(Mario Pollo)
L'animazione è oggi una delle funzioni educative
più diffuse nei settori extrascolastici. Essa rivolge la propria
azione nei confronti di tutte le fasce di età, anche se il suo terreno
privilegiato è ancora costituito dai giovani, e si è anche
affermata come metodo privilegiato di intervento nei confronti di situazioni
di disagio sociale.
Forse proprio a causa di questo successo l'animazione
è per molti, purtroppo, la funzione educativa più indeterminata
e, per molti versi, la più generica. Ciò è anche dovuto
al fatto che in molti casi la parola animazione viene utilizzata (essendo
di moda) per dare presentabilità ad attività che si vorrebbero
educative, ma che sono solo desideri di avventura culturale.
Vi è però anche una ragione più
seria che rende poco decifrabile il significato della parola animazione
ed è l'esistenza di varie tendenze culturali, molto serie peraltro,
che propongono concezioni assai differenti dell'animazione.
Cinque filoni dell'animazione
Queste tendenze - con una semplificazione non troppo violenta
- possono essere raccolte in cinque filoni principali.
Il primo filone, forse quello
più noto negli anni delle origini del movimento dell'animazione,
è quello legato all'animazione teatrale,
o
di tipo espressivo in generale, che conta al proprio interno figure storiche
tra cui Rodari, Passatore e Scabia. Questo tipo di animazione,
nato sotto il segno della liberazione della espressività e della
fantasia attraverso la festa e il gioco, è passato progressivamente
ai problemi della vita quotidiana e del territorio. Si può perciò
affermare che l'animazione teatrale è passata da un teatro che libera
dalle paure e dalle inibizioni ad un teatro che serve alla vita di ogni
giorno.
In questo passaggio l'animazione teatrale è andata
evolvendo verso l'animazione socioculturale o, perlomeno, ha favorito lo
sviluppo di quest'ultima.
Il secondo è il filone
dell'animazione
socio-culturale. Esso è ben rappresentato
dalla rivista "Animazione Sociale". La caratteristica di questa scuola
di animazione è costituita dal suo collegamento con il volontariato
e dal fatto che colloca la sua azione come intervento nel territorio, al
fine di favorire i processi di crescita della capacità delle persone
e dei gruppi di partecipare e gestire la realtà sociale e politica
in cui vivono. E' una educazione liberatrice che si avvale, oltre che dell'azione
nel territorio, dell'uso della azione psico-sociale volta a promuovere
la capacità espressiva delle persone. E' questo
un movimento ormai consolidato, con alle spalle un consistente retroterra
teorico e metodologico che costituisce uno dei maggiori punti di riferimento
per chi voglia fare animazione in Italia.
Il terzo filone è
quello dell'animazione culturale in
senso fortemente educativo, e fa capo alla rivista "Note di Pastorale Giovanile".
Caratteristico di questo movimento è aver ripensato l'animazione
come un vero e proprio modello educativo valido sia in un contesto scolastico
che extrascolastico. L'animazione culturale - secondo questa accezione
- è una vera e propria teoria educativa, fondata su concezioni filosofico-antropologiche,
su un metodo validato e su una strumentazione particolare.
La scelta dell'aggettivo "culturale" deriva dal privilegio
delle dimensioni della cultura nella costruzione dell'identità individuale
e storico-sociale dei soggetti dell'animazione. E' questo il movimento
più diffuso nell'ambito ecclesiale italiano, anche se la sua presenza
non è limitata a questa area sociale. Un motivo di questa diffusione
nell'ambito ecclesiale è dovuto allo stretto collegamento che questa
concezione ha operato con la più moderna concezione della "Pastorale
Giovanile". In questi ultimi anni ha avuto una forte diffusione anche nei
paesi di lingua spagnola.
Il quarto filone, che si
deve citare solo per motivi statistici, è quello che raggruppa quelle
attività di animazione cresciute
all'ombra
dei villaggi turistici,
ma la cui dignità educativa
è tutta da dimostrare.
Il quinto filone è
quello che si limita ad applicare tecniche
e metodi di lavoro, desunti dagli studi di dinamica
di gruppo e della comunicazione interpersonale, a varie attività
educative. E' questa la dimensione più tecnica e diffusa del fare
animazione, anche perché tutti gli altri filoni utilizzano abbondantemente
queste tecniche all'interno dei loro percorsi formativi.
Tuttavia, da solo, questo insieme tecnico e conoscitivo
non costituisce una adeguata concezione dell'animazione socio-culturale
e culturale. Purtroppo molti animatori pensano che animare sia solo l'applicazione
di certe tecniche di lavoro di gruppo.
L'evoluzione dell'animazione in Italia
La storia dell'animazione è ancora talmente
breve che la sua descrizione sembra più una cronaca che una vera
e propria storia. Tuttavia nel suo sviluppo sono già identificabili
tre periodi ben distinti: la nascita, il decollo e la maturità.Per
quanto riguarda il primo
periodo è ormai accettato da tutti che l'animazione
è nata nel nostro paese intorno ai temi della creatività
negli anni del decollo dell'industria culturale e dell'avvento della scuola
di massa: come risposta, quindi, ai problemi conseguenti alla crisi della
scuola tradizionale e a quella della trasmissione culturale sociale. In
questo periodo l'animazione ha esplorato i territori dell'espressività
nelle sue varie forme artistiche e sociali, e vede l'affermarsi di quello
che è stato definito il primo filone delle varie concezioni dell'animazione.
Il periodo del decollo
è
immediatamente successivo al '68. In quegli anni l'animazione spostò
la sua attenzione dall'ambito della scuola dell'obbligo a quello del territorio,
alla ricerca di nuove risposte ai vecchi modelli politici e culturali.
Il territorio divenne il luogo privilegiato di varie esperienze, più
o meno spontanee, finalizzate a risvegliare la presa di coscienza, la partecipazione
politica e la liberazione delle persone dai condizionamenti sociali, culturali
ed economici che ne impedivano la realizzazione individuale e collettiva.Questo
movimento era un'attività in cui l'animatore - attraverso "l'educativo"-
perseguiva un obiettivo politico o parapolitico.
Successivamente questo tipo di "tensione" è stato
raccolto, parzialmente, dalle attività culturali delle amministrazioni
comunali che hanno avviato progetti di animazione socioculturale rivolti
alla scuola dell'obbligo, ai centri sociali di quartiere, alle attività
ludiche e sportive, alla gestione delle estati per i ragazzi, per gli adulti
e per gli anziani. In questo periodo si afferma il filone socio-culturale,
e nasce e cresce a ritmi molto intensi quello culturale. L'ultimo
periodo,
quello
attuale,
è
meno ricco di tensioni politiche, ma assai più consapevole della
valenza squisitamente educativa dell'animazione. In questo periodo quasi
tutte le correnti teoriche dell'animazione hanno, infatti, selezionato
i loro obiettivi specializzandoli.
Nello stesso tempo i movimenti dell'animazione hanno
collocato la propria azione all'interno delle agenzie istituzionali di
socializzazione, di inculturazione, di educazione, e di gestione e controllo
della marginalità e della devianza. Per questo
motivo la fase attuale è quella che può consentire una maggiore
convergenza delle varie scuole di animazione verso un'area disciplinare
comune.
L'ambito di attività dell'animazione oggi
L'ambito di attività in cui si esercita oggi
l'animazione va dalla scuola ai laboratori
teatrali ed espressivi, ai centri sociali,
alle comunità educanti, allo sport
e al tempo libero, alla prevenzione
nei confronti di soggetti a rischio e nel recupero
di soggetti marginali e devianti.
Secondo i dati di alcune ricerche a livello regionale,
l'ambito prevalente di attività è nel cosiddetto settore
culturale: cultura, tempo libero, sport, quartiere. Subito dopo viene l'attività
con i portatori di handicap, seguita a una certa distanza da quella nel
quartiere e nelle istituzioni educative. All'ultimo posto si colloca l'attività
nella scuola dell'obbligo e con gli anziani. E' chiaro che a queste descrizioni
sfuggono completamente le attività di volontariato, quelle "private"
e quelle che si svolgono all'interno delle organizzazioni ecclesiali.Questi
dati, comunque, testimoniano una diffusione dell'attività di animazione
anche all'interno delle principali aree di intervento dei servizi socio-assistenziali.
Come si vede, non sono state prese in considerazione
le cosiddette attività di animazione dell'industria del tempo libero
e del turismo, perché esse sono solo un segno della azione di manipolazione
e di alienazione che questa industria svolge al fine di far consumare i
propri prodotti.
Infatti se c'è un elemento su cui tutte le altre
attività di animazione convergono, è quello costituito dalla
tensione verso la liberazione della persona. Non importa poi il fatto che
alcuni pensino a questa liberazione in termini politici, altri in termini
creativi e psicologici ed altri ancora trascendenti. L'importante è
la liberazione della persona umana da quei condizionamenti che ne limitano
la realizzazione e la capacità di governo della propria esistenza
individuale e collettiva.
L'industria del tempo libero propone invece ai suoi utenti
l'alienazione del loro ultimo luogo di libertà, il tempo libero
appunto, affinché sia assoggettato ai modi e ai ritmi della produzione
di questa industria.
La specializzazione dell'animazione ha comportato tra
l'altro che essa sia stata assunta, in alcuni casi, non più solo
come attività complementare, ma come momento centrale dell'attività
scolastica.
Allo stesso modo alcune attività che tradizionalmente
erano ascritte alla educazione specializzata o professionale, sono state
assorbite dall'animazione socioculturale.
Tuttavia il quadro qui sommariamente delineato rischia
di risultare impreciso se non viene integrato da una breve descrizione
del dibattito che sta nascendo intorno al ruolo odierno dell'animazione.
Il dibattito sull'animazione oggi
Alcuni autorevoli studiosi di "cose sociali" cominciano ad affermare che l'animazione (sia essa culturale o socioculturale o sociale) non sarebbe che una buona concezione dell'educazione e, quindi, sarebbe improprio chiamarla con un nome diverso da quello di educazione.
L'allargamento degli ambiti di educazione
A parte l'indiretto ma pregevole riconoscimento dell'efficacia
educativa dell'animazione, c'è da rilevare che l'animazione non
ha mai voluto non essere educazione, ma si è sempre posta solo come
un modo diverso, rispetto alle prassi abituali e dominanti, di fare educazione.
Diversità che era ed è ancora sottolineata
dai particolari soggetti ai quali l'animazione si rivolge
e dai luoghi in cui essa si svolge. Infatti molti di questi
soggetti, così come molti di questi luoghi, non erano mai stati
considerati dagli studi accademici, o semplicemente ortodossi, dell'educazione.
E' però proprio questa eccentricità che ha consentito all'animazione
di sviluppare quei concetti teorici, quei metodi e quelle tecniche che
oggi le consentono di essere riconosciuta come uno dei modi più
validi di fare educazione.
Con la sua "diversità", l'animazione ha dimostrato
che è possibile educare in ogni contesto, in ogni età della
vita dell'uomo ed in ogni luogo, purché esista un minimo di condizioni
di libertà. Ha dimostrato poi che si può educare anche al
di fuori delle tradizionali istituzioni educative, oltre a trasformare
radicalmente molti concetti-base dell'educazione spostandone gli obiettivi
e i confini.
E' forse questo il motivo per cui oggi si possono riconoscere
come educative delle attività che prima erano rigorosamente escluse
dall'educazione e che invece appartenevano a pieno titolo all'animazione.
Si può tranquillamente dire che l'educazione può
affermare che l'animazione le appartiene solo perché l'animazione
ha ampliato i confini del dominio tradizionale dell'educazione.
Qualche esempio non guasta.
Se oggi l'educazione può prendere in considerazione
come soggetti e luoghi dell'educazione persone non in età scolare
e ambienti diversi da quelli dell'istituzione scolastica, ciò è
dovuto principalmente al fatto che l'animazione, con la sua prassi concreta,
ha dimostrato che l'educazione investe tutto l'arco della vita umana e
può avvenire in ogni luogo in cui la vita si manifesta.
Se oggi l'educazione considera il gruppo, e non solo
la relazione a tu per tu (insegnante-allievo), un luogo educativo, ciò
è dovuto in gran parte all'animazione che - utilizzando abbondantemente
le dinamiche di gruppo - ha dimostrato che queste possono offrire un di
più all'educazione.
Ancora: se oggi si accetta abbastanza tranquillamente
l'affermazione che i processi di inculturazione e di socializzazione sono
una dimensione non trascurabile del processo educativo, si deve riconoscere
che un qualche contributo a ciò lo ha dato l'animazione.
Infine, se l'educazione è divenuta una forma di
liberazione in molte situazioni storiche in cui le persone vivono uno stato
di carente realizzazione umana, anche qui qualche merito, anche se non
esclusivo, l'animazione può rivendicarlo. Può, ad esempio,
rivendicare molti più meriti della educazione scolastica o familiare,
specialmente se si riconosce una diretta continuità tra l'educazione
degli adulti (tipica dei movimenti di emancipazione politici ed umanitari
del secolo scorso e degli inizi di questo) e l'animazione sociale e culturale
odierna.
Dopo queste sommarie precisazioni rimane ancora aperto
un problema. Infatti se l'educazione, grazie all'animazione, ha allargato
il proprio dominio tradizionale, ha ancora senso continuare a parlare di
animazione? Non sarebbe meglio abbandonare questa locuzione a favore di
quella di educazione?
Questa considerazione è tutt'altro che priva di
potere persuasivo. Tuttavia alcune osservazioni consentono di respingerla.
Animazione ed educazione: le ragioni della differenza
La prima osservazione è
che l'animazione culturale non si è mai dichiarata "neutrale", come
invece fa abitualmente l'educazione, rispetto alle concezioni dell'uomo,
della società e del senso della vita che formano il pluralismo delle
attuali società complesse e, prima, di quelle semplicemente industriali.
L'animazione si è sempre dichiarata, pur riconoscendo
la libertà dei soggetti a cui si rivolge, come una azione "militante"
da parte di persone che credono nel valore liberante dell'educazione e
che sono motivate nella loro azione da un particolare credo religioso,
politico o sociale. Questo anche dopo l'abbandono post-sessantottesco della
funzione politica dell'animazione.
Rifiutando comunque energicamente la manipolazione e
l'indottrinamento e facendo del metodo critico un fondamento del suo agire.Il
modello del buon educatore, specie di quello che opera all'interno delle
istituzioni educative, propone invece un modo di essere il più aperto
possibile nei confronti del pluralismo culturale, politico, sociale e religioso
della società in cui opera. Sia chiaro però che nell'animazione
non possono confluire tutte le fedi. Solo quelle che mettono al centro
il discorso della dignità, della libertà e della autonomia
della persona umana hanno titolo per sostenere e motivare l'azione dell'animazione.
Una seconda osservazione
deriva dalla constatazione che l'animazione, nonostante in molti casi sia
entrata nelle istituzioni, educative e non, non ha bisogno per realizzarsi
del contesto istituzionale, al contrario dell'educazione che si fonda sempre
su una istituzione: scuola, famiglia, chiesa, ecc.
Una terza osservazione,
che ne consegue direttamente, è che i soggetti dell'animazione sono
quasi sempre volontari in quanto essi, almeno parzialmente, scelgono volontariamente
di vivere questa particolare esperienza educativa, e non perché
costretti dalle regole sociali.
Un'ultima osservazione è
che l'animazione - a differenza dell'educazione - non deve trasmettere
un sapere sociale e dei modelli di comportamento riconosciuti come validi
dalla cultura sociale dominante, ma deve invece aiutare la persona a realizzarsi
e a divenire un protagonista della propria costruzione come individuo e
come soggetto sociale.
Questo non vuol dire che l'animazione non trasmetta alcun
sapere sociale consolidato o alcun modello di comportamento dominante,
ma solo che questi non sono al primo posto tra i suoi obiettivi formativi.
Basti pensare a quelle situazioni in cui l'animazione
si fa strumento della espressione, da parte di un gruppo di persone, della
solidarietà e della fiducia nei confronti di persone che soffro
no la distruttività del disagio, della devianza e della emarginazione.
In questi casi si ha l'esaltazione della animazione come espressione, a
livello educativo, dell'amore alla vita e della fede nella capacità
dell'uomo di evolvere al di là del suo stato attuale.
L'animazione si pone sempre come
manifestazione concreta della fiducia che la vita si esprime anche laddove
tutto sembra negarla. Ora questa scommessa, che anche le istituzioni
educative possono fare e, a onor del vero, in qualche sporadico caso fanno,
è tipica dell'animazione e ne costituisce il fondamento.
L'utopia scalda sempre il cuore dell'animatore proiettandolo
verso il futuro più che verso il passato, verso l'innovazione più
che verso la pura e semplice conservazione.
In altre parole: al centro dell'animazione non vi sono
una società e una cultura sociale che vogliono perpetuarsi, ma degli
individui che cercano di emanciparsi dalle costrizioni interne ed esterne
che impediscono la loro realizzazione personale, per ottenere la quale,
magari, operano per modificare la struttura e la cultura sociale.
Queste brevi considerazioni motivano il perché,
nonostante si riconosca che l'animazione è un modo di fare educazione,
sia conveniente che essa mantenga una sua specifica identità.
C'è ancora un futuro per l'animazione?
Come si è visto, all'inizio l'animazione si era
sviluppata, in molti casi, sotto la spinta di quei movimenti collettivi
che mettevano in primo piano la partecipazione della base alla gestione
del territorio e delle istituzioni sociali. L'esaurimento
o l'indebolimento delle "utopie" della partecipazione non hanno però
ridotto la presenza dell'animazione: essa era andata progressivamente spostando
il proprio ruolo da quello di "ancella" del politico a quello autonomo
di modello educativo, pur non perdendo alcune tensioni ideali caratteristiche
della sua origine.
Ma vi è una domanda che molti operatori sociali
potrebbero porsi: questa trasformazione (che ha garantito all'animazione
di passare indenne attraverso i processi di riflusso degli anni passati)
è sufficiente a garantire anche nella realtà attuale un suo
ruolo significativo? La domanda non è peregrina: la realtà
sociale odierna presenta infatti dei caratteri che, a prima vista, difficilmente
sembrano accordarsi con le concezioni di uomo e con i modelli esistenziali
di cui l'animazione è portatrice.
Un esempio di questa dissonanza è facilmente leggibile
nel modo di porsi oggi di molti di fronte al tempo.
L' uomo contemporaneo tende a vivere il tempo come un
eterno presente e non come una storia che va da un passato verso un futuro.
Una conseguenza di tale atteggiamento è la perdita della dimensione
progettuale, il che significa, per molte persone, l'incapacità di
vivere secondo un dover essere che permetta, attraverso scelte continue,
di rimanere fedeli a un proprio personale progetto di autorealizzazione.
Si tende oggi a vivere cogliendo nel presente il maggior numero possibile
di opportunità di autogratificazione e di consumo, senza curarsi
della loro compatibilità o del loro valore etico. La coerenza non
è più un valore perseguito e l'incoerenza non genera più
sensi di colpa.
La stessa riflessione potrebbe certamente essere sviluppata
per altri caratteri della realtà sociale.
Ora proprio perché l'attuale cultura sociale sembra
smentire i valori su cui si fonda l'animazione, ed in primo luogo quelli
inerenti la dimensione progettuale dell'essere umano, l'animazione viene
rilanciata con nuovo vigore sulla scena educativa. Questa affermazione
non nasce dal gusto del paradosso, ma semplicemente dalla constatazione
che la perdita del senso storico del tempo è una grave forma di
malattia esistenziale per l'uomo contemporaneo. Malattia che egli vive,
ad esempio, con la massificazione da un lato e con l'isolamento dall'altro.
Oppure con la ricerca di un senso in pratiche e consumi che lo allontanano
da se stesso. dalla sua vita e dalla storia che la inscrive. Il narcisismo,
l'individualismo e la competitività esasperata non sono che gli
effetti concreti di questa malattia esistenziale. Ora,
essendo l'animazione da sempre uno strumento, povero ma efficace, attraverso
cui viene offerta alle persone la possibilità di scoprire una dimensione
più autentica di esistenza individuale e collettiva, si può
comprendere il perché essa non abbia assolutamente esaurito il suo
ruolo, ma, anzi, abbia di fronte a sé nuove e ancora più
appassionanti avventure educative da vivere.
E' chiaro che questo spazio, che le trasformazioni della cultura sociale
offrono all'animazione, per essere adeguatamente utilizzato richiede che
l'animazione sappia aggiornarsi, riformularsi per adeguarsi ai nuovi terreni
della sfida che la società complessa le offre. E' necessario perciò,
ancor più che nel passato, che gli animatori nutrano la loro militanza
ideale di nuovi e più sofisticati contenuti scientifici e culturali.
Purtroppo, invece, la diffusione dell'animazione ha favorito
il nascere di modi di fare animazione e di animatori assolutamente inadeguati
rispetto agli obiettivi.
Molti animatori sono, infatti, solo degli "apprendisti
stregoni" che utilizzano, spesso a sproposito, tecniche del lavoro psico-sociale
senza possedere una adeguata conoscenza sia delle tecniche che dei fondamenti
teorici che le motivano. O, ancora, per molti di essi animare è
solo un modo per riverniciare di nuovo delle attività educative
assolutamente tradizionali.
Bisogna riconoscere che in molti centri di formazione
del mondo cattolico la cultura dell'animazione ha già affondato
radici abbastanza profonde. Tuttavia, per non correre il rischio di una
sorta di ghettizzazione, essa deve muovere in campo aperto e contribuire
al rinnovamento della cultura sociale attuale offrendo i doni delle sue
elaborazioni e dei vissuti.