
dunque per il fatto di assumere modelli di comportamento socioreligioso
che contrastano con quello di uno dei genitori o di entrambi. Questo fatto
non si spiega se non secondariamente con l’esistenza di pressioni ambientali,
la spinta omologante dei compagni, che inducono a richiedere la socializzazione
religiosa, in un certo senso in contrasto con quanto i genitori desiderano.
Al contrario, sono i genitori stessi che di solito orientano i loro figli
verso l’ambiente parrocchiale e la pratica religiosa. Basti pensare che,
da una indagine condotta in un ambito locale, emerge come il 40% circa
dei figli di non praticanti viene invitato dai propri genitori alla preghiera.
I ragazzi collocati in questi contesti familiari
vengono dunque a trovarsi in una situazione che potrebbe essere descritta
nei termini indicati dal concetto di dissonanza cognitiva, perché
si trovano a ricevere messaggi che li inducono ad esporsi alla socializzazione
religiosa, ma non notano comportamenti congruenti nei genitori e ciò,
in alcuni casi, è fonte di disagio per il minore.
Probabilmente però questo aspetto non
va troppo enfatizzato. A definire una situazione di dissonanza di un certo
rilievo infatti non concorre solamente la dimensione della pratica esplicita.
I ragazzi stessi sono portati a non considerarla come decisiva per definire
i caratteri della persona credente, e ciò tanto più spesso
quanto più vivono una esperienza religiosa di qualche spessore.
D’altra parte non sono pochi coloro che, pur vivendo in famiglie scarsamente
praticanti, ciononostante si rappresentano i propri genitori come persone
religiose. Mentre, al contrario, vi sono ragazzi i quali avvertono nella
pratica dei loro genitori aspetti di ritualismo e di formalismo che finiscono
per condizionarne negativamente la relazione con l’esperienza religiosa.
In sostanza, le situazioni di dissonanza cognitiva
in rapporto alla religione esistono e sono abbastanza diffuse, ma solo
in una parte dei casi assumono il rilievo che si potrebbe supporre, soprattutto
a causa del fatto che l’importanza della pratica nel definire l’identità
religiosa è stata drasticamente ridimensionata nella cultura odierna.
Piuttosto il richiamo a queste situazioni, largamente
diffuse, induce ad un altro ordine di considerazioni che appare decisivo
nel delineare il significato della religione per i ragazzi e le ragazze
e la loro evoluzione tra preadolescenza e adolescenza.
L’ambiguità nella comunicazione «religiosa» intergenerazionale
In realtà ciò di cui veniamo a conoscenza
attraverso gli studi sulla religiosità dei ragazzi e delle ragazze
appare sempre di difficile interpretazione. Ad un primo e più superficiale
livello di analisi i ragazzi e le ragazze sembrano infatti voler fornire
un’immagine positiva della propria religiosità, quasi volessero
rassicurare l’interlocutore. Basterebbe citare a questo proposito il numero
straordinariamente elevato, se visto con occhi adulti, dei preadolescenti
che non hanno difficoltà a dire di avvertire la presenza di Dio
oppure la sua vicinanza, come amico o come padre, quasi mai come entità
giudicante. Tali ricerche infatti si configurano anch’esse – e non possono
non configurarsi – come un luogo di comunicazione tra le generazioni. È
il mondo adulto che prende l’iniziativa di interrogarli, e ciò avviene
in situazioni e attraverso strumenti definiti da quello stesso mondo, come
del resto la gran parte delle situazioni che essi sperimentano.
Si tratta di un mondo che essi possono vivere
come non ostile, ma del quale sono abituati a tener conto perché,
in definitiva, da esso dipendono, con una forza che non si darà
più in nessun’altra età successiva. Ciò produce in
loro atteggiamenti disparati, ma certamente improntati ad una fondamentale
esigenza adattiva, che – si comprende facilmente – appare tanto maggiore
quanto meno strutturata è la loro identità in senso evolutivo.
Si può supporre dunque, con qualche ragione, che le risposte siano
fortemente influenzate da questa collocazione particolare nelle età
della vita, assai più di quanto non avvenga in altre ricerche condotte
sulle età successive; che qualcosa nei messaggi inviati dai ragazzi
e dalle ragazze rifletta in buona sostanza le aspettative degli adulti.
Ora, come possono essere descritte queste aspettative?
Ci sono sufficienti elementi per ritenere che i ragazzi e le ragazze ricevano
dal mondo adulto, in modo assai più esteso e generalizzato di quanto
farebbero ritenere i livelli di pratica di quest’ultimo, un messaggio essenziale:
che è giusto, meritevole e doveroso per i ragazzi e le ragazze ricevere
un’educazione religiosa ed atteggiarsi di conseguenza. Gli stessi genitori
che appaiono scarsamente praticanti non si distinguono troppo, in questo,
dagli altri.
Tutti o quasi in fondo, anche se con intensità
diverse, sembrano avere piacere che i propri figli frequentino la chiesa,
si avvalgano dell’insegnamento della religione cattolica, vadano al catechismo,
ricevano i sacramenti dell’iniziazione cristiana. E perciò inviano
ai ragazzi e alle ragazze messaggi conseguenti.
Ciò avviene per una ragione essenziale,
perché si ha il sospetto e la preoccupazione che la semplice formazione
offerta in famiglia non sia sufficiente a far crescere personalità
in grado di reggere i molti pericoli che si suppone caratterizzino la vita
di oggigiorno. La formazione offerta dalla Chiesa cattolica appare perciò
come un valido aiuto al compito, sempre più complesso e dagli esiti
sempre più incerti, di educare le nuove generazioni.
Sapere che i propri figli frequentano la chiesa
ha in definitiva un effetto tranquillizzante: il loro futuro appare in
qualche misura sotto controllo. Ad un altro livello, vedere i propri figli
frequentare la chiesa assume il significato di risolvere in loro i dubbi
e le incertezze che attraversano le convinzioni religiose degli adulti.
Nel contesto italiano del resto, così
profondamente segnato dal permanere dell’identità cattolica, queste
valutazioni sembrano largamente condivise, ben al di là di chi si
trova a vivere l’esperienza di genitore di un fanciullo o di un preadolescente.
È l’intera società italiana che sembra orientata a mantenere,
almeno in parte, alla chiesa cattolica importanti funzioni di carattere
etico ed educativo. Ai suoi terminali periferici – le parrocchie – si tende
a riconoscere perciò il compito di costituirsi come una sorta di
centri di educazione etica territoriale per le nuove generazioni, riconosciuti
come tali da una buona parte della popolazione. Prova ne sia lo scarso
sviluppo che ha avuto nel paese l’associazionismo educativo non confessionale
e la quota elevata di ragazzi e ragazze che frequentano le parrocchie anche
in aree fortemente caratterizzate in senso «laico».
C’è dunque una generale connivenza
del mondo adulto nel trasmettere ai ragazzi e alle ragazze un messaggio
di quasi unanime orientamento verso la necessità, la doverosità,
l’utilità della formazione religiosa, intesa però molto spesso
non nei suoi significati intrinseci, ma come surrogato della formazione
umana e morale.
Come reagiscono allora i ragazzi e le ragazze?
Nella maggioranza dei casi reagiscono ovviamente assecondando questa richiesta
che, in modo oggi delicato, ma non per questo meno pressante, viene loro
rivolta, tanto più che ad avanzarla con maggior determinazione sono
proprio quegli «altri significanti» costituiti dai loro stessi
genitori.
Ma poiché essi non possono non vedere
quanto frastagliata sia l’esperienza religiosa degli adulti, quanto variabili
le loro convinzioni in materia di fede, tutto questo moltiplicarsi di messaggi
a loro rivolti non può evitare di celarne un altro, e cioè
che si tratta di una esperienza legata all’età, da cui si potrà,
anzi in un certo senso si dovrà, prendere le distanze quando quell’età
sarà passata. Se infatti si tratta di un attributo dell’età,
esso dovrà essere abbandonato nei limiti in cui si vuole uscire
dalla condizione di minorità.
L’incomunicabilità dell’esperienza religiosa:
il mondo dei pari
Ma il contesto comunicativo in cui vivono i ragazzi
e le ragazze non è costituito solo dai rapporti intergenerazionali.
Essi vivono anche rapporti orizzontali con altri, che hanno la stessa età
o qualche anno in più. La preadolescenza è anzi proprio la
fase della vita in cui tali rapporti diventano per la prima volta realmente
importanti, per taluni aspetti quelli più importanti. È attraverso
di essi che si comincia sul serio ad esplorare lo spazio ignoto che si
estende oltre il controllo operato dal mondo adulto.
Questo nuovo contesto comunicativo, dal canto
suo, appare affatto diverso da quello precedente. Esso non contempla quegli
squilibri strutturali che segnano il primo. Le relazioni dovrebbero svilupparvisi
con maggior fluidità.
Ora, in esso la comunicazione dell’esperienza
religiosa sembra del tutto assente: la religione appare come una sorta
di scatola nera dell’universo discorsivo giovanile. Non sorprende che
ciò sia così. Perché questo è lo spazio del
gioco, dell’avventura, dell’esplorazione, della trasgressione, luoghi e
spazi che con la religione, come si è detto, non sembrano avere
nulla a che fare.
L’assenza del discorso religioso nella comunicazione
all’interno del gruppo dei pari potrebbe indurre ad affrettate considerazioni
circa la sostanziale irrilevanza di tale dimensione nella vita dei ragazzi
e delle ragazze. Ma questa conclusione sarebbe alquanto azzardata.
Si può, al contrario, avanzare l’ipotesi
che la sua assenza non debba essere intesa come espressione di un vuoto
religioso di proporzioni così profonde, ma dipenda da altri fattori.
La comunicazione tra ragazzi appare infatti anch’essa disturbata da aspettative
deformanti, che nella sostanza inducono a ritenere nell’intimo quello che
alcuni di questi, quantomeno, vivono. Sono gli aspetti di osservanza rituale
che possono entrare nel dialogo interno al mondo dei pari, le tecniche
di aggiramento con cui si cerca di evitare il loro carattere vincolato,
le piccole solidarietà con cui ci si sforza di ammazzare il tempo
in noiose occasioni, gli standard accettabili di comportamento per evitare
di incorrere nelle ire familiari, le strategie di fuga o di osservanza
passiva.
Così l’esperienza religiosa entra nella
comunicazione tra ragazzi e ragazze nelle sue forme meno attraenti e più
gravose. E finisce per trasformarsi in stereotipi e poi a legittimarli
come veridici. Le rappresentazioni positive e vivaci dell’esperienza religiosa
che esistono e sono documentabili, ed anche di taluni aspetti della socializzazione
ricevuta non vengono trasmesse, non entrano in circolo. Come non entrano
nella comunicazione le esperienze intime della preghiera, della familiarità
con il sacro, che pure ci sono e non sono sempre irrilevanti.
Provare a comunicare queste esperienze nel gruppo
dei pari è infatti rischioso, non è il luogo, non si danno
i linguaggi, non corrisponde alle attese: chi provasse a farlo potrebbe
facilmente essere considerato un po’ strano, un po’ «bigotto»,
ed in ogni caso immaturo, succube al mondo adulto.
Il formidabile compito di crescere, di essere
accettati dai ragazzi e dalle ragazze più grandi, di divenire come
loro emancipati, il desiderio di sperimentarsi in nuovi spazi vitali ora
finalmente praticabili, entra in cortocircuito con il messaggio celato
nella comunicazione ambigua proveniente dal mondo degli adulti, rafforza
e giustifica gli stereotipi, rende non comunicabile l’«intimità»
religiosa.
La privatizzazione dell’esperienza religiosa
È possibile, a questo punto, tentare di
descrivere il percorso che porterà i più a prendere le distanze
dalla religione nell’età successiva. Crescere vuol dire, nel contesto
discorsivo della cultura giovanile, ridurre la propria partecipazione alle
pratiche rituali, e disinteressarsi, almeno apparentemente, della religione.
Ciò appare una scelta in qualche misura interessante e possibile
per numerosi motivi, perché si vede che anche gli adulti hanno modalità
differenziate di intendere l’essere credenti ed alcune di queste non prevedono
un forte coinvolgimento; perché, anche in virtù di ciò,
si ritiene che essere credenti non implichi, se non secondariamente, l’osservanza
rituale; perché la pressione ambientale proveniente dal mondo adulto
flette, mentre aumenta quella espressa dal mondo dei pari; perché
il carattere separato dell’esperienza religiosa finisce per rendere eccessivamente
simili allo stereotipo del «bigotto» chi persiste a frequentare
troppo spesso la chiesa; e perché, infine, quel che si doveva apprendere
lo si è appreso e quello che viene proposto sembra essere troppo
sotto il segno della noia e troppo lontano dalle spinte vitali dell’età.
Ma la separazione è inizialmente dalla
pratica, non dalla religione in quanto tale, o almeno così non è
vissuta. La possibilità di ricorrere ad essa quando se ne ha bisogno
permane o si suppone, o si spera, che rimanga.
In una parola, l’esperienza religiosa si privatizza.
Ma questa è evidentemente una strada che porterà molti a
distacchi più marcati. Al di là di situazioni personali particolari
la religione ha infatti bisogno di momenti pubblici collettivi per poter
conservarsi in quanto esperienza di qualche rilievo.
È per questo che nel determinare il peso
che successivamente, passata la preadolescenza, assumerà il mondo
della religione, riveste con ogni probabilità un ruolo rilevante
il fatto che il minore permanga nell’orbita di qualche esperienza associativa
o gruppo parrocchiale. Mentre cioè fino alla preadolescenza le differenze
tra coloro che frequentano gruppi connotati per la dimensione religiosa
e gli altri non sono così rilevanti, nel periodo successivo il fatto
di rimanere agganciati ad una qualche esperienza associativa potrebbe influenzare
in modo più netto il peso che la religione eserciterà nella
vita adulta. Ricerche condotte in altri paesi hanno del resto dimostrato
come la possibilità di accedere nuovamente all’esperienza religiosa
sono influenzate direttamente dall’età nella quale si prendono le
distanze da essa nel corso della giovinezza.
RELIGIOSITÀ E IDENTITÀ PERSONALE
Valutare l’influenza che l’esperienza religiosa
e la socializzazione ricevuta in ambito religioso nella costruzione dell’identità
appare, come si diceva all’inizio, piuttosto problematico. L’esperienza
religiosa in quanto tale, qualora vissuta con un certo grado di intensità,
di certo non può non assumere un rilievo notevole, ma si può
sostenere che, a questi livelli, si tratti oggi di un’esperienza limitata
a minoranze di preadolescenti e di giovani, soprattutto femmine.
Dato il carattere pluralistico del contesto,
la definizione in forme libere della propria collocazione rispetto alla
religione è oggi, a differenza di un tempo, una delle opzioni aperte
nella fase di transizione alla vita adulta. In quel periodo molti si avvedono
che il proprio rapporto con la religione ha bisogno di essere ridefinito.
Ma questa non pare avvertita come una questione decisiva ed urgente. Per
lo più il lascito delle esperienze vissute nel mondo della religione
viene dunque situato in zone periferiche della personalità e della
memoria, e lì collocato in uno stato di moratoria a cui potrà
essere sottratto quando successive esperienze della vita appariranno tali
da rendere necessaria una sua riscoperta.
La scelta religiosa, come molte altre del resto,
tende inoltre a spostarsi in avanti nel tempo. Prova ne sia il fatto
che assai raramente oggi orientamenti impegnativi, come quelli che portano
alla vita consacrata, si manifestano già nel periodo della preadolescenza
o anche della prima giovinezza.
La riappropriazione dell’esperienza religiosa,
quando avviene, sembra in ogni caso aver bisogno di una fase di distacco
critico senza di cui la socializzazione religiosa, ancora troppo omologante,
cui i ragazzi sono sottoposti, in contrasto evidente con il contesto pluralistico
attuale, rischia di porsi come una sorta di nebbia pervasiva di aspetto
troppo noto per destare interrogativi seri; un lascito che ormai appartiene
alla definizione dell’identità culturale del soggetto cui piace
definirsi cattolico, ma che ne influenza modestamente gli orientamenti
e la personalità.
La spinta generalizzata alla socializzazione
religiosa cioè, se da un lato diffonde conoscenze ed esperienze
relative allo spazio religioso, dall’altro, poiché appare scarsamente
coerente con gli orientamenti prevalenti, rischia di limitare la possibilità
di accesso all’esperienza religiosa nei suoi aspetti di novità e
imprevedibilità; tale spinta delinea una situazione che consente
di conoscerla come scelta possibile, ma nello stesso tempo la rende poco
interessante in quanto almeno apparentemente già nota e perciò
fin troppo scontata. Lo stesso analfabetismo in materia di conoscenze religiose,
il disinteresse per uno studio serio dei testi fondamentali della religione
prevalente, che molti attribuiscono ai giovani italiani, in contrasto evidente
con una socializzazione così estesa, trova qui la sua spiegazione.
Quanto la socializzazione religiosa contribuisca
a trasmettere valori culturali condivisi, offrendo modelli di comportamento
utili a rendere più agevole la regolazione sociale è altra
questione, su cui risulta, tra l’altro, difficile trovare documentazione
adeguata, dato anche il carattere generalizzato con cui viene impartita.
Il fatto stesso che le famiglie non cessino di orientare i propri figli
verso di essa lascia supporre che sia lungi dal non avere effetti rilevanti,
e la funzione esercitata in questo senso della religione cattolica è
senza dubbio di grande rilievo. Ma ciò dipende anche dalla povertà
e dalla scarsa diffusione che in questo paese contraddistinguono le esperienze
di socializzazione extrafamiliare non confessionali e dalla scarsa chiarezza
con cui la scuola definisce i propri compiti educativi sul piano dell’etica
pubblica e di quella privata.
Il ruolo assegnato dalla società italiana
alla socializzazione religiosa potrebbe rivelarsi in definitiva come notevolmente
funzionale alle sue esigenze, ma il costo della funzione assegnatale potrebbe
essere quello di rendere meno agevole, per i ragazzi e le ragazze, e non
solo per essi, la prospettiva di sperimentare l’esperienza religiosa nella
sua interezza.