Vedo due fidanzatini non di primo pelo
che già da un po’ stanno tubando in tutte le forme possibili e so che hanno
amici sposati, chi bene e chi male, e vorrebbero decidersi: la casa c’è,
qualche soldo è stato messo da parte, il papà garantisce una rete di
protezione, il lavoro per tutti e due è quasi uscito dalla precarietà. Ma non
riescono a fare il volo. Sono già più avanti di quei due giovanotti che avevo
incontrato in treno di ritorno dall’aver visitato le rispettive fidanzate.
Quanti anni avete? Ventisette. Ma non vi sposate ancora? Tutti e due, quasi
avessero fatto le prove, alzano le mani e esclamano: Abbiamo la mamma!
Sicuramente con una decina di emme, per significare il caldo abbraccio e la
furba comodità del materasso e della lavatrice.
Questi invece si vogliono decidere: hanno bisogno di alcune ragioni che danno la
spinta. Tre o quattro gliele fornisco io, le altre spero che abbiano amici che
gliele testimoniano.
Sì
alla coppia
La vita dell’uomo è fatta per vivere
in due donandosi amore l’uno all’altra. Da soli si vive un senso di
incompletezza, si apre una sete che deve essere colmata. L’altro va cercato e
a lui occorre dedicarsi. È da quando sei bambino che vivi l’amore. Qualcuno
ha la grazia di avere un fratello o una sorella con cui si litiga, ci si cerca,
si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno
confidenze, ma che si cerca sempre come l’altra faccia della tua vita. Abbiamo
tutti avuto un papà e una mamma, di cui ci siamo sentiti figli, che ci hanno
dato amore e a cui abbiamo tentato di offrire il nostro. Da quando siamo nati
cerchiamo l’altro, fino a quando scoppia qualcosa di nuovo, che ti
destabilizza. È l’altra.
Da che mondo è mondo si è sempre
cercato di interpretare quello che ci capita attorno, di dare un senso al come
viviamo, di trovare delle ragioni. Abbiamo apposta l’intelligenza. Allora ci
diamo da fare per trovare ipotesi, punti di partenza, studiare sequenze logiche,
mettere in campo tutti i punti di vista e arrivare a delle conclusioni in una
lunga serie di cause e effetti. Ma in questo procedimento razionale scoppia un
giorno qualcosa che non quadra, che non sta nello schema. Avevi fatto tutte le
tue previsioni, invece interviene qualcosa che sconvolge tutto. Sei un giovane,
hai già imparato a calcolare per filo e per segno il tuo tempo, i tuoi
obiettivi, hai stabilito tappe, scansione di passi… vedi quella persona, ti
senti addosso qualcosa che ti destabilizza, e diciamo per convenzione «cuore»,
cambi ritmo, tempi, vuoi a tutti i costi incontrare quella persona e ti cambia
la vita. Non puoi più non pensare a lei, per lei fai pazzie, non stai più
nella pelle. Questa esperienza fuori da ogni logica, questa destabilizzazione
degli schemi, questo non prevedibile è il motore stesso della vita. Non è una
trappola camuffata, ma la nostra natura, il segreto della felicità.
Hai passato una vita a pensare a te, a
goderti tutti i momenti del tempo che scorre senza accorgerti, ti sei detto: «A
suo tempo mi impegnerò anch’io, anch’io mi darò da fare per piantare il
futuro...», poi tutt’a un tratto ti sembra di aver aspettato troppo, il tempo
trascorso ti sembra un’eternità; c’è qualcosa che bisogna fare subito;
perché non mi sono accorto prima? perché ho tollerato questa inedia, questo
essere neutrale a tutto? Perché non mi sono accorto di avere un cuore vuoto?
È così: quando ti prende la solitudine è sempre a tradimento, è sempre
improvvisa, non annunciata, t’accorgi troppo tardi; è sempre insopportabile.
Allora ti prende l’ansia, scrivi nel cuore le leggi della fisica e non
dell’amore, la legge del tutto e subito, del non c’è niente da fare; del
non c’è un cane che mi pensa, anche se sono stato per tanti anni neanche un
semplice povero cane per chi mi ha urlato la sua solitudine. E si parte con il
piede sbagliato: ansia, timore di restare solo, sentimento di inutilità, paura
di rischiare, fatalismo. Invece occorre imparare finalmente a vivere, ad
accorgersi degli altri, a pensare a che cosa posso offrire sul piatto della
gratuità, senza credere di perdere. Occorre abituarsi alla solitudine con se
stessi, a pensare di esistere con dignità solo perché siamo vivi, a contare
nel proprio corpo tutte le cellule che invocano l’altro, la pelle, le mani,
gli occhi, il corpo, il cuore, la vita, la sessualità. Il paradosso è che la
solitudine la sperimenti maggiormente nella massa quando cerchi di catturare
l’altro per te, di aggrapparti a lui ad ogni costo; quando non riesci a
rischiare di offrire fiducia, di esporti al fallimento.
Allora eccoti alcune mosse, forse un decalogo, per uscire dalla crisi:
|
1.
Restare solo non è una sfortuna, ti aiuta a prenderti in mano l’anima
e può essere una vocazione. |
Questo tempo dell’amore sembra oggi
difficile da vivere. È difficile riuscire a mettersi assieme, far diventare
dialogo profondo il sentimento, uscire dalla solitudine in cui si è stati
troppo tempo, trovare finalmente un’intesa, aiutati dalla forza insopprimibile
della sessualità. È difficile districarsi tra quel mare di immagini, di
provocazioni, di esperienze, di fallimenti che ti sbattono davanti gli adulti
con la loro vita, con i loro interessi e con le loro TV. Ma la strada della
felicità passa proprio solo da qui. Diceva Papa Giovanni Paolo II: «È
importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro
spirito, quelle decisive non riguardano il “che cosa”. La domanda di fondo
è “chi”: verso “chi” andare, “chi” seguire, “a chi” affidare la
propria vita.
Voi pensate alla vostra scelta affettiva,
e immagino che siate d’accordo: ciò che veramente conta nella vita è la
persona con la quale si decide di condividerla».
Non bastano le cose, non bastano i soldi, non ti riempiono la vita le gite, il
trekking e gli sport anche quelli estremi. È sempre e solo una persona, e anche
quella non in qualsiasi modo.
Sì
al sacramento
Finalmente quando ti pare di aver trovato
la tua strada per l’amore, per la vita di coppia, ti senti dire (cf il Papa a
Tor Vergata): «Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a
Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno:
penso ai fidanzati e alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la
purezza nell’attesa del matrimonio».
Ma che c’entra Dio con il nostro amore! Ci siamo conosciuti per caso sul
corso, da quando si sono incrociati i nostri occhi abbiamo cominciato a non star
bene se non assieme. Ci siamo cercati; a qualcuno davamo fastidio, ma abbiamo
continuato lo stesso; le abbiamo inventate tutte per poterci vedere: complicità,
sotterfugi, lotte, delusioni, altalene di sentimenti. Questo amore è nostro, ce
lo siamo costruiti noi come abbiamo voluto, non dobbiamo rendere ragione a
nessuno di quello che c’è tra noi. E viviamo assieme felici! Non sospettano i
due innamorati che i loro approcci, le loro ansie, il loro cercarsi aveva alle
spalle uno sguardo d’amore. Non sospettano che quando un uomo e una donna si
vogliono bene mobilitano direttamente il Creatore, toccano un nervo scoperto che
fa aprire direttamente il cielo, sbalzano dal letto il buon Dio, perché stanno
incarnandolo di nuovo sulla terra e imprigionandolo nel loro amore. Quando due
fidanzati si incontrano, Dio non sta nella pelle dalla gioia al vedere che due
persone lo stanno imitando, gli stanno facendo il ritratto più vicino al vero.
E volete che non gli interessi questo ritratto, che lo lasci mettere nella
categoria dei porno, che sia riducibile a esercizi di sessualità, che sia una
consumazione di pur sani egoismi, ma sempre egoismi, non aperti alla vita?
Certo, se tutta la nostra vita fosse solo tentare di star bene senza uno sguardo
mistico che la trasfigura e la proietta sullo sfondo della bellezza di Dio, non
varrebbero tutti i tentativi di sfruttarla al massimo, di rubare ogni momento
quel piacere che è molto imparentato con l’amore, quella soddisfazione a due
pur conquistata a fatica. Ma a te Dio chiede di proiettarti su un progetto più
grande. L’amore trova la sua pienezza nel matrimonio, e lì nel matrimonio è
un amore che non muore, perché ha la forza stessa di Dio. Come può Dio essere
estraneo all’amore tra un uomo e una donna se è lì che si fa presente, se è
lì che le persone realizzano l’amore di Cristo per l’umanità e per la
Chiesa? Veramente il regalo più grande è quello di proiettare l’amore verso
l’alto, il bacio più bello è quello di due che si scambiano la presenza di
Dio in loro. Quella cena al lume di candela è la cospirazione di due che stanno
trovando l’intesa migliore per offrire a Dio l’abitazione più adatta a
continuare la forza della vita. Quel ballo appassionato, forse ormai lontano dal
chiasso della discoteca quando si muovevano i primi passi di questa bella
avventura, è la danza della vita con gli occhi negli occhi, il cuore sul cuore,
la vita abbracciata in una tensione di promessa, di impegno e di attesa di
qualcosa di definitivo.
Diceva ancora Giovanni Paolo II: «Attenti, però! Ogni persona umana è
inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non
mettere in conto una certa misura di delusione... Solo Gesù di Nazaret, il
Figlio di Dio e di Maria, il Verbo eterno del Padre nato duemila anni or sono a
Betlemme di Giudea, è in grado di soddisfare le aspirazioni più profonde del
cuore umano».
E questo lo si impara proprio quando si impara ad amare, quando nel proprio
originalissimo amore di coppia si sa vedere l’amore di Dio.
Sì
all’amore fedele
La comunicazione di Dio con gli uomini ha
una storia lunga, come è lunga la storia della creazione e dell’uomo. Questa
comunicazione di Dio ha il suo vertice,la sua pienezza in Gesù Cristo. È Lui
la pienezza della comunicazione del Dio invisibile che si è fatto uomo e così
ha acquistato, ha accettato una visibilità simile alla nostra. Da quando Maria
ha detto il suo sì nel momento dell’Incarnazione, Cristo ha una sua storia
tra noi, fra tutti gli uomini e le donne, fra tutte le storie che uomini e donne
inventano tra loro, in particolare nella stessa storia di ogni coppia.
Ha una storia con tutti noi, e così il momento di grazia che è Lui è un
momento lungo, diversificato, ricchissimo di tanti e diversi momenti.
L’oggetto di questa comunicazione è la sua vita che per una coppia diventa un
patto di alleanza: diventare segno dell’amore di Dio nel mondo. Quasi si
incarna di nuovo in questo debole amore tra un ragazzo e una ragazza, tra un
uomo e una donna per continuare nel mondo la sua presenza, il suo calore per
tutti gli uomini.
La realizzazione di questo progetto nella persona esige una nuova
ristrutturazione della sua verità più profonda, della coscienza, di quel
sacrario intimo del dialogo tra Dio e l’uomo. Essere cristiani è andare al
profondo dell’uomo, cambiarlo dall’interno e farlo essere creatura nuova. Ma
la stessa cosa sta avvenendo quando si vive una vita di coppia, ci si sta
ristrutturando.
L’artista
del dono d’amore è lo Spirito, è Lui che delinea nella coppia i contorni dell’umanità
di Gesù, che si costituisce come la verità stessa della coppia e la difende
nella coscienza di ciascuno. È l’umanità di Gesù, il modo con cui Lui è
persona, è uomo, la verità di ogni uomo, di ogni persona. Sono le sue
relazioni la verità delle nostre relazioni.
In Gesù Cristo noi riconosciamo un modo vero di realizzarsi dell’umano, tanto
autenticamente umano da essere di fatto la misura anche della nostra verità di
uomo e di donna, del nostro modo concreto, il più vero, il più autentico, di
essere uomini e donne. È lo Spirito che ci fa accettare di essere a immagine di
Gesù Cristo, cioè che ci fa accettare che Gesù non è una sovrastruttura
della nostra umanità, un soprammobile, un «si fa per dire», un esempio bello,
ma impossibile, ma la nostra verità stessa; deve guidare la nostra libertà a
confrontarsi con questa stessa verità. E mentre delinea in noi i contorni della
figura di Gesù, nella vita di due che si vogliono bene, di una coppia, delinea
i contorni del rapporto sponsale tra Cristo e la Chiesa. E come Cristo non ha
abbandonato né l’umanità
Riconoscere che lo Spirito è il
Paraclito, il Difensore, significa chiedergli che difenda in noi e da noi la
figura di Gesù Cristo, non permetta che la vanifichiamo; la difenda da noi
stessi, dalla nostra sapienza, dalle nostre metodologie di interpretazione di
Gesù, che non lo rendono più il Gesù del Vangelo e della Chiesa, e fanno sì
che l’amore di coppia non sia più l’amore di Cristo verso la sua Chiesa, ma
lo fanno essere a seconda di come ci fa comodo.
Lo Spirito non ci permette di inventare
un altro Gesù Cristo, un altro tipo di amore di coppia costruito secondo il
nostro modello di egoismo.
Sì
ai figli
Ma perché due sposi che hanno trovato un
buon equilibrio tra loro a fatica, un giorno perdono tutto e lasciano spazio a
uno, due, tre figli? Ma chi glielo fa fare oggi di spendere la vita? E la parola
«spendere» è proprio vera: mentre si desidera il bene dei figli e si aspetta
con ansia che crescano, la loro vita si consuma.
È sicuramente ancora l’amore che prende un’altra forma, un altro modo di
esprimersi, di configurarsi. Infatti spesso l’amore è pensato solo come lo
spazio dell’intesa fra i due che al massimo si augura di essere eterno, ma
spesso chiuso, limitato, circoscritto. È il dramma delle nostra cultura odierna
che non sa andare oltre. Decidere di mettere al mondo figli esige che l’amore
si colori di speranza.
Sperare è vedere oltre.
Sperare è non cedere all’evidenza.
Sperare è allargare gli orizzonti.
Sperare è avere in cuore una attesa certa.
Sperare è vivere di sogni che si realizzano.
Sperare è non dire in nessun caso: ormai.
Sperare è vivere da sentinelle, non da becchini.
Sperare è non aver paura del futuro.
Sperare è non adattarsi a chi ti dice di tenere i piedi per terra.
Sperare è scrollare di dosso il torpore e la depressione.
Sperare è radicarsi nelle promesse.
Sperare è affidarsi alla certezza dell’amore di Dio.
Sperare è dissolvere le nebbie della vita.
Sperare è puntare un laser sull’eternità.
Sperare è lasciarsi prendere oltre le bende svuotate dalla sorpresa di un
Risorto.
Sperare è sapere che la vita continua.
Sperare è credere che il seme porta sempre frutto e continua la tua vita.
Sperare è collaborare con Dio per tenere viva l’umanità.
Sperare è una manina indifesa nella mano callosa di un papà.
Sperare è un abbraccio che dà sicurezza.
Sperare è avere qualcuno che ti domanda sempre perché.
Sperare è vegliare di notte sulla sofferenza innocente.
Sperare è far scoppiare un futuro per la vita.