| Stefan, giovane poeta in crisi d’identità, incontra un vecchio eremita. Tra i due ha inizio un appassionato dialogo d’intonazione sapienziale che tocca le grandi questioni della vita, come la felicità, il destino, il potere, la libertà, l’arte, e quindi la speranza, la fede, il bene, Dio, la morte. Mentre i due personaggi rivelano la propria ricca umanità, a poco a poco Stefan scopre il valore della sapienza. Dialogo e narrazione, ritratti e paesaggio, sacro e quotidiano, sono così parte di un’intensa ricerca di senso, in cui anche il lettore, al pari di Stefan, è chiamato a cimentarsi |
Domanda. Cosa spinge un docente di inglese e di linguistica di lungo corso a
scrivere una specie di Siddharta, un romanzo di formazione?
Risposta. Lo spirito di servizio. Ho
cercato di restituire qualcosa del moltissimo che la vita mi ha dato, prima come
adolescente, figlio e allievo, e poi come uomo, padre e insegnante, oltre che
marito. Vorrei però sottolineare che l’esperienza filiale non cessa con
quella parentale. Non ho mai smesso infatti di sentirmi, un po’ come
Siddharta, «ein Suchender», un «cercatore». Penso anzi che, proprio di
fronte al mistero tutto sia riconducibile a unità. Lo stesso studio scientifico
del linguaggio, ad esempio, può integrarsi con il suo uso creativo a vantaggio
di entrambi.
Forse
anche un tentativo di «sublimazione» di esperienze formative, a cominciare da
quelle di volontariato, il cui spirito ho cercato di trasfondere anche nella mia
professione.
Il
giovane, un cercatore
D. Il protagonista del libro, il cercatore, è un giovane. Tale figura
interpreta bene il mondo giovanile oggi?
R. Il giovane è per condizione
esistenziale portatore di una domanda urgente di senso che si lega ad un
assoluto bisogno di autenticità. Egli nutre di conseguenza delle attese che
vorrebbe vedere già realizzate o non vedere mai tradite. In questo certamente
è favorito dalla grande «chance» della gratuità, in cui può liberamente
spendersi, cominciando ovviamente dallo studio, che lo mette in condizione di
ricevere «gratuitamente» e di restituire, se vorrà, ancor più gratuitamente.
Egli poi sa, o intuisce, di istruire un tempo forte, nel quale avrà modo di
arricchirsi di conoscenze e di esperienze, magari rinunciando alle sicurezze di
ieri e con il rischio, sempre incombente, di bruciare qualche tappa o di mancare
a qualche appuntamento. È perciò più o meno consapevolmente alla ricerca di
maestri e di testimoni, soprattutto dell’amore e della verità, che lo
confermino lungo il cammino. Malgrado mille condizionamenti, e nonostante
l’eguaglianza di opportunità sia un ideale ancora molto a venire, l’esito
finale dipenderà in gran parte da lui, dalla sua capacità personale
d’incontro e di dialogo.
D. Nei protagonisti e nei loro dialoghi la dimensione del tempo è il
motivo dominante. Che percezione hanno i giovani del tempo? E come lo vivono?
R. Proprio nelle battute iniziali si
toccano le grandi dimensioni del tempo, e il connesso, emozionante, motivo della
sua reparabilità («Occorre farsi nuovi!» – dice il vecchio al giovane
malinconico). Da un lato i giovani tendono ad assolutizzare il tempo, di cui si
sentono protagonisti, dall’altro possono progettare il futuro con
lungimiranza, sperimentando a fondo la libertà. Hanno anche bisogno di
coltivare la propria identità, di riconoscersi, ma anche di rinnovarsi ad ogni
ritorno di stagione. Quanto al cosiddetto tempo libero, non è sempre facile per
loro «ricrearsi» in maniera autentica, non pre-confezionata. Poi c’è la
grande dimensione dell’arte, quella contemplativa, quella del sogno ad occhi
aperti o del «daydreaming», come dicono efficacemente gli inglesi, nonché
quella, entusiasmante, dell’innamoramento: si tratta, appunto, del tempo
sospeso, che ha risvolti anche collettivi, da non vivere passivamente. Oggi il
tempo dei giovani si è molto dilatato, e credo che essi debbano più che mai
coltivare il senso positivo dell’attesa, contro il consumismo del «tutto e
subito», contro la banalizzazione delle esperienze, compresa quella sessuale.
Di contro lo spazio si è come ristretto, con i sempre più rapidi spostamenti
di informazioni, merci e persone: si tratta di uno spazio vissuto per lo più
esteriormente, e allora può risultare preziosa la capacità di fare silenzio,
di raccogliersi in se stessi, per ampliare lo spazio forse più vitale, che è
quello interiore.
Lo
scambio comunicativo
D. Il dialogo tra il giovane poeta e il saggio del Poggio non è a senso
unico, ma uno scambio fecondo. Cosa dà l’adulto al giovane, e cosa può dare
il giovane all’adulto?
R. Il ruolo del vecchio saggio credo
rifletta un procedimento che è in parte maieutico, di analisi interiore e presa
di coscienza delle esigenze più profonde, e in parte di sostegno e direzione.
Il dialogo comunque si snoda a pieno titolo secondo l’asse «io» – «tu»,
nella comune ricerca di senso, consentendo a entrambi i protagonisti di
partecipare alla costruzione dei significati. Ed in effetti il giovane Stefan si
rivelerà anche lui ottimo maestro, grazie alla capacità, che ogni generazione
possiede, di leggere la realtà in modo originale. È un po’ come avviene per
i poeti, che assegnano nomi nuovi alle cose, anch’esse nuove – quella del
fanciullino è una poetica ricorrente, oltre che potente. È anche il tema della
«reciprocità educativa», in forza della quale i destini del docente non vanno
scissi da quelli del discente. Ma ciò che soprattutto fa crescere entrambi
nella relazione e nella conoscenza è il fatto di intendere l’altro non come
oggetto, ma come soggetto della comunicazione. È il grande tema dell’incontro
interpersonale, perseguibile attraverso il rispecchiamento nello sguardo
dell’altro, che rimanda al rispecchiamento interiore, e poi alla comprensione
di sé. Questa ultima matura appunto dal confronto, impegnativo, non
strumentale, con l’altro, in forza della mediazione del linguaggio. Ma vorrei
sottolineare anche l’importanza dei silenzi, che sono indice di
autocomunicazione, di autocoscienza, secondo la direttrice «io» – «io»,
tipicamente spirituale e tipica anche delle fiabe di magia – anche se in
questo caso si tratterebbe, come sostiene Pierangelo Sequeri nella postfazione,
di una «fiaba per adulti», un antidoto alla rassegnazione e al pessimismo, al
grigiore e alla monotonia di cui la quotidianità può gravarsi.
D. I quattro incontri tracciano una mappa esistenziale del giovane e un
itinerario verso la sapienza. Può ripercorrerli brevemente?
R. Nel primo incontro il giovane
appare ancora dominato dal «male di vivere» e la sua afflizione ha tratti
romantici. Per un certo tempo ha tentato di uscire da se stesso con le sue sole
forze, cercando invano nel suo passato la chiave del futuro. Ma la crisi che lo
attanaglia indica che egli è ormai giunto a un intermedio dell’esistenza, la
fine dell’infanzia e dell’adolescenza (un classico nei Bildungsromane, i
romanzi di formazione, ma non solo). È comunque vero che ciò che Stefan chiama
«il mio male», la disarmonia che egli avverte, è un fenomeno diffuso, così
come è vero che il pessimismo di cui egli è preda non può soffocare in lui
l’anelito verso l’assoluto. Anche il tema dell’uscita da se stessi è
quanto mai attuale, con molti giovani che sono troppo o troppo poco al centro
dell’attenzione – e se è vero che l’egocentrismo può compromettere la «seconda
nascita», o renderla oltremodo difficoltosa, oltremodo dolorosa. Quanto a
Stefan, egli matura progressivamente: emozione, stupore, incanto, sono per lui
come un istinto che, tra natura e sovranatura, trova compimento in Gesù, che
gli comunica la vita divina. È Lui che più di ogni altro gli offre speranza di
salvezza, sua e, prima ancora, delle persone che egli ama di più. Del resto non
è forse amando più profondamente che possiamo credere più profondamente nella
salvezza? Ma il libro non fornisce risposte chiuse, rimanda semmai ad un «supplemento
d’indagine», da effettuarsi all’ombra di Dio, e nella direzione auspicata
dal saggio.
I
giovani e il linguaggio
D. Nel libro c’è una particolare attenzione alla dimensione della parola
(il giovane è un poeta, tutto è impostato nella forma del dialogo). Che parte
ha il linguaggio nel vivere umano?
R. Nel greco classico la parola poìèsis,
lungi dal riferirsi a qualcosa di lontano dalla concretezza, rimanda in realtà
a un fare. Questa osservazione ci porta a riflettere sul linguaggio, che non va
interpretato in senso soltanto linguistico. In effetti possiamo dire che
l’uomo, quando usa il linguaggio verbale, compie più atti contemporaneamente:
costruisce un messaggio, scegliendo l’argomento e il genere da trattare e
ponendosi dal punto di vista dell’interlocutore nel perseguire la coerenza del
discorso (parola); fornisce una rappresentazione esperienziale e riflessa del
mondo, di cui è osservatore sensibile e razionale
(pensiero); partecipa ad uno scambio di informazioni o ad un’interazione,
più o meno coinvolgendosi, e coinvolgendo,
in relazione a sentimenti, apprezzamenti, valutazioni, e con modalità che
vanno dal necessario al possibile (azione).
In senso psicologico, poi, il linguaggio consente ad ogni uomo di costruire il
proprio «io», facendogli sperimentare la distinzione e la reciprocità delle
prospettive col «tu». Con un apparente paradosso, infatti, l’«io» nasce
quando scopre il «tu» che lo appella. Questo processo accompagna l’«io»
per tutta la vita, dandogli modo di correlarsi con moltissimi «tu», fino a
quello sponsale, fino a quello Celeste.
Non a
caso, la tradizione giudaico-cristiana rivela ampia e profonda consapevolezza di
questo complesso intreccio tra parola, pensiero ed azione che la moderna
linguistica definisce sistemico (in cui cioè ogni parte interagisce col tutto):
così in ebraico la parola Dabar
significa, oltre che parola, anche evento, e la parola di Dio è anche
l’azione e sancisce l’ingresso di Dio nella storia; la parola greca lógos
significa parola, ma anche pensiero; nella Bibbia la Parola crea e poi, col
Figlio, appunto Verbo incarnato e perfetto comunicatore, sigilla la Nuova
Alleanza.
Per tornare alla nostra fiaba, il linguaggio dell’eremita, che evidentemente
è un educatore, non vuole essere soltanto abilità linguistica, formale, né un
argomentare astratto, distaccato. Le sue parole vogliono agire sul giovane,
farsi appunto azione, persino dramma (che
significa di nuovo «fare»), trasformarsi in eventi capaci di misurarsi con
le istanze di questi, di coinvolgerlo e fargli percorrere un tratto di strada
verso la casa comune.
D. Com’è il linguaggio dei giovani? E, in termini più generali, anche
oggi può il linguaggio aprire alle dimensioni della comunicazione
interpersonale e del mistero, quando invece sembra implodere, impoverirsi
semanticamente, svanire per l’eccesso di comunicazione o la povertà della
stessa?
R. Dovremmo distinguere da un lato
la povertà del linguaggio sul piano dei costrutti e dei significati, accentuata
dal ricorso a espressioni gergali, usate come
segnali d’identità e di riconoscimento; dall’altro, ed è più
preoccupante, la povertà del linguaggio in senso relazionale. In effetti quella
di tanti giovani è una comunicazione asfittica, inadatta a tendere al
fondamento o al mistero. All’opposto, l’eccesso di comunicazione riguarda il
flusso di informazioni che può essere così magmatico, da rendere arduo il
discernimento. Il fatto è che, come sostiene S. Agostino, il linguaggio
rispecchia la condizione dell’uomo, di angelo caduto, collocandosi fra
trasparenza e opacità: il circolo simbolico, cioè, può diventare vizioso, e
le parole farsi velo, fraintendimento, incomprensione o, peggio, prevaricazione,
inganno, menzogna, tradimento, o anche ingiuria, bestemmia… In questo senso il
gergo è una semplificazione illusoria, e le troppe informazioni un mare in cui
può sembrare persino «dolce» naufragare. Credo quindi che i giovani
dovrebbero essere sollecitati ad essere più critici verso l’uso
apparentemente innocuo, in realtà spesso strumentale, che del linguaggio viene
loro proposto (che non è né in vera azione, né in vera riflessione). Al tempo
stesso credo che dovrebbero essere sollecitati ad avere più amor proprio, anche
come studenti, e ad immettersi decisamente nel circuito virtuoso, e impegnarsi a
fondo nella ricerca di senso. Più in generale occorre favorire un più meditato
ricorso al linguaggio in tutte le sue manifestazioni, per poi spingersi sempre
più lontano, fino alle sue frontiere, «di pre-supposto in pre-supposto», fino
alle soglie dell’origine, e rinvenire le tracce di chi, come Padre Turoldo,
intuisce proprio nella struttura del linguaggio «la prima manifestazione del
mistero».[1]
Educare
al linguaggio
D. Può tracciare una mappa per gli educatori su un possibile itinerario di
educazione al linguaggio?
R. Credo si possa dire che il
linguaggio contribuisca a portare pensiero e azione alla piena maturità.
Profetico in questo senso fu don Milani, che testimoniò affinché a tutti fosse
data la parola. Un simile entusiasmo credo manchi oggi a tanti educatori, che si
mostrano tiepidi nel far capire che, ad esempio, leggere un racconto è un modo
per uscire da se stessi e rientrarvi più capaci di raccontare e raccontarsi.
Quanto alle lingue straniere, non c’è dubbio che studiare una diversa
grammatica, un diverso lessico, una diversa cultura sono altrettanti modi per
essere più coscienti delle proprie origini e peculiarità, del proprio modo di
guardare alle cose, e per divenire più aperti cittadini del mondo.
Naturalmente,
non esistono ricette facili. Ci sono parole, ad esempio, come quelle poetiche,
affini a quelle mistiche, la cui forza deriva in parte proprio dalla mancata
osservanza di uno o più principi della lingua e della comunicazione. Questo ci
suggerisce che non si tratta soltanto di imparare le regole per partecipare al
«gioco» comunicativo, ma anche quelle, ben più complesse, per «giocare»
bene. Ma non basta. Se per un verso possiamo dire che un buon comunicatore è
quello che sa porsi dal punto di vista dell’interlocutore, dobbiamo subito
aggiungere che un buon comunicatore non necessariamente è anche un comunicatore
buono, uno, cioè, che usa il linguaggio per il bene dell’altro, per il bene
comune.
In
questo senso sarebbe auspicabile che i giovani acquisissero una maggiore
consapevolezza delle intrinseche finalità del linguaggio, della sua dimensione
teleologica. In estrema sintesi, credo che il dominio del linguaggio nelle sue
varie forme, anche espressive, o non verbali, si raggiunga essenzialmente per
due vie: una positiva, come conquista della sua trasparenza, e una negativa,
come sforzo teso a superarne l’opacità, con il connesso, faticoso impegno di
perfezionamento attraverso la materialità dei segni, una realtà
ben nota a un grande semiologo come S. Agostino.
[1]
D.M. Turoldo, Il dramma è Dio, BUR, Milano 1996, p. 60.