Il mio è un punto di
vista parziale, e da un osservatorio limitato, pur nutrendo particolare
attenzione a quello che sta capitando in giro per l’Italia, e nella mia
regione in particolare, la Calabria.
Sta maturando in me da alcuni anni un disagio per la situazione della pastorale
giovanile in genere, soprattutto diocesana e locale che, lungi dal venire
attenuato da eventi indicatori di prassi innovative e felici, viene sempre più
delineandosi come rassegnazione a un dato di realtà di non facile accettazione.
E la realtà della prassi con i suoi segni preoccupanti e inequivocabili
ripetutamente mi offre conferma sulla situazione di una deriva della pastorale
giovanile.
La
crisi della prassi di base
Mentre si moltiplicano
e globalizzano gli eventi, si solennizzano i convegni, e tutto il celebrativo e
la dimensione di «messa in scena» vengono inseriti nel circuito mediatico del
far notizia, cresce in me la netta sensazione che invece, al contrario, nella
realtà della pastorale ordinaria in vita quotidiana, si stia sempre riducendo e
stia scomparendo quella che, un tempo, consideravamo la prassi di base di
pastorale giovanile.
Mi riferisco alla
quotidianità, là dove si realizza il reale incontro dei giovani tra loro e con
l’educatore-testimone, il ritrovarsi attorno ad una ragione alta, il
cimentarsi in una attività coinvolgente, il tentare di realizzare un frammento
di un progetto di cambiamento di sé e della realtà intorno, per quanto
ridotto. E il tutto animati da una intenzionalità entro uno spazio fisico,
territoriale e sociale, circoscritto, secondo una ritmata scansione dei diversi
tempi di vita. Un livello di base dove l’incontro con il mistero della vita e
la storia del Signore Gesù, il Signore della vita, si realizza nella «sacramentalità
diffusa» del gruppo e della relazione educativa.
Mi chiedo: sono forse
nostalgico del passato? Forse ho lasciato condensare in me e cosificarsi il
modello di una certa qual «età dell’oro»della PG?
È vero che le cose cambiano e nulla resta di identico, eppure mi chiedo: perché
non è più possibile che dei giovani si ritrovino, secondo scadenze da loro
contrattate e il calendario da loro stessi redatto, attorno ad un animatore per
fare e per stare, per comunicare ed esprimersi, per narrare se stessi o stare ad
ascoltare altri che narrano, per programmare qualche avventura insieme e
stabilizzare relazioni, definire ruoli, compiti, azioni?
C’è chi dice che questo non sia più possibile!
Viene a mancare anzitutto la
Non c’è più tempo
per fare gruppo, per stare insieme, per ritrovarsi, per approfondire un tema,
per fare un ritiro di gruppo, per programmare e gestire un camposcuola, per fare
un’esperienza in gruppo, e questo con un animatore, tanto meglio se
giovane-adulto?
La pastorale giovanile
di base aveva il suo luogo di progettazione, di azione, di verifica, forse nel
circuito ristretto di un quartiere, di una parrocchia, di alcune parrocchie in
rete zonale… Essa è rinata rinnovandosi nelle forme, nei modelli, nello
stile, nella progettazione, durante il dopo concilio. E questo dal basso, là
dove qualche prete intraprendente e qualche animatore controcorrente era deciso
– magari e tanto meglio se con il supporto del parroco o del vice
incoraggianti le iniziative laicali – a dare il via all’avventura del
trovarsi insieme ai giovani, immaginando percorsi, selezionando e stratificando
esperienze di vita attiva e di riflessione, azione e contemplazione. E poi c’è
stata la stagione matura del soggetto ecclesiale di ogni PG: la comunità
cristiana.
Ho la percezione che stia diventando sempre più
merce rara una pastorale giovanile fatta alla base. Davvero sono in crescita i
preti e i laici che stanno investendo nello stare con i giovani?
La mia percezione è diversa. Non è poi così facile – anzi appare in
quest’ultimo decennio cosa sempre più rara – trovare e convincere qualcuno
disposto a tanto. Registro un certo crescente disinteresse anche tra i preti
giovani, catturati da ben altri mondi pastorali, soprattutto se associati a
nuvolette di incenso!
C’è poi chi è sempre più convinto che questa pastorale di base, che si
snoda sul cammino del gruppo giovanile e della comunità educativa, sia inutile,
anzi quanto mai superata, se non alquanto dannosa: o spreco di tempo e di
risorse, o forse manipolatrice di soggettività giovanile.
Oggi non solo non si riesce più a fare realmente cammino di gruppo con i
Straordinario
vs ordinario
In questo senso credo
abbia contribuito a devitalizzare la pastorale giovanile di base il parallelo
ingigantirsi della pastorale giovanile organizzata attorno ai grandi eventi.
Ogni diocesi ha il suo ufficio, il suo incaricato, la consulta; magari anche
organismi ad hoc con contorno di progetto diocesano e un budget consolidato.
Poi si avvia la
macchina organizzativa sul modello del rullo compressore… e partono le
iniziative, le campagne, gli eventi,gli appuntamenti.
Se dovessimo recensire le iniziative in termini di eventi, potremmo scriverne un
elenco infinito e variopinto, indice certamente della vivacità della fantasia:
PG della notte, di sera, di giorno, di mezzogiorno (raramente però di mattina
presto!).
La pastorale giovanile viene progressivamente identificata dalla comunità
ecclesiale in eventi, in appuntamenti, preferibilmente di massa, ma il legame di
questi eventi tra loro e la vita quotidiana tende a ridursi allo zero.
È come un calendario di appuntamenti scandito dal vuoto tra un evento e
l’altro.
Le giornate, le camminate, i pellegrinaggi, i meeting hanno un loro senso se
diventano l’incontrarsi di tanti giovani che percorrono cammini di base in
gruppo e hanno tante cose, esperienze, racconti da scambiarsi, ognuno col
proprio stile giovanile di comunicazione.
Ma che dire quando tra
un evento e l’altro non c’è stato nulla o quasi di condiviso, di sofferto,
di maturato insieme in un gruppo vitale, segnato dalla primarietà?
Sta emergendo sempre più
consistente la convinzione che una buona pastorale giovanile possa essere fatta
dall’ufficio diocesano e dalla sua équipe, anche senza il cammino di base,
soprattutto senza il cammino in gruppo promosso da una concreta comunità
territorialmente collocata.
Il che in termini
concreti significa: senza esperienze elaborate nel quotidiano, senza
l’esperienza dei cambiamenti più profondi che il giovane può vivere
nell’ordinario della vita di gruppo e della comunità, senza il linguaggio
della fede riconquistato in un contesto di comunicazione faccia a faccia, dove
le relazioni traducono prima delle parole la qualità della vita che circola in
esso.
Appaiono sempre più
numerosi gli operatori di pastorale che sono convinti di poter scommettere nel
gioco tra individuo e massa, tra eventi di comunicazione di massa e risonanze
interiori individuali, quasi che ci fosse una pastorale che può fare a meno del
confronto quotidiano con il sistema di relazioni di un gruppo, con
l’esperienza insostituibile del gruppo-laboratorio di relazioni e di
esperienza; una pastorale che faccia a meno dei tempi lunghi dell’educazione.
Insomma ci si illude su una pastorale «sulla via
di Damasco».
Ho la sensazione che molti preti e laici che operano nella pastorale giovanile
siano convinti che si possano ottenere risultati di una trasformazione profonda
e radicale degli stili di vita dei giovani prescindendo dall’esperienza della
quotidianità di un gruppo giovanile dove, insieme, ci si confronta, si
elaborano codici condivisi e modelli nuovi di dire la fede nella vita e di
ripensare radicalmente gli stili di vita a partire dalla provocazione della
fede.
Possiamo oggi pensare di fare pastorale giovanile senza gruppo e senza
esperienza elaborata insieme e codificata insieme, senza il contesto vivo di una
Che senso ha la
supposizione che il giovane possa divenire credente e discepolo di Gesù se
viene coinvolto a livello emotivo in un evento, e poi si scarica su di lui il
compito di maturare in solitudine, di ruminare nella propria vita quotidiana,
magari nella compagnia di quelli che sono i suoi compagni di studio, di lavoro,
di tempo libero, ma senza la creazione di un contesto vitale?
A ciò si aggiunge poi
la convinzione che un buon riferimento all’adulto, magari direttore
spirituale, fa tutto il resto?
Sono sempre più rari
gli operatori pastorali e i preti pronti a scommettere che il gruppo giovanile
è ancora la mediazione vitale indispensabile per la rielaborazione degli
atteggiamenti e dei comportamenti in linea con il discepolato di Gesù.
Spettacolarizzazione,
sguardo gratificato sulle masse, frammentarietà e saltuarietà, scomparsa del
quotidiano se non solo evocato ma mai vissuto davvero, stanno trasformando tanta
pastorale giovanile in un prodotto tipico della società della comunicazione di
massa, del mercato globalizzato, del consumismo sfrenato delle esperienze legate
ad eventi sempre più mediatizzati.
Pertanto proprio in un contesto di pluralismo crescente, di globalizzazione
degli eventi, di spettacolarizzazione, la pastorale giovanile corre il grosso
rischio di ridursi all’effimero, al saltuario, all’occasionale.
Appare sempre più una pastorale di superficie, di pelle, d’identità colorata
e sgargiante, di immagine, ma sempre meno riesce ad incidere nella radicalità
della quotidianità dei giovani.
La
difficoltà del «fare gruppo»
Un altro dato fa
riflettere: appare crescente la difficoltà a «fare gruppo» con i giovani
oggi; a volta sembra impossibile!
L’appartenenza fluida
e la pluralità delle appartenenze parziali pesano, eccome!
I giovani stessi svolazzano da un’esperienza all’altra; ma quando il gruppo
morde e sentono di esserne «presi», intravedendo magari il potenziale di
cambiamento che esso potrebbe indurre, a volte preferiscono prenderne le
distanze.
Forse i giovani stessi fanno resistenza alla classica esperienza di gruppo: è
troppo impegnativo e spaventa, se le opinioni in qualche modo si intravede che
potrebbe divenire totalizzante.
La pluralità delle
appartenenze rende anche più problematico accettare un’appartenenza che ha in
se stessa la tacita pretesa di porsi come funzione critica delle altre
appartenenze, e magari in certi momenti anche inchiodare il giovane alle
responsabilità a cui piace tanto sfuggire, in una stagione di
deresponsabilizzazione.
È proprio così: per
l’identità debole e la loro fragilità dinanzi alla massima esposizione, il
classico gruppo di base non può non apparire troppo indigesto e impegnativo,
perché in certi momenti davvero chiede troppo. Da qui l’abbattimento della
soglia minima, il rischio di ridurre le aspettative o di frustrarle,
l’accompagnamento educativo più impegnativo e forse anche la maggiore
lentezza nella evoluzione del suo ciclo vitale e nel percorrere un itinerario
educativo-pastorale col gruppo.
Facciamo molta più fatica a fare gruppo con gli adolescenti di oggi. Questo sì.
La
risorsa «animatori»
Tuttavia la cosa che mi preoccupa maggiormente è
quella di una generazione di formatori che è meno disposta a scommettere
intorno al perdere tempo nel e con il gruppo, sia nei momenti di informalità
che in quelli programmati.
C’è sempre altro da fare, e qualcosa di più importante.
Gli appuntamenti e le scadenze ci travolgono;non abbiamo più il tempo, non
riusciamo più a trovarlo, o ci viene a mancare per la scaletta così nutrita di
Eppure la scommessa di
una continua formazione di nuove generazione di animatori per le diverse fasce
d’età, a cominciare dalla preadolescenza, appare sempre più un punto
irrinunciabile di non ritorno per un servizio alla Chiesa locale.
Un
anno sabbatico
Ogni tanto mi viene da
invocare un anno sabbatico nella pastorale giovanile diocesana.
Un anno in cui ci si possa finalmente dedicare alle cose dimenticate e ai
percorsi negati.
Un anno in cui non ci siano più appuntamenti oceanici, feste ed eventi di
massa… ma il ritmo della vita del gruppo possa tornare ad essere scandito dai
tempi della vita reale, dai tempi della crescita insieme, e dai tempi quotidiani
della comunità educativa ed ecclesiale in cui il gruppo è inserito, dai tempi
dei campiscuola.
Ed invece, alla scadenza della GMG di un anno, incombe quella dei 3 anni
Lo straordinario ci ha sopraffatto. L’evento
successivo incombe e viene a schiacciare memoria e fantasia su quello
precedente, e, prima che un animatore abbia con il gruppo «digerito quello
trascorso», un altro macigno incombe pressante. Non ci si può più sottrarre
agli eventi, alle manifestazioni, ai meeting, alle giornate, ai pellegrinaggi,
alle chiamate a raccolta, all’occhio delle telecamere o delle cineprese che
debbono salvare gli eventi alla memoria.
So di andare controcorrente, ma vorrei dire: basta! È ora di fermarsi!
E poi l’esperienza delle etero-programmazioni sul gruppo e sulla comunità:
Immaginiamo a questo
punto come viene a trovarsi un animatore di un gruppo giovanile: deve tenere al
contempo il ritmo del ciclo vitale del gruppo unito all’itinerario di
educazione alla fede, tenere il passo di una comunità educativa ecclesiale in
cui il gruppo è inserito e, su questo, innestare le programmazioni che piovono
come missili da altri mondi.
Certo, il legame al
territorio e alla ecclesialità della chiesa locale e, se è il caso, al carisma
del movimento, devono diventare i filtri necessari per fare discernimento,
semplificare, accogliere quel che si riesce ad inserire nella prospettiva locale
con sguardo globale. E poi lasciare senza scrupoli tutto il resto!
Perché anche un
eccesso di offerte e di stimoli può mandare in tilt e il gruppo e il suo
timoniere. Può far esplodere una programmazione pastorale!
L’organizzazione concreta deve essere lasciata nelle mani del gruppo animatore
di una comunità educativo-pastorale e a coloro che in ultima istanza ne hanno
la responsabilità.
Ribadire
l’abc
Non cercavo uno sfogo,
ma poter affermare il diritto alla sopravvivenza e alla essenzialità della
prassi pastorale, liberi da ridondanze e sovraccarichi.
Deve restar chiaro nella mente dell’operatore di PG che alcune scommesse
basilari, l’abc dell’educazione e dell’educazione alla fede, vanno con
coraggio ribadite e riaffermate sopra tutti i messaggi e stimoli sopravvenienti.
Per fare pastorale
giovanile, oggi come ieri, occorre scommettere e partire con l’esperienza
vitale di un gruppo, mondo vitale di relazione e di valori, laboratorio che
macina esperienza trasformandola in cultura nuova confrontandosi con la memoria
culturale, attorno ad un animatore-narratore di vita capace di porre filtri e
barriere ad una invasione dall’esterno di alieni ma al contempo anche di
rilanciare oltre il gruppo e il proprio baricentro.
E ciò sul territorio reale abitato da una comunità educativa che amplia l’appartenenza e funge da contenitore di memoria e al contempo spazio di partecipazione e di cittadinanza educativa, di autentica appartenenza ecclesiale. Questa è l’urgenza da ricuperare oggi alla prassi di pastorale giovanile. Per non soccombere.