Siamo in un tempo di pluralismo antropologico e teologico.
Il nostro non è un pluralismo formale, come se si usassero dei sinonimi
per dire, grosso modo, le stesse cose. Siamo invece confrontati da un pluralismo
di sostanza: le stesse espressioni evocano modelli concettuali molto diversi.
NPG ha progressivamente maturato una sua posizione. Si
esprime in un modello di pastorale giovanile giocato in un preciso rapporto
tra evangelizzazione, educazione, animazione.
Mettiamo sulla carta queste nostre prospettive, al punto
in cui sono maturate oggi nella nostra ricerca, per un confronto e una
verifica.
I PROBLEMI
Secondo la nostra lettura, le diverse posizioni (teoriche
e pratiche) di pastorale giovanile sono originate soprattutto dal modo
con cui sono comprese e organizzate le esigenze della "educazione alla
fede" e della "educazione".
I termini
L'educazione riguarda l'ambito della produzione e della
comunicazione della "cultura", attraverso l'esercizio progressivo di una
razionalità critica, in vista della personale crescita in umanità.
Ha come preoccupazione sostanziale e specifica la maturazione della persona
nella società, attraverso la proposta di valori, il confronto con
modelli e scelte di vita, la gestione equilibrata degli interessi personali
e dei rapporti intersoggettivi. L'educazione alla fede invece ha come oggetto
la proposta, esplicita e tematica, dell'evangelo del Signore, per sollecitare
alla sua accoglienza, come unico e fondamentale evento di salvezza. La
struttura comunicativa specifica di questo annuncio è la testimonianza
di vita, l'interpretazione di questa esperienza, fino a tradurla in messaggio,
e la celebrazione dell'esperienza vissuta nei sacramenti della Chiesa.
Il linguaggio utilizzato è quello della fede vissuta e confessata.
I rapporti e le interferenze
L'atto pastorale e l'atto educativo si richiamano e si
ricoprono in una relazione anomala. Essi possiedono una loro specificità,
formale e sostanziale. Per questo un atto non è l'altro. Nello stesso
tempo si danno però sovrapposizioni e interferenze. Non sono originate
solo da ragioni pragmatiche (sono spesso coincidenti gli agenti, gli strumenti
e i destinatari); ne esistono anche di più sostanziali, dovute alla
natura progettuale di questi atti per lo stretto rapporto tra maturazione
umana e salvezza in Gesù Cristo. La distinzione tra atto pastorale
e atto educativo non è mai totale né la sovrapposizione può
risultare mai completa. Di qui i problemi del rapporto, sul versante pratico
e su quello teorico. Quando diciamo "educazione alla fede" prendiamo sul
serio la voce "educazione", disposti a misurarci, nelle dimensioni di fondo,
con i contributi delle scienze dell'educazione? oppure, nell'ambito della
pastorale, l'educazione è solo un modo di dire analogico, che ha
poco da spartire con il mondo concreto dell'educazione? Ammessa una eventuale
dimensione educativa per la pastorale, possiamo parlare veramente di "educabilità"
della fede? Educabilità vuol dire possibilità
di intervenire attraverso processi di educazione. Qui parliamo di educabilità
della fede: possiamo intervenire sulla maturazione della fede? Sappiamo
che la fede è un dono di Dio, segno della sua bontà e del
suo amore, che supera ogni nostro impegno e progetto. Educazione esprime
invece lo sforzo attraverso cui l'uomo aiuta sé e gli altri a costruirsi
progressivamente. A prima vista i due elementi non vanno proprio d'accordo.
Si escludono a vicenda; o si influenzano tanto da rovinarsi. Se insistiamo
troppo sulla educazione, salta la gratuità della fede; se insistiamo
troppo sulla fede, l'educazione perde la sua carica di competenza umana,
di progettualità e responsabilità personale. Ammesso il raccordo,
dobbiamo progettare una educazione a partire dalla fede o una educazione
alla fede a partire dall'educazione?
I MODELLI
Il rapporto tra educazione e educazione alla fede non
è prima di tutto un dato di teoria pastorale. Esso è una
qualità del vissuto concreto delle comunità ecclesiali. La
sua definizione teologica è una interpretazione critica della prassi
ecclesiale. Il vissuto delle nostre comunità ecclesiali si presenta
oggi molto pluralista e diversificato. Accentuando le linee di tendenza
in uno schema di comodo, è possibile indicare quattro modelli.
Primo modello: le forti proposte
Il modello teologico tradizionale, che per tanto tempo
ha dominato il dibattito circa il rapporto tra teologia e pedagogia, propone
una prospettiva di netta dipendenza: l'atto pastorale "comanda" all'atto
educativo sia nelle procedure che nelle strumentazioni. In questa prospettiva
si parla molto di educazione alla fede e si insiste sugli interventi necessari
per attuarla. La voce "educazione" è assunta però solo in
una visione molto analogica rispetto a quella caratteristica delle scienze
dell'educazione; il suo contenuto viene derivato, quasi deduttivamente,
dal dato teologico. Viene così, in ultima analisi, svuotata ogni
seria preoccupazione educativa nell'azione pastorale. Queste prospettive
teologiche ispirano e orientano un modo concreto di fare educazione alla
fede. In questo modello l'azione educativa e pastorale viene strutturata
secondo uno stile di forte proposta. Le esigenze più decisive dell'esperienza
cristiana sono messe in primo piano. In fondo, al modello interessano più
i contenuti e gli eventi che il confronto con i destinatari. Dalla cultura
dominante ci si preoccupa di prendere le debite distanze, ritrovando la
carica alternativa e critica dell'esperienza cristiana. E' facile giungere
al rifiuto dei processi educativi o alla loro strumentalizzazione per l'educazione
alla fede.
Secondo modello: la prevalenza del "soprannaturale"
Come reazione alla eccessiva pedagogizzazione della fede
e della vita cristiana, sotto la spinta della "teologia dialettica", è
sorto un modello che distingue drasticamente il momento educativo da quello
pastorale. Alla base di questa concezione sta l'affermata irriducibilità
del mondo della fede con il mondo profano e la costatazione teologica che
nella Rivelazione c'è solo un discorso soteriologico, estraneo ad
ogni interesse educativo. Dio è Dio; egli è il totalmente
Altro, colui che è nascosto e avvolto nel mistero. All'assoluta
e somma superiorità di Dio va contrapposta l'estrema e infinita
inferiorità dell'uomo. Tra Dio e l'uomo non esiste nessuna possibilità
di passaggio. In Gesù Dio si è fatto vicino all'uomo; l'evento
è però unico e irrepetibile. Nulla ha modificato della struttura
costitutiva. Questo modello è segnato da una visione pessimistica
nei confronti della cultura e di ogni produzione umana. Esso rifiuta, di
conseguenza, in termini abbastanza duri, ogni mescolamento dell'educativo
nell'ambito dell'evangelizzazione. L'accesso al mistero di Dio e alla sua
salvezza è un dono che irrompe nella storia dell'uomo. Bisogna solo
invocarlo ed accoglierlo con piena disponibilità. Le cose da fare
sono poche e relativamente semplici: moltiplicare i contatti tra Dio e
l'uomo. Di qui l'insistenza sui momenti di preghiera, sulle celebrazioni
liturgiche e sacramentali, sull'ascolto della Parola di Dio, sulle esigenze
di una esistenza tutta nello Spirito.
Terzo modello: la scelta educativa
Esistono modelli pastorali che preferiscono invece misurarsi
sulle modalità storiche mediante le quali Dio ha voluto realizzare
la Rivelazione. Essi sottolineano così la convergenza e complementarietà
tra atto pastorale e atto educativo. La logica di fondo è quella
della "sacramentalità": di quel rapporto tra "visibile" e "mistero"
che caratterizza l'Incarnazione, la qualità della presenza tra noi
di Dio in Gesù di Nazareth. La Parola di Dio, offerta della Rivelazione,
assume una sua speciale visibilità umana, per farsi conoscere, per
rendersi vicina e accessibile all'uomo, in vista della fede. C'è
quindi un aspetto della Rivelazione, inseparabile da quello trascendente,
che è alla portata delle capacità di apprendimento dell'uomo.
Esiste, in altre parole, un visibile, rivelatore dell'invisibile, un contenente
veicolo al contenuto, un significante che conduce al significato. In questa
prospettiva è facile riconoscere nell'educazione un contributo irrinunciabile
anche per l'educazione alla fede: il visibile è il luogo di presenza
del mistero e via privilegiata per accedervi. Lo stile
pastorale è molto realistico. Evita i discorsi e le proposte troppo
elevate, giocate sulle idealità astratte del solo dover essere.
Preferisce fare proposte, rispettando il primato dell'esperienza. Gli educatori
sono alla ricerca di "domande" in cui riformulare e da cui far reagire
la fede. L'attuale diffusa "domanda di senso" rappresenta un luogo privilegiato
per questa operazione. Dove è già vivace, lì l'azione
pastorale si trova a proprio agio, anche se riconosce l'esigenza di "educare"
continuamente anche questa domanda. Dove è assente o non viene posseduta
riflessamente, la presenza, amorevole e costante, dell'educatore e l'accoglienza
degli interessi quotidiani dei giovani sono finalizzati a farla fiorire.
Anche i contenuti tipici dell'esperienza cristiana sono riscritti per renderli
significativi ed espressivi, all'interno del modello antropologico che
è stato privilegiato. Sorge così un modo nuovo di pregare,
di celebrare, di realizzare l'impegno etico, di vivere da uomini spirituali.
Quarto modello: l'educativo prima del pastorale
Qualche esperienza attuale preferisce affermare il primato
dell'educativo, compreso in termini di totale autonomia, sul pastorale.
Da questa ipotesi nasce un modello pastorale che mette al centro la prassi
quotidiana nelle sue dimensioni più immediate e concrete. Tutti
sanno che le cose si portano dentro un mistero più grande. Lo chiamiamo
di solito con i nomi rivelati della nostra esperienza credente: presenza
di Dio, peccato, salvezza, fede. Su esso la pastorale gioca le sue preoccupazioni
e le sue operazioni. Questa dimensione profonda è immersa però
in dati e fatti sperimentabili e manipolabili, in cui sono in gioco responsabilità
precise e concrete. A questo livello, si pronunciano le scienze dell'educazione.
Qui è indispensabile chiamare le cose con i loro nomi, accettare
i ritmi e i tempi dei normali processi evolutivi, programmare con serietà
e competenza gli interventi adeguati. Realizzata così, la pastorale
possiede una intensa carica di coinvolgimento. Diventa aggressiva e inquietante.
Crea una gerarchia di preoccupazioni e di esigenze, diversa da quella tradizionale.
Molti problemi religiosi passano in secondo piano, per fare spazio ad altri,
vissuti come più urgenti. La risonanza politica attraversa anche
i gesti ritenuti abitualmente più "sacri" (eucaristia, salvezza,
Parola di Dio...). Affiora la consapevolezza che fare bene educazione è
già in ultima analisi fare educazione alla fede.
LA PROSPETTIVA DI NPG
Tra queste diverse posizioni, NPG ha privilegiato una
serie di scelte, ispirate al principio teologico-pastorale dell'Incarnazione.
L'ha fatto per fedeltà alla sensibilità diffusa nella Chiesa
del dopoconcilio. Nello sviluppo della sua storia, nel ritmo e nelle procedure
tipiche di una rivista, NPG ha progressivamente portato a livello di maturazione
più completo e articolato il suo riferimento all'evento dell'Incarnazione,
come criterio di ogni azione pastorale. Ha preso consistenza così
un modello di pastorale giovanile. L'abbiamo ricordato esplicitamente,
celebrando i vent'anni di NPG (cf 19861). Qui sottolineiamo le sue dimensioni
ispiratrici.
Un rapporto tra educazione alla fede ed educazione
Le scelte di NPG si caratterizzano prima di tutto sulla definizione di un tipo di rapporto tra "educazione alla fede" e "educazione": a questo livello stanno i problemi e le differenziazioni, come ricordavamo poco sopra.
Il primato dell'evangelizzazione: ma quale evangelizzazione?
NPG ha cercato un rapporto tra educazione e educazione
alla fede a partire dalla consapevolezza della priorità carismatica
affidata alla evangelizzazione. "Evangelizzazione" è però
un'espressione tanto ricca di significati da diventare equivoca. La comunità
ecclesiale, quando oggi parla di evangelizzazione, si riferisce normalmente
alle prospettive che l'Evangelii nuntiandi ha presentato
come punto di riferimento normativo (cf EN 1724). L'Evangelii nuntiandidefinisce
l'evangelizzazione come un processo complesso, articolato in differenti
interventi. Con una schematizzazione utile, gli interventi possibili sono
riassunti in tre: la testimonianza, l'annuncio, la celebrazione. Il documento
propone chiaramente una descrizione di ciascuno, per evitare cattive letture.
Testimonianza
è
un modo di essere presenti nella realtà e la qualità dell'impegno
per trasformarla. In questo, si propone come una modalità di vita
e di responsabilità, condivisa e compartecipata con tutti gli uomini
di buona volontà. E' una dimensione "laica". Secondo
i riferimenti che noi privilegiamo, testimonianza è l'atto educativo
e la produzione della cultura, realizzati come espressione concreta di
promozione dell'uomo. La testimonianza fa nascere domande attorno al senso
dell'esistenza, personale e collettiva. A queste domande, l'evangelizzazione
risponde attraverso l'annuncio. Nell'annuncio il credente dà le
ragioni dei gesti di testimonianza che ha posto. La colloca in un orizzonte
di definitività, li interpreta e, soprattutto, li collega esplicitamente
con il mistero del Dio di Gesù Cristo, nella comunità ecclesiale.
L'annuncio,nella
proposta offerta da Evangelii nuntiandi,
non è perciò
la diffusione di parole, ma la giustificazione attraverso la parola proclamata
("dare le ragioni") di un impegno promozionale.
La terza dimensione dell'evangelizzazione è costituita
dalla celebrazione. Certamente il documento pensa alle celebrazioni
liturgiche e sacramentali, momento vertice di tutto il processo. Ricorda
però anche l'esperienza globale di vita nuova: un clima, respirato
e vissuto, che assicura, nell'oggi e per connaturalità, della verità
di quanto è proposto per il futuro. E' importante ricordare che
l'Evangelii nuntiandi propone questi tre momenti come dimensioni
dell'unico processo di evangelizzazione. Sembra ricordare che solo nella
articolazione complessiva il processo è vero. Nessun elemento è
previo o va interpretato solo come successivo, quasi ci fossero gesti di
semplice preevangelizzazione o si potessero progettare interventi con scadenze
logiche o valoriali. Questa importante prospettiva restituisce alle singole
comunità ecclesiali la responsabilità di essere soggetto
di evangelizzazione. Al loro interno, tutti collaborano all'unico compito,
con interventi e presenze differenziate. La diversità non dice mai
subordinazione: esprime invece qualità di presenza. In questa visione
teologica viene suggerita una soluzione molto stimolante del rapporto tra
educazione e educazione alla fede. Rispetta la diversità degli approcci,
anche se li colloca nell'unica intenzionalità globale. E apre alla
necessità di farsi attenti a tutti i dati educativi nel centro stesso
del processo di evangelizzazione.
La "distanza" tra educazione e educazione alla fede
Pur riconoscendo la reciproca implicanza e il forte peso
dell'educativo sul pastorale, in ordine all'obiettivo specifico della pastorale
giovanile, è importante sottolineare anche la "distinzione" e una
certa "distanza". Prima di tutto è indispensabile affermare che
non si dà atto educativo diretto e immediato in rapporto alla esperienza
di fede. La fede si sviluppa sul piano misterioso del dialogo tra Dio e
ogni uomo. Questo spazio di vita sfugge ad ogni tentativo di intervento
dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa di
Dio. La risposta dell'uomo consiste nell'obbedienza accogliente.
Questa immediatezza e radicalità viene servita,
sostenuta, condizionata dagli interventi, formalmente educativi, che hanno
la funzione di attivare il dialogo salvifico e di predisporre l'accoglienza.
Questi interventi si pongono dalla parte del "segno". Sono orientati a
rendere il segno sempre più significativo rispetto alle attese del
soggetto, e spingono a verificare le attese personali per sintonizzarle
con l'offerta della fede e della salvezza. Questo è l'ambito in
cui pastorale e educazione coincidono operativamente. Gli interventi educativi
hanno quindi una funzione molto importante nella educazione della fede.
Senza di essi non si realizza, in situazione, il processo di salvezza.
Si collocano quindi sul piano delle modalità concrete e quotidiane
in cui si sviluppa il dialogo salvifico. Lo stesso gesto nella salvezza
può essere contemporaneamente compreso come tutto nel mistero di
Dio e tutto frutto di interventi educativi. Certo, le due modalità
non sono sullo stesso piano né possono essere considerate "alla
pari".
Bisogna riconoscere, in una fede confessante, la priorità
dell'intervento divino anche nell'ambito educativo, più direttamente
manipolabile dall'uomo e dalla sua cultura. La fede dunque riconosce la
grandezza dell'educazione: il fatto cioè che liberando la capacità
dell'uomo e rendendo trasparenti i segni della salvezza, libera e sostiene
la sua capacità di risposta responsabile e matura a Dio. Ma la fede
riconosce che anche l'educazione rimane, come tutti i fatti umani, sotto
il segno del peccato. La fede dunque deve esprimere un giudizio sull'educazione
dell'uomo in genere e, in particolare, sul modello educativo umano che
può essere utilizzato nel proporre la fede alle nuove generazioni.
Questo, in fondo, non è attentato al dovere di rispettare l'autonomia
dei fatti umani. Significa invece che l'approccio educativo e comunicativo
è giudicato dall'evento al cui servizio si pone. Nel nostro caso
comporta la costatazione che questo approccio, anche se è legato
ad esigenze tecniche, avviene sempre nel mistero di una potenza di salvezza
che tutto avvolge: la grazia salvifica possiede una sua rilevanza educativa,
certa e intensa anche se non è misurabile attraverso gli approcci
delle scienze dell'educazione.
Educazione è il nome concreto della "promozione umana" in campo di pastorale
In questa prospettiva NPG ha sempre voluto affermare e
riconoscere la portata "salvifica" dell'educazione, la sua capacità
di rigenerare veramente l'uomo e la società. Per questo ha sostenuto
un modello di pastorale giovanile attento all'educazione e rispettoso delle
sue logiche. Certamente, l'impegno educativo non può mai esaurire
tutta l'azione pastorale. Essa richiede interventi qualificati in un orizzonte
che si sporge nel mistero di Dio. Di quest'ordine sono, per esempio, liturgia
e sacramenti. La fiducia nell'educazione non esclude queste esigenze, ma
suggerisce la modalità e l'intenzione con cui esprimere questo servizio
pastorale "ulteriore". Chi crede all'educazione sa che solo all'uomo restituito
alla coscienza della sua dignità e alla passione per la sua vita,
possiamo annunciare il Signore Gesù, come la risorsa risolutiva
del suo desiderio di felicità e di vita, da invocare e incontrare
nella verità e nella profondità della sua esistenza umana.
L'uomo, spossessato della sua responsabilità, piegato sotto il peso
della disperazione o distrutto nell'oppressione, non può trovare
nel Signore Gesù un principio di rassegnazione.
Chi lo fa, tradisce la profezia dell'evangelo e pone
il Dio della vita come concorrente spietato e geloso alla fame di vita.
Se questa è l'intenzione, il modo con cui viene realizzata l'educazione
alla fede risulta necessariamente condizionato. L'evangelo viene annunciato
in tutta la sua radicalità e forza interpellante, perché
offrirlo per la vita non significa di certo deprivarlo della sua verità.
L'annuncio mette però l'uomo al centro, lo vuole protagonista anche
quando gli sollecita l'obbedienza accogliente di un dono. Le esigenze della
gradualità, della progressività, il rispetto della soggettività
anche nella sua elaborazione, rappresentano i criteri obbligati su cui
misurare il servizio pastorale. Sono proprio queste esigenze quelle che
fanno più difficoltà a coloro che si riconoscono nei primi
due modelli, descritti nelle pagine precedenti. NPG non ha sempre trovato
consenso facile alle sue proposte per questi contrasti di mentalità.
Abbiamo però difeso tenacemente la nostra prospettiva perché
ci sembra corretta almeno come le altre, perché è quella
che permette una pastorale giovanile davvero sulla misura dei giovani più
poveri.
L'animazione
Negli ultimi anni, NPG si è fatta attenta ad una sensibilità nuova: l'animazione. Nei primi passi, lo spessore di questa formula non è sempre stato evidente. Un po' alla volta si è però chiarito. Oggi rappresenta un ambito indiscusso del contributo di NPG alla pastorale giovanile italiana.
Animazione come qualità dell'educazione
NPG propone una definizione operativa di animazione che prende le distanze delle accezioni più comuni e riporta il concetto direttamente nell'ambito formalmente educativo: animazione è uno stile di educazione. Per questo viene utilizzata come "nome concreto" dell'educazione (sul piano dell'orizzonte culturale e delle strategie operative). L'animazione è un originale stile educativo che ha lo scopo di maturare le persone e le istituzioni, attivando un processo critico di promozione liberatrice. Esso si realizza al di dentro dei processi di socializzazione. Mira a favorire la crescita attraverso interventi condivisi da tutti i protagonisti e protesi al raggiungimento di finalità concordate. Per la sua funzione critica si qualifica come stimolo alla responsabilizzazione. Questo impegno avviene soprattutto attraverso la progressiva restituzione ad ogni persona di un protagonismo responsabile. La persona è così sollecitata a scoprire le sue aspirazioni più autentiche e maturanti e a realizzarle con creatività, nel confronto interpellante con le libertà e le attese degli altri uomini e nel realismo delle diverse mediazioni istituzionali.
La pastorale giovanile a scuola dall'animazione
Il modello educativo assunto dall'animazione rappresenta una proposta ideale per realizzare le esigenze che scaturiscono dalla dimensione educabile della fede. La fede è una risposta personale, libera e responsabile, pronunciata all'interno di un progetto dotato di una sua consistenza normativa e segnato da una precisa dimensione comunitaria. Per educare a questa decisione si richiede nello stesso tempo l'educazione alla libertà e responsabilità, e la disponibilità alla solidarietà ecclesiale e alla accoglienza di progetti già dati. La libertà riconquista alla verità personale il dono in cui siamo collocati, che giudica e misura questa stessa libertà. La decisione di fede diventa perciò tanto più libera, responsabile, matura e autentica, quanto più la persona attua in sé un processo di libertà, responsabilità, solidarietà, crescita in umanità. L'animazione può essere considerata quindi uno stile privilegiato non solo per educare, ma anche per intervenire educativamente nell'educazione alla fede.