Viso piccolo, sguardo vivace e fiero, capelli
alla maschietto non conformi alla moda dell’epoca. Così si presenta Sophie
Scholl nelle foto che la ritraggono. E già da lì si capisce che si tratta di
un personaggio fuori dalla norma. Una particella «impazzita» in un regime che
tende a mettere in riga tutti, che inquadra e domina azioni e pensieri.
Stupisce, nella sua
biografia, la sua vita intellettuale fin da giovanissima, la vivacità del suo
intelletto, la curiosità, gli interessi, il suo profondo amore per la musica e
per la natura.
Quando Hitler va al potere lei ha 12 anni e, come la stragrande maggioranza dei
ragazzi tedeschi, subisce la pressione della propaganda pedagogica ma anche il
fascino e l’attrazione di un richiamo che è anzitutto quello della patria.
È una ragazza come tante, Sophie, ultima figlia di una famiglia numerosa e
unita. Educata al valore dell’indipendenza e dell’onestà di pensiero, in un
primo tempo cresce seguendo il nazionalismo imperante. Partecipa ai gruppi in
cui i ragazzi venivano «irreggimentati» dal Nazismo di «prima maniera». Ama
il suo paese e vuole farne parte attiva. Questo anche andando contro le idee del
padre che da subito si era reso conto della pericolosità dell’ideologia
hitleriana. C’è dunque un confronto vivace nella famiglia Scholl, poiché
anche il fratello maggiore di Sophie, Hans, sosteneva apertamente il nuovo
regime. Si tratta di un confronto e non di uno scontro però, poiché questa è
anche la storia di una famiglia che ha avuto il coraggio di contrapporre il
proprio essere comunità morale, ad una comunità, quella tedesca degli anni
’30, che sembra essere asservita all’assenza di morale, una famiglia in cui
ciascuno era libero da condizionamenti e poteva crescere con la massima
autonomia di pensiero.
Così, in maniera
graduale e del tutto autonoma, ben presto in Sophie matura il dissenso. Non è
un processo repentino. È piuttosto una lenta presa di coscienza, frutto di
osservazioni, valutazioni e analisi della realtà circostante. Per prima cosa si
allontana da quei gruppi di cui aveva fatto parte con tanto entusiasmo solo poco
tempo prima. Le sue scelte di studi e professionali per alcuni aspetti sono
scelte obbligate, e d’altronde non poteva essere diversamente nel regime
nazista. Ma da un certo punto in poi i tirocini e le esperienze preparatorie
all’università le vive male. E la cosa stupisce. Dalle prime pagine della sua
biografia Sophie, infatti, ci appare come una ragazza di grande vitalità,
appassionata. Eppure le esperienze che vive prima di iscriversi all’università
la incupiscono. Si rende sempre più conto dell’assurdità dei metodi nazisti
e del fanatismo che la circonda. Non trova nulla in comune con le sue compagne
di studi e di esperienze. Forse è in questa fase, durante il periodo di lavoro
obbligato, che apre veramente gli occhi e prende il via quella sua maturazione
spirituale che la porterà a riconoscere la cecità di tutti gli altri.
Il diario di Sophie si
arricchirà progressivamente di invocazioni a Dio nella scia di S. Agostino e
Pascal, vocazioni liriche, riflessioni, e preghiere. Anche le lettere di quel
periodo contengono spesso riflessioni metafisiche e la confessione di un
faticoso momento esistenziale: «Mi sento
così impotente, e certo lo sono. Non posso pregare per niente altro che di
essere capace di pregare».
La meditazione sul Creatore e sulla natura la conduce al riconoscimento della
libertà dell’uomo come supremo dono divino e alla visione della giustizia di
Dio contrapposta all’ingiustizia del mondo: «Non
è anche questo un mistero, che tutto sia così bello? Nonostante l’orrore,
continua ad essere così. Nel mio godere della bellezza si è inserito un
elemento sconosciuto, un presagio del creatore, che ogni creatura innocente loda
la sua bellezza. Per questo soltanto l’uomo è capace di essere veramente
crudele, perché è libero di dissociarsi da questo canto di lode. E adesso si
potrebbe spesso pensare che lo faccia, coprendo questo canto col rumore di
cannoni, di maledizioni e di bestemmie. Ma il canto di lode ha il sopravvento…
ed io voglio fare tutto quello che è possibile per associarmi alla sua vittoria».
Come tutte le ragazze
della sua età, anche Sophie ha un amore, un fidanzato che il destino ha voluto
essere ideologicamente (almeno all’inizio) opposto a lei. Anche in questo
caso, come era stata abituata dall’ambiente familiare, non scontro ma
confronto. Certo Sophie non è tipo da tenere taciute le sue idee e i suoi
pensieri. Nello scambio di lettere tra lei e Franz (questo il nome del ragazzo),
che era al fronte, leggiamo spesso non solo frasi e parole d’affetto verso
l’amato, ma anche lucide analisi della situazione politica, poiché si propone
di essere per lui la sua spina contro l’indifferenza facendolo ragionare
sull’assurdità della guerra.
I concetti di partecipazione e di responsabilità erano radicati nel suo essere.
L’eguaglianza delle razze umane, la pace come scopo della politica erano
invece concetti che traeva da autori banditi dal regime. Gli stessi che ispirano
Hans Scholl e il suo amico Schmorrell per la creazione di un gruppo di
resistenza pacifica la «Rosa Bianca» (Weiße
Rose), di cui farà presto parte anche Sophie.
Un
ciclostile per la libertà
Giovani cristiani che
dalla fede traevano forza e sostegno, questi ragazzi cercano di raggiungere la
coscienza del popolo tedesco solo attraverso sei volantini, poiché non avevano
altro che la forza delle parole e un ciclostile. I fratelli Scholl e i loro
amici scelgono una via pacifica e si sacrificano liberamente pur di non cedere
ad un potere che non riconoscevano.
Tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942 distribuiranno, in centinaia di copie, 4
fogli scritti a macchina spedendoli a indirizzi scelti a caso dagli elenchi
telefonici, lasciandoli nelle fermate degli autobus, gettandoli dai tram di
notte o abbandonandoli nelle cabine telefoniche.
Quei volantini esprimono una sofferta e convinta testimonianza cristiana,
un’obbedienza alla legge della coscienza, ma anche un atteggiamento di
opposizione culturale al nazismo, un esplicito rifiuto del militarismo e un
appello diretto ad una concreta azione di resistenza al regime.
I membri della Rosa
Bianca si rivolgono a tutti i tedeschi, accusando ognuno, per il silenzio
condiscendente, di complicità per i crimini del nazismo e incitando alla
resistenza non violenta. Una scelta controcorrente di fronte alle stragi del
regime, ma l’unica, ai loro occhi, capace di riscattare l’onore di
un’intera nazione, capace di pulire la coscienza di un popolo da colpe tanto
infamanti.
L’invito alla resistenza viene offerto non solo attraverso indicazioni
pratiche, ma anche tramite citazioni classiche, richiami biblici, filosofici,
letterari. Il linguaggio è volutamente élitario e altisonante, perché i
messaggi sono esplicitamente destinati a professori, intellettuali, studenti
universitari e all’avanguardia del popolo tedesco, profondamente decaduto se
rinuncia a reagire contro la perdita della propria libertà:
«Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!». Sophie e
i suoi compagni sono infatti assertori della corresponsabilità individuale e
collettiva rispetto alla dittatura: «Ognuno
vuole liberarsi da questa complicità, ciascuno cerca di farlo ma poi ricade nel
sonno con la più grande tranquillità di coscienza. Ma egli non può
scagionarsi: ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole!».
Nei volantini si trova anche una sorta di autoritratto della Rosa
Bianca: «La Rosa Bianca non è al
soldo di nessuna potenza straniera. Pur sapendo che il potere nazionalsocialista
deve essere spezzato militarmente, noi cerchiamo un rinnovamento dall’interno
dello spirito tedesco, così gravemente ferito». «Noi
non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza; la Rosa Bianca
non vi darà pace».
Le argomentazioni riportate nei fogli propagandistici sono sempre intense e
appassionate. Il quarto volantino per esempio possiede una intensa enfasi
religiosa che dà anche una chiave di lettura teologica alla resistenza e fa
appello esplicito al cristiano: «Non ti
ha forse Dio stesso dato la forza e il coraggio di combattere? Dobbiamo
attaccare il male là dove esso è imperante, ed esso è imperante proprio nel
potere di Hitler».
Il quinto volantino è
invece un appello alla coscienza morale dei tedeschi e anche il più esplicito
progetto politico della Rosa Bianca: «Libertà
di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio di
stati criminali fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa».
L’appello finale del volantino è solenne: «In
nome della gioventù tedesca esigiamo dallo stato di Adolf Hitler la
restituzione della libertà personale, il bene più prezioso dei tedeschi che
egli ci ha tolto nel modo più spregevole».
Sophie e i suoi
compagni erano consci del rischio, ma la loro coscienza gli intimava di non
cedere a nessun compromesso: «La libertà
è il più prezioso tesoro che abbiamo», sostenevano nei loro volantini.
Il
film: gli ultimi sei giorni
Di quei giovani che
hanno pagato con la vita l’obbedienza alla verità oggi si torna finalmente a
parlare grazie al film di un regista tedesco, Marc Rothemund, La
Rosa Bianca – Sophie Scholl.
Il ritmo della pellicola è incalzante e riesce pienamente a trasmettere la
grandezza del sacrificio di quegli studenti universitari che, in virtù dei loro
valori cristiani, pacificamente ma con grande determinazione si opposero alla
cultura di morte nazista, rimanendo fedeli alla massima che era il loro motto:
«Bisogna avere uno spirito inflessibile e
un cuore tenero».
Il film ripercorre gli ultimi sei giorni di vita di Sophie in particolare:
l’arresto, il processo farsa, la condanna a morte.
Sophie infatti sapeva che i volantini della Rosa Bianca erano opera di suo
fratello e di Schmorrell, e la crescente consapevolezza del dovere cristiano di
opporsi alle potenze del male, maturata nelle discussioni dei gruppi a cui
partecipava e nei «salotti dell’opposizione», la spinge a chiedere di
partecipare alla creazione di una nuova serie di volantini. Distribuito il
quinto volantino, gli studenti avevano deciso di alzare il tiro, non perché
cercassero il martirio, ma perché ritenevano che il momento fosse favorevole a
una rivolta studentesca.
Era tempo di tradurre il pensiero in azione, di trasformare le parole in opere.
Decidono dunque di diffondere proprio all’interno dell’Università e in
pieno giorno, durante l’ora di lezione, quello che sarebbe stato il loro
ultimo volantino su cui era scritto senza mezzi termini o giri di parole: «Ogni
parola che esce dalla bocca di Hitler è una menzogna…». Ma la fortuna
non doveva essere dalla loro quel giorno. Traditi dal suono di una campanella e
da un bidello troppo attento e curioso, Hans e Sophie che si erano incaricati
dell’impresa vengono scoperti e condotti presso la sede della polizia politica
per l’interrogatorio.
Dal film, ma anche dai documenti storici rimasti (verbali della polizia e
testimonianze) appare chiaro il coraggio di Sophie durante l’interrogatorio,
nel rivendicare i motivi della propria scelta. Nel colloquio di fronte
all’ufficiale della Gestapo appare straordinariamente più forte di lui pur
essendo in una condizione di difficoltà e pericolosità estrema. La sua è la
forza dell’anima che sfida e supera quella della violenza. Sophie di fronte al
poliziotto Mohr come Antigone di fronte a Creonte.
L’ufficiale, che alterna intransigenza ad atti di umanità, è colpito dal suo
straordinario coraggio e le offre anche una via d’uscita. Ma ad un prezzo per
lei altissimo: tradire i suoi ideali, tradire i suoi amici. Sophie rifiuta
l’offerta: «Non rinnego nulla. Sono
convinta di aver agito nell’interesse del mio popolo. Non mi pento e ne
accetterò tutte le conseguenze», risponde senza tentennamenti rivelando
tutta la forza morale e d’animo che l’hanno sostenuta in questa battaglia
contro il male. Nemmeno per un attimo pensa di usufruire della scappatoia che le
viene offerta per alleggerire la sua posizione: bastava che dicesse che non si
rendeva conto di ciò che faceva e che era plagiata da suo fratello. Ma lei non
accetta. Ammette completamente tutte le sue responsabilità.
Dichiara
all’ufficiale, orgogliosa e fiera: «Ripeterei
quello che ho fatto, perché non io, ma lei ha una falsa visione del mondo».
La sua fede profonda e
incrollabile le dà la forza per sacrificarsi per gli altri. Così aveva scritto
nel suo diario: «Meglio un dolore
insopportabile che un apatico vegetare. Meglio una sete bruciante, preferisco
chiedere dolore, dolore, che sentire un vuoto. Non è forse anche il dolore un
dono di Dio».
Il coraggio è raro.
Deve poter essere più forte della morte. Di coraggio Sophie ne ha da vendere
quando con estrema fermezza, di fronte alle accuse dell’ufficiale di aver
disobbedito alle leggi naziste, dichiara: «Le
leggi cambiano, la coscienza resta».
Per questo la giovanissima Scholl è stata più
volte accostata ad Antigone, a Socrate, e agli altri eroi della coscienza, donna
del secolo per le lettrici di una rivista tedesca. La notte prima della sua
esecuzione Sophie fa un sogno: sta portando un bambino a battesimo, si sente
sprofondare, ma lo mette in salvo, mentre lei cade nel baratro. Essa stessa ne dà
un’interpretazione: « Il bambino
simboleggia le nostre idee… trionferanno dopo la nostra morte».
Non si sbagliava Sophie, una ragazza di 21 anni, che sapeva disegnare e suonare il pianoforte, che studiava scienze e filosofia, che amava la libertà e ascoltava la propria coscienza più di qualsiasi altra cosa.