Anche volendo evitare il rischio della retorica, non possiamo non
prenderne atto: chi nasce in famiglie costituite precocemente, devianti o
multiproblematiche, e vive in contesti degradati e/o deprivati (povertà
economica, culturale, di valori) dove si socializza l’agire illegale, va a
finire spesso sul ciglio di un burrone.
È pertanto almeno ipocrita concepire
come successo il fatto che un giovane «delinquente» sia stato scoperto e
magari assicurato alla giustizia: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che
per la società si tratta piuttosto di una sconfitta.
Perché, prima di diventare scippatori, tanti ragazzi sono stati loro stessi
scippati, spesso, di tutto ciò a cui avevano diritto: una famiglia degna di
questo nome, un minimo di benessere, una scuola accogliente, il gioco
spensierato, ambienti propositivi e stimolanti, un’educazione religiosa, la
vicinanza delle istituzioni, un lavoro onesto, …
Se delinquono, sono certamente responsabili. Ma di chi è la colpa?
Ciò che è stato loro tolto o negato, nel momento in cui entrano nel circuito
penale, deve essere restituito. Per giustizia, non per magnanimità.
La pena pertanto non può avere carattere afflittivo, contenitivo, di
rassicurazione sociale o, meno ancora, vendicativo.
È in tale ottica – convinti con Don
Bosco che non esistono giovani irrecuperabili e che tutti hanno almeno un punto
accessibile al bene – che la cooperativa sociale «Centro Orizzonte Lavoro»
di Catania dal mese di settembre 2004 ha promosso l’attuazione di un progetto
denominato «Articolo 27, 3° comma» (della Costituzione italiana, che vuole si
punti proprio sulla rieducazione: cf box).
L’attivazione del progetto, con i costi che ha comportato, si è reso
possibile grazie alla sensibilità dimostrata dalle autorità competenti della
Provincia e del Comune di Catania.
Così come anche Giovanni Paolo II aveva più volte auspicato, parlando di
detenuti e di detenzione, è stato avviato un percorso educativo e rieducativo
che fa leva su un lavoro onesto, interiorizzato, da creare e gestire in gruppo,
corresponsabilmente.
Purtroppo, al di là delle leggi e degli ordinamenti specifici che pure
esistono, si punta ancora troppo poco sulla capacità di riscatto che può
essere innescata dall’educazione al lavoro e dall’inserimento lavorativo «tutorato».
Così in Italia succede che il numero dei detenuti lavoranti sia all’interno
che all’esterno delle carceri negli ultimi anni è andato progressivamente
decrescendo.
E succede che se trovare lavoro per qualunque giovane oggi è un dramma (a
Catania il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40%), per chi esce dal
carcere, restandone segnato a vita, diventa una vera e propria tragedia.
Avviene così, ancora, che la mancanza di
lavoro diventa la causa principale della recidiva: le statistiche dicono che,
mentre l’80% degli ex detenuti torna purtroppo a delinquere e finisce
nuovamente in carcere, il tasso di recidiva di coloro che escono dal carcere e
sono inseriti al lavoro si abbatte al 15%!
Senza opportunità di reinserimento socio-lavorativo, scontata la pena, al
giovane non resta (anche perché spesso ha già una famiglia da mantenere) che
tornare negli ambienti e con gli amici che lo hanno portato a compiere reati:
gli unici ad essere «accoglienti», a dare fiducia, a inserirlo in un contesto
dove contare e a offrire un «lavoro».
Quanto detto finora evidenzia l’importanza decisiva di un intervento di
prevenzione (secondaria o terziaria quanto si vuole) che valorizzi la parte
buona che c’è in ognuno perché, qualunque sia il reato commesso, i giovani
restano sempre il terreno più adatto ad un possibile cambiamento.
Se, invece, si lascia che il «vaso» si rompa per una seconda e una terza
volta, allora riattaccare i pezzi risulterà sempre più difficile.
Il
progetto
Secondo quanto evidenziato nelle premesse
e in piena coerenza con lo spirito rieducativo della citata norma
costituzionale, il progetto si è prefissato di:
– reperire opportunità lavorative
serie, necessarie per consentire ai minori di usufruire dell’istituto della «messa
alla prova», alternativo alla detenzione;
– informare chi è già ristretto negli istituti penali minorili sulla
legislazione di riferimento, il mercato del lavoro, le agenzie del territorio,
ecc.;
– fornire servizi di orientamento finalizzati al reinserimento lavorativo;
– supportare gli utenti coinvolti nella ricerca di opportunità lavorative
idonee;
– promuovere lo sviluppo, in ognuno di loro, di autonomia e capacità
progettuale (sapersi organizzare nella ricerca del lavoro e volersi scommettere
per costituire una propria cooperativa sociale);
– far acquisire una sana cultura del lavoro e del suo valore, con
particolare riferimento all’autoimprenditorialità e alla cooperazione
sociale;
– sensibilizzare le imprese attraverso l’informazione sulle leggi che
incentivano l’assunzione di detenuti ed ex-detenuti e promuovere la conoscenza
delle esperienze eccellenti di inserimento lavorativo già realizzate in questi
ultimi anni nel circuito imprenditoriale locale.
– in particolare (e costituisce il principale risultato atteso dal
progetto) preparare, costituire e immettere sul mercato una cooperativa di
lavoro composta anche da minori che vivono in situazioni di disagio familiare,
esclusione sociale, devianza o già entrati nel circuito penale.
Il
percorso
Effettuate alcune riunioni previe con lo
staff della cooperativa per la progettazione esecutiva, il progetto ha preso
l’avvio con la presentazione dello stesso alle varie realtà che si era
previsto di coinvolgere (enti pubblici e privato-sociale) mettendolo a loro
disposizione come preziosa risorsa e chiedendo di partecipare, sia attraverso la
segnalazione dell’utenza da inserire al lavoro, che quali partner
dell’itinerario progettuale.
Per non restare nel vago, a ciascun ente è stato consegnato un fascicolo
contenente una presentazione del progetto e una specifica scheda da utilizzare
per la segnalazione e presentazione dei ragazzi.
I risultati, purtroppo, si sono rivelati incredibilmente deludenti: dopo avere
contattato, con un consistente lavoro durato più mesi, 85 enti (come si è
detto, sia pubblici che del privato sociale) ci sono stati segnalati appena 7
ragazzi. E ciò in una città come Catania che vanta il triste primato della
delinquenza minorile!
La cooperativa, lungi dall’arrendersi, si è data da fare e, grazie al
decennale radicamento in un quartiere di periferia, ha trovato, accolto e
inserito altri giovani. E meno male, perché diversi tra quelli segnalatici, per
diversi motivi si sono ritirati.
In atto, la nuova cooperativa di lavoro (i ragazzi l’hanno voluta intitolare a
Don Bosco) ha iniziato le proprie attività lavorative come Agenzia di Recapiti.
Alla scelta di tale settore merceologico si è giunti considerando l’assenza
di competenze professionali nei ragazzi e dal momento che uno studio pur
empirico di mercato ha evidenziato bisogni non soddisfatti e la possibilità di
abbattere i costi, rispetto ad altre agenzie già operanti in loco.
Con la collaborazione degli stessi utenti si è completata la necessaria fase
della formazione iniziale (rinforzo delle motivazioni, formazione al lavoro e
all’etica del lavoro, alla cultura imprenditoriale, cooperativa e
professionale, alla sicurezza nei luoghi di lavoro, al lavoro in team…), si è
studiato il mercato locale e la «concorrenza», elaborato un pacchetto di
servizi con relativo listino prezzi e, con il coinvolgimento di tutti, si è
promosso il lancio sul mercato della nuova Agenzia di recapiti consegnando al
domicilio di potenziali clienti circa 2.500 lettere di presentazione dei
prodotti, dei servizi e dei costi, grazie alle quali è stato acquisito un primo
portafoglio clienti.
La stesura dello statuto ha consentito ai ragazzi di cominciare a capire come si
gestisce una cooperativa e, già a partire dalla stesura, come si giunge a
prendere decisioni, allorché si hanno pareri diversi. Il ragionamento sulla
cooperazione ha consentito di fare chiarezza sulle motivazioni e gli obiettivi
di ciascuno, a partire dalle singole individualità e dalla propria storia
personale.
Dopo un ampio e positivo confronto, alcuni sono rimasti «conquistati» dai
concetti di condivisione, democraticità, protagonismo, scommessa, decidendo di
aderire da soci; altri hanno preferito dare la propria disponibilità in qualità
di dipendenti non soci, almeno per il momento. Questa distinzione, che ha
rischiato di creare una rottura, si è poi ricomposta in vista del necessario
rispetto delle peculiarità e delle scelte personali.
L’inserimento
nel percorso di tre tirocinanti, la disponibilità del «presidente» della
Cooperativa e la «raccolta fondi» di amici, adulti e giovani, hanno costituito
una risorsa di fondamentale importanza.
La trentina di clienti (alcuni dei quali di notevole consistenza) che si è
dichiarata disponibile ad affidarci le proprie consegne fa ben sperare in vista
del raggiungimento dell’obiettivo. Anche perché è chiaro che, finito il
progetto con l’avvio dell’attività lavorativa, i ragazzi saranno ancora
seguiti finché necessario.
Conclusione
In
chiusura, ci preme sottolineare l’idea madre in base alla quale si è snodato
il percorso di inserimento socio-lavorativo posto in essere, che ci sembra abbia
conferito carattere innovativo al progetto.
Si è scelto di ribaltare le logiche finora dominanti riguardo l’inserimento
lavorativo di soggetti marginali, evitando di produrre situazioni protette,
garantite, privilegiate e, al tempo stesso, provvisorie (come le classiche «borse
lavoro»): in una parola, assistenzialistiche.
Alla relazione «assistente-assistito» va sostituito un percorso di inclusione
sociale basato sul protagonismo, sulla condivisione e sull’acquisizione di
strumenti e di abilità: l’emarginazione può essere vinta solo dalla
partecipazione.
Infine, perché il «miracolo» avvenga, non può essere sufficiente l’impegno
della persona deviante. Occorre il supporto, lungo l’intero percorso, di
persone motivate e professionalmente preparate che decidano di com-promettersi
nella logica dell’incarnazione. In altre parole, non basta motivare,
orientare, formare: bisogna «accompagnare» al lavoro.
Riteniamo infatti che il nuovo nome di una «assistenza» che voglia essere
diversa dall’assistenzialismo sia l’«accompagnamento»: farsi, come don
Bosco, compagni di viaggio di chi non ce la fa.
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ART.
27 della COSTITUZIONE ITALIANA, III COMMA Il
comma 3 dell’articolo 27 della nascente Costituzione già dava il senso
ai successivi intendimenti legislativi che sono confluiti nella legge n.
354/75 e più di recente nella legge n. 193/00, la cosiddetta legge
Smuraglia. «Fu allora che io toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se trovano una mano benevola che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini. Questo è il primordio del nostro Oratorio» (Don Bosco, Memorie dell’Oratorio, pag. 127). |