L’articolo di Mario
Delpiano «PG, il pericolo di una deriva», pubblicato nel numero di dicembre
2007 di «Note di pastorale giovanile», fa certamente pensare. Chi crede alla
pastorale giovanile e gioca la sua competenza e la sua passione per aiutare
tutti i giovani di oggi ad incontrare il Signore Gesù, non può restare
indifferente alle sue provocazioni.
L’abbiamo pubblicato sulla rivista per sollecitare a pensare, in modo
realistico, a quello che sta capitando oggi, al di là delle espressioni ad
effetto. E per costringere a prendere posizione: teorica prima, e pratica in
coerenza, dopo.
Riconosco la competenza professionale di Delpiano e la calorosa
compartecipazione a moltissimi vissuti ecclesiali di pastorale giovanile. E ho
meditato con attenzione sulle cose che ci ha detto. L’accordo, in linea di
massima, è facilmente scontato. Sono convinto però che la questione attuale
della pastorale giovanile vada affrontata allargando ulteriormente l’angolo di
prospettiva. Delpiano non ha voluto imbarcarsi in una impresa tanto impegnativa.
Tra le righe, però, non ci vuole molto ad intravedere una serie di temi
urgenti.
Ci provo io, a veloci battute, lanciando temi su cui credo sia necessario oggi
pensare con calma, ai differenti livelli, per portare a frutto il prezioso
lavoro costruito in questi anni, sul piano della maturazione teorica e
soprattutto su quello, ricchissimo, delle concrete realizzazioni.
Le note che seguono hanno quindi la doppia funzione di aprire un confronto
sull’articolo citato e suggerire un indice di questioni aperte che andrebbero,
una buona volta, affrontate con calma. Anche se tra le righe ci vuol poco a
scoprire il mio punto di vista, non ho nessuna pretesa di risolvere le questioni
evocate. Chiedo solo di considerarle anche da una prospettiva globale.
Attenzione
ai modelli
A monte di ogni
progettazione e della scelta delle cose da fare in modo prioritario, stanno dei
riferimenti teorici. Non necessariamente sono consapevoli e molte volte ci si
rifiuta persino di verbalizzarli. Restano però decisivi, tali da orientare e
condizionare le prassi successive e la valutazione dei risultati raggiunti. Li
chiamo «modelli» proprio per la loro funzione ispiratrice.
In una stagione di pluralismo come è quella che stiamo vivendo nel bene e nel
male, mi sembra indispensabile farli emergere, attivare un confronto serio,
programmare adeguate verifiche e validazioni.
La fretta che ci caratterizza e la tentazione sempre incombente di preferire il
fare al pensare, spingono a rifiutare operazioni come queste. Possono rallentare
il passo, si dice; peggio, possono attivare processi critici nei confronti dei
dettati… dall’alto. Proprio questa reazione evasiva mi spinge a chiedere
decisamente l’attenzione verso tre ambiti: a livello teologico, antropologico,
educativo: ai tre livelli cioè su cui si distende effettivamente ogni progetto
di pastorale giovanile.
Modelli
teologici
La pastorale giovanile,
nel suo significato più autentico, si muove sul sostrato di una esplicita
esperienza religiosa, qualificata e orientata verso l’incontro personale con
il Dio di Gesù, nella comunità ecclesiale.
È evidente che questo non significa ridurre la pastorale giovanile ad un
insieme di pratiche religiose e devote, e neppure discriminare il coinvolgimento
delle persone sulla esplicita e consapevole appartenenza ecclesiale. Questo è
ormai terreno conquistato, anche se non mancano i nostalgici dei vecchi modelli
devozionistici. Non possiamo però ridurre la pastorale ecclesiale ad una
preziosa opera di supplenza educativa. Ha bisogno dell’educazione, misura le
sue prassi sulle esigenze educative, ma si sporge decisamente verso l’ambito
della evangelizzazione esplicita e decisa, con coraggiosa ricentratura di ogni
prassi attorno alla persona di Gesù, al suo messaggio, vissuto e proclamato
nella Chiesa.
Mi rendo conto che è più facile proclamare l’esigenza che mostrare come può
essere realizzata. Ho l’impressione che il terreno, teorico e pratico, sia
ancora conteso tra i tifosi di una educazione, intelligente e agguerrita, capace
di bastare a tutto e di risolvere tutti i problemi, come se il riferimento a Gesù
potesse restare solo il traguardo di un lungo cammino; e coloro che dichiarano
finiti i tempi degli esperimenti, dei mezzi termini, delle cose dette e non
dette.
I primi trovano mille ragioni nel crogiuolo delle difficoltà che stiamo
attraversando. I secondi si fanno forti con rimpianti aggiornati, con citazioni
ad effetto, con richiami verso realizzazioni felici e purtroppo spesso un poco
discriminanti nei confronti dei meno sensibili.
Sono convinto che la via giusta non stia nel mezzo, organizzando tempi e modi un
poco eclettici. Sta, secondo me, nell’inventare modelli, teologicamente
radicati, capaci di recuperare il ricco vissuto che ci ha preceduto e lo sguardo
al futuro (anche culturale) a cui ci sollecita la fede nel Crocifisso risorto.
Non mi sembra sufficiente costatare che c’è molto lavoro da fare.
Dovremmo costruire un accordo su alcuni criteri che siano capaci di valutare
l’esistente (oltre le logiche del consenso, dell’applauso, dei personaggi,
dei numeri…).
Ne immagino alcuni, almeno per aprire il confronto:
* L’autenticità
dell’esperienza religiosa sta nella sua capacità di constatare
l’insufficienza (senza disconoscerne importanza) di tutto quello che
costruiamo con la fatica delle nostre mani, per spalancare l’attesa verso un
mistero, da invocare nel profondo, e da accogliere come dono interpellante. Una
esperienza gratificante difficilmente può essere autentica esperienza
religiosa, perché non apre all’invocazione, ma sollecita alla rassicurazione
(chi la pone e chi la propone). Mi piacerebbe operare una verifica coraggiosa a
questo livello.
* Nella formulazione
dei contenuti della fede e nelle loro diverse espressioni, il
rapporto con la cultura è ormai una conquista assodata. Esso riguarda tutta
la vita ecclesiale e non può certamente essere frenato solo da quello che il
vissuto ci consegna come ricchezza… quasi indisponibile. Il confronto non può
però prescindere, per un discepolo di Gesù, dalla «memoria pericolosa» della
croce. Il Risorto che ci dà la vita in pienezza, è sempre il Crocifisso che ci
ha donato la vita accogliendo la morte. Ho paura che sia facile dimenticarlo,
soprattutto in una stagione che ha esorcizzato o spettacolarizzato la morte.
Solo nel confronto con la morte possiamo sperimentare la qualità autentica
della vita. Il confronto con la cultura, dalla parte della morte del Crocifisso
risorto, contesta e trasforma la cultura. L’esito è sempre un fatto
culturale… ma che si avvicina maggiormente all’autenticità, solo quando si
lascia contestare dal richiamo impietoso della nostra debolezza, fragilità,
esperienza di peccato.
* Il terzo criterio
richiama la qualità dell’incontro con il Signore Gesù. Oggi
fortunatamente sappiamo che esso è l’esito irrinunciabile di ogni scelta e
attività pastorale. Tre dimensioni almeno non possiamo però dimenticare:
l’incontro con Gesù è orientato al coraggio di affidarsi pienamente al
mistero di Dio, unica ragione della nostra esistenza; l’incontro con il Dio di
Gesù è sempre misterioso… dunque poco verificabile attraverso i parametri
normali che verificano gli incontri e le condivisioni, anche se di una verifica
certa abbiamo bisogno per non ridurre tutto il processo ad un vuoto rincorrersi
di parole e di prassi; l’incontro si realizza normalmente in un processo che
ha i suoi tempi e le sue modalità molto soggettive, anche se il tutto va
misurato su eventi normativi che giudicano ogni soggettività. Dove verificare
l’autenticità dell’incontro in una stagione come è la nostra, dove tante
cose una volta pacifiche non lo sono più? La misura certamente non è solo la
proclamazione soggettiva, la pratica etica, la partecipazione ecclesiale. Ma «quale»,
allora?
Modelli
antropologici
Con l’invito a fare
attenzione e a verificare i «modelli antropologici», in uso nelle
realizzazioni di pastorale giovanile, penso alla figura di uomo e di donna che
offre un riferimento, almeno implicito, a tutto il processo.
La cosa è seria, come ciascuno sa benissimo. Sono convinto che qui si giochi
uno dei nodi dell’educazione alla fede, della sua proposta e del
consolidamento delle decisioni personali. In una stagione di cambi culturali
profondi, non basta né riaffermare il consolidato né inventare gratuitamente
il nuovo.
La pastorale giovanile può essere condizionata, a questo riguardo, da due
influssi che considero pericolosi, quando non ci si pensa con attenzione.
Da una parte abbiamo i frequenti richiami ai «santi»: tutti coloro che hanno realizzato
la loro esistenza secondo il progetto di Dio e che rappresentano il punto di
tensione per ciascuno di noi. Sono tanti e sono molto diversi: questo è bello,
anche se un poco pericoloso.
La qualità di vita da essi realizzata riguarda indubitabilmente il loro
personale rapporto con Dio. Quello che viene sottolineato, proposto, enfatizzato
rappresenta un’operazione sempre funzionale ai modelli teologici dominanti.
Per questo, nella storia della spiritualità cristiana, si passa facilmente da
una categoria di modelli ad un’altra.
La questione
inquietante oggi è: a chi vogliamo riferirci? Chi proponiamo – nelle
raccomandazioni, nelle devozioni, nelle raffigurazioni – come punto di
riferimento per una vita cristiana impegnata? Non basta dare una mano di bianco
a qualche parete affrescata o stendere un velo su qualche quadro d’autore.
Penso, per esempio, a formule di preghiera in uso frequente. Anche quando sono
cambiati i modelli di spiritualità, certe formule sono ormai tanto consolidate
da rappresentare il repertorio classico. Non basta certo a consolarci la
constatazione che alla foga del canto o delle espressioni non sempre corrisponde
la consapevolezza di ciò che si è detto.
A questo primo livello, abbiamo molto lavoro – di verifica e di progettazione
– da fare.
Al secondo livello
colloco l’attenzione verso i personaggi che fanno mito e ispirazione a
livello giovanile, e non solo. La nostra cultura ce ne propone una rassegna
amplissima, manovrata ad arte per evidenti ragioni non solo commerciali. Come
reagiamo in quanto operatori di pastorale giovanile? Non possiamo sognare di
vivere in un’isola sperduta, dove tutto sia gestibile a piacimento; ma
qualcosa di diverso – attori, sportivi, personaggi, divi di tutti i gusti –
credo sia possibile e urgente immaginare. Penso, in concreto, ai luoghi di
incontro e di convocazione giovanile, agli spettacoli televisivi, alle persone
invitate per solennizzare le nostre celebrazioni…
Modelli
educativi
La terza area di
attenzione e di verifica riguarda i modelli educativi proposti: in teoria e
nella pratica quotidiana.
Il discorso si farebbe lungo.
Sul piano teorico, sulla qualità relazionale, interpersonale e collettiva,
abbiamo ormai costruito una letteratura abbondante e raffinata. Le difficoltà
non stanno a questo livello, per fortuna.
Credo sia urgente attivare un’attenzione critica, sul piano pratico, alla
qualità delle relazioni quotidiane tra giovani e adulti, a quelle che
costituiscono la trama comunicativa in cui si distende l’esistenza, ai
processi attraverso cui cerchiamo di condividere valori e significati di vita.
Nel profondo di tutto questo si colloca – significativa o stonata – anche
ogni esplicita proposta evangelizzatrice.
Nella nostra stagione culturale, di incertezza e di orfanità diffusa, le
esperienze forti, le proposte decise e i personaggi carichi di fascino
propositivo, sembrano vincenti. Qualcuno pensa ad essi con la nostalgia di avere
finalmente tra le mani la soluzione alla crisi diffusa. Chi ci riesce, fa
l’incantatore di serpenti… per poter godere dei risultati della sua fatica;
e chi sa di non farcela personalmente, invita i migliori prodotti sul mercato.
Sono convinto che il silenzio e la rinuncia siano la peggiore soluzione, visto
che gridano soprattutto coloro che sarebbe meglio – per la vita e la speranza
– che fossero legati al silenzio. Ma mi preoccupa la riduzione del necessario
recupero propositivo e della via preziosa del far fare esperienze
significative… ad una relazione comunicativa che non chiami esplicitamente a
libertà, responsabilità, consapevolezza, accogliendo anche i rischi connessi.
Oggi, chi è impegnato nella pastorale giovanile ha molto da interrogarsi a
questo proposito, sul piano culturale, politico e, soprattutto, ecclesiale.
Attenzione
ai processi
Il provocante articolo
di Delpiano, a cui ho fatto riferimento aprendo questa mia riflessione, è
decisamente orientato su questo livello. I fatti che sottolinea, le
preoccupazioni che rilancia e le prospettive che lascia coraggiosamente
intravedere, sono soprattutto orientate su questa spinosa questione.
Il suo è un invito a verificare.
Lo condivido e lo rilancio, risparmiando parole ulteriori.
L’invito alla verifica non è, di natura sua, proposta di soluzioni,
soprattutto se le interpretiamo alternative ai modelli diffusi. Ci dobbiamo
pensare però, con calma e con coraggio. Soprattutto dovremmo darci dei criteri
valutativi che assomiglino più alla logica evangelica che a quella delle grandi
manifestazioni consumistiche.
Qualche tema però lo voglio rilanciare, per chiedere di fare il punto ed
eventualmente di progettare.
Che
fine hanno fatto i «laboratori della fede»
Siamo tutti rimasti
colpiti dall’invito con cui Giovanni Paolo II ha concluso la GMG di Roma:
costruire laboratori della fede, per aiutare i giovani di questo tempo a
ritrovare la gioia dell’incontro, personale e maturo, con il Signore Gesù.
Non ho la competenza ricognitiva né l’autorevolezza necessaria per valutare
quello che è capitato in Italia dopo questo invito. Ho paura però che i frutti
di realizzazione non siano adeguati all’entusiasmo con cui è stato accolto
l’invito.
Mi piacerebbe che ai diversi livelli si attuasse una verifica coraggiosa.
Chi condivide la raccomandazione e ne apprezza l’urgenza, si preoccupa, prima
di tutto, di identificare il contenuto qualificante e poi tenta realizzazioni
adeguate, per evitare di produrre una etichetta dai colori sgargianti e
applicarla poi ad attività che hanno poco a vedere con la proposta.
Il termine «laboratorio» evoca un ambiente provvisto di strumenti e materiali
idonei, e una situazione (anche temporale) che richiede alle persone una
partecipazione diretta per sperimentare e produrre risultati. Il laboratorio è
un metodo attivo di apprendimento che chiama in causa l’alunno perché
personalmente o in gruppo sperimenti e lavori sul proprio apprendimento in un
ambiente idoneo, avendo a disposizione un supporto preparato dall’insegnante.
A differenza di quello che si realizza nella «scuola», dove la comunicazione
è lineare e discendente, nel laboratorio viene assicurata una trama
comunicativa che lega tutti i partecipanti all’evento. Ciascuno ha una precisa
funzione: l’adulto sta al gioco comunicativo, come testimone di eventi, più
grandi di lui, che lui ha compreso e vissuto nella sua soggettività e che rende
disponibili agli altri, per ricomprendere a sua volta ciò che trasmette. Anche
i cosiddetti destinatari sono soggetti dell’atto comunicativo, chiamati ad
offrire il contributo della loro esperienza, competenza e ricerca, per formulare
meglio, nella situazione concreta, l’oggetto della comunicazione. Esso non
appartiene a nessuno dei partner: ciascuno lo cerca, lo vive, lo sperimenta.
Nell’atto della sua accoglienza si scatena un processo di riformulazione,
orientato a dire il dato di sempre nell’oggi del tempo, dello spazio, della
storia del gruppo in laboratorio. A tutti sta a cuore non tanto la ripetizione
di ciò che è stato comunicato, ma la sua riespressione in fedeltà dinamica e
la trasformazione della persona (tutti i partner della comunicazione) e dei suoi
atteggiamenti, secondo la prospettiva di vita suggerita dalla comunicazione.
Le strumentazioni non
sono solo in funzione del clima che si vuole costruire nell’ambiente della
comunicazione. Sono invece orientate, prima di tutto, verso il consolidamento di
un esito, costituito non da competenze riespressive ma esistenziali.
Rapporto
ordinario e straordinario
Uno dei temi più
rilevanti dell’articolo citato riguarda il rapporto tra ordinario e
straordinario nella prassi pastorale. Sono anch’io convinto che rappresenti
una questione nodale. Lo è in teoria… ma ormai sappiamo tutto. Lo è
soprattutto nella pratica spicciola di molte comunità ecclesiali.
Come sappiamo, per tanto tempo tutto si svolgeva nel recinto protetto del
proprio gruppo o, al massimo, di un territorio ben controllato. Le iniziative
verso l’esterno erano selezionate e accertate dai responsabili. Qualche
educatore sembrava ammalato di gelosia.
La bellissima
esperienza delle «giornate mondiali della gioventù» e l’inflorescenza di
iniziative collegate e simili, hanno modificato decisamente la prospettiva. In
molte diocesi e in molte comunità ecclesiali tutto gira in ordine a queste
scadenze. Ha molta ragione Delpiano di lamentarsi della cosa. Nelle sue parole
rimbalza l’eco di tanti vescovi, sacerdoti e laici responsabili.
Sarebbe triste se si chiudesse una stagione, per ritornare ai vecchi modelli, o
se si andasse avanti come se nulla fosse.
Di soluzioni se ne possono immaginare tante. Per coerenza con le scelte di
questa mia riflessione, non lo voglio neppure tentare.
Un tema, però, merita attenzione e verifica. Lo dico con qualche battuta che dà
voce a molti vissuti interessanti.
Indubbiamente il centro formativo è l’intimità di ogni persona, quello
spazio di silenzio dove tutte le voci rimbalzano e dove la persona si trova sola
a dover scegliere e decidere. Fuori dall’interiorità personale, tutto resta
solo inutile spettacolo.
L’interiorità ha bisogno di essere servita e sostenuta: alimentata, in una
parola. Il materiale di sostegno è costituito dalle diverse esperienze: quelle
di routine e quelle speciali, a forte presa. Il loro ritmo e le ragioni delle
scelte sono legate alla «fame» del soggetto, per non dare panini robusti a chi
sa nutrirsi solo di latte; o viceversa. Non dipendono dall’esterno, dalle
convenienze o dalle pressioni. Dipendono dal mistero di ogni persona. Oggi
certamente l’urgenza è più alta, perché le proposte di cui siamo circondati
sono più pericolosamente seducenti.
Le esperienze, quelle di routine e quelle forti, devono dialogare con
l’interiorità personale. Ci si deve preoccupare di questo processo. Va
organizzato, sostenuto, orientato.
Tutto ha bisogno di verifica per la sua validazione. Il rapporto tra ordinario e
straordinario si dovrebbe verificare sulla qualità di sistemi simbolici che
vengono poi prodotti o rinnovati nell’ordinario. Se tutto resta come prima o
se affiora solo la nostalgia dei tempi forti… ho paura che il processo si sia
bloccato a qualche livello.
Non so bene cosa stia capitando oggi, ma tante voci mi fanno nascere il sospetto
di un rapporto conflittuale e non formativo tra ordinarietà e straordinarietà,
tra esperienze forti e interiorità personale.
Le mie battute non risolvono i problema. Rilanciano l’urgenza e chiedono
verifica e progettazione. Solo questo. Ma non è poco.
Le stesse cose si potrebbero dire a proposito del rapporto gruppo e territorio.
Verso
una nuova scansione temporale
Una delle lamentele più
frequenti tra gli educatori accorti riguarda la crisi della scansione temporale.
Tutto infatti rischia di essere misurato sul presente: un presente a fuoco di
artificio che, appena esploso, lascia lo spazio al successivo. Del futuro
abbiamo solo paura e il passato è nostalgia o inconsapevolezza.
Mi chiedo: certo, non ci sta bene questo ritmo; cosa possiamo fare per invertire
il processo, senza tornare alla scansione classica, ormai chiusa per sempre?
Qualche anno fa ci abbiamo pensato e sono stati immaginati dei modelli formativi
nuovi, per andare dal presente al passato verso il futuro. Oggi la diffusa crisi
di speranza – triste esito del presentismo – ci spinge a riprendere con
forza l’urgenza. Non possiamo rassegnarci a raccontare solo storie di guerre
come rimedio ad altre guerre, e di uccisioni persino nello stesso ambito
familiare.
Attenzione
ai contenuti
L’attenzione ai
contenuti è oggi, per fortuna, patrimonio abbastanza comune. Sollecitare verso
un’attenzione ai contenuti sarebbe operazione semplice, se ci mettessimo
d’accordo sul suo ambito e su eventuali criteri di verifica, superando alcuni
facili luoghi comuni. Ma ho l’impressione che le cose non vadano proprio così.
Non basta riconoscere che anche tra i giovani più impegnati c’è una diffusa
carenza di conoscenze relative ai temi della fede cristiana. Lo si deve a tante
ragioni: la crisi dei processi di socializzazione religiosa, la
soggettivizzazione che pretende l’ultima parola anche sulle cose che sembrano
intoccabili e, certamente, anche il lavoro abbastanza scarso e precario fatto
per riformulare adeguatamente le espressioni – contenutistiche e celebrative
– della stessa esperienza cristiana.
Di conseguenza, la soluzione non potrà percorrere una sola direzione.
L’attenzione verso i contenuti comporta, secondo me, un confronto serio su
alcune questioni pregiudiziali.
* Purtroppo la
tradizione formativa ha messo tutti i
contenuti della fede cristiana sullo stesso piano o, peggio, li ha
organizzati attorno a criteri più funzionali e etici che dogmatici. Chi
frequenta ogni tanto la celebrazione del sacramento della penitenza, anche con
tutta la buona volontà di questo mondo, possiede punti fissi di pentimento (la
messa domenicale, le «parolacce», il sesto comandamento…) e ignora le
responsabilità sociali, la fiducia in Dio, la confessione dell’assoluta
signoria di Dio sulla storia contro ogni idolatria (di cose e di persone…). Da
questa organizzazione dei contenuti della fede si fa fatica ad uscire, anche
perché per chi propone e per chi vuole realizzare, tutto questo appare più
semplice del suo contrario. Basta provare a chiedere a chi si lamenta della
diffusa «ignoranza religiosa» a livello giovanile, quali sono i contenuti che
andrebbero decisamente assicurati, per constatare come l’esigenza condivisa si
frastaglia subito in mille rivoli.
* Ad un livello più
impegnativo, l’attenzione verso i contenuti spalanca verso la verifica di come i contenuti riconosciuti abilitino
ad una qualità di vita quotidiana (professionale, affettiva, «cristiana»
nel senso pieno del termine). La preoccupazione non può riguardare la
conoscenza, ma la prassi che da questa conoscenza dovrebbe scaturire ed essere
significata. Spesso ci siamo ricordati come sia l’ambito degli atteggiamenti
esistenziali quello su cui si misura «l’integrazione tra la fede e la vita».
Le conoscenze hanno la funzione di orientare nella scelta degli atteggiamenti e
di giustificare – a sé e agli altri – la decisione verso precisi
atteggiamenti. La separazione tra atteggiamenti e conoscenze produce incoerenza
o giustifica la soggettivizzazione. Sarebbe interessante dedicare un poco di
tempo per verificare fino a che punto si condivida praticamente questa ipotesi e
cosa si ponga in atto per consolidarla.
* Sul piano dei
contenuti si colloca poi il grosso impegno «educativo» di assicurare
l’interiorizzazione matura degli eventi (manifestazioni, celebrazioni,
progetti…), a cui si partecipa. La partecipazione è nell’ordine del «fare
proposte», suggerendo modelli e contenuti da assimilare. La maturazione
personale si misura su questo livello progressivo di interiorizzazione
personale. L’operazione è difficile, oggi soprattutto: apre alla facile
criticità, produce confronti e paragoni, cerca ragioni e motivazioni, richiede
una forte coerenza. Nella nostra situazione culturale viene ampiamente
sfuggita… e nell’ambito della pastorale giovanile ecclesiale?
* L’attenzione ai
contenuti e alla sua proposta chiama infine in causa il
processo comunicativo necessario. Chi propone regole di matematica ha
diritto di escludere la sua vita dal processo: la sua competenza è legata
all’oggetto e non alla testimonianza. Nell’ambito della proposta cristiana
è davvero tutto il contrario. Il silenzio o la formalizzazione del processo non
potrebbe significare… invito alla conversione personale? Il processo
comunicativo richiede anche un «che cosa» significativo. Non basta
l’oggettività e la verità per un buon processo di comunicazione coinvolgente
e sollecitante. Si richiede anche la significatività dei contenuti e la capacità
di sostegno e di identificazione del contesto. Ho paura che alla eccessiva
significatività (di contenuti e di contesto) di un tempo non lontano, faccia
riscontro oggi l’eccessiva preoccupazione verso l’oggettività e la verità,
con quelle oscillazioni che rendono difficile riconoscere che la proposta dei
contenuti della fede riguarda decisamente la qualità della nostra esistenza
quotidiana, e non un mondo lontano e inverificabile.
Il discorso si farebbe
ancora molto lungo. Non ho né l’intenzione né l’autorevolezza per farlo.
Ho solo voluto «reagire» ad una riflessione che mi ha provocato a pensare.
Una sola preoccupazione ha animato la mia riflessione. L’ho dichiarata in
apertura e la riprendo a conclusione.
Stiamo vivendo una stagione felice e impegnativa per la pastorale giovanile. Le
iniziative si moltiplicano; le persone impegnate sono davvero tante e altamente
qualificate. Sono ormai lontani i tempi in cui anche non pochi responsabili
facevano coincidere la pastorale giovanile con la sola attività
associazionistica. Ormai, per fortuna, nella Chiesa italiana la pastorale
giovanile è un evento che concentra risorse, persone, passione.
Sarebbe
triste se la ricchezza di risorse e le preoccupazioni poco interiorizzate
sfuocassero l’attenzione dai giovani e dal Signore Gesù, che li ama e che
sollecita i suoi discepoli a servire la loro vita e a consolidare la loro
speranza.