«Dio
raccolse la polvere del suolo e con essa creò il primo uomo.
La
polvere fu raccolta di proposito ai quattro angoli della terra, affinché se a
un uomo dell’oriente fosse accaduto di morire a occidente o a un uomo
dell’occidente di morire a oriente, la terra non potesse rifiutarsi di
accogliere il morto e non gli dicesse di andare là donde era stato tratto.
Ovunque un uomo muoia e ovunque sia sepolto, egli tornerà alla terra dalla
quale ha avuto origine. Inoltre la pelle era di diversi colori – rossa, nera,
bianca e verde – rossa per il sangue, nera per le viscere, bianca per le ossa
e le vene, e verde per il lividore della pelle».[1]
L’Uomo appartiene a
ogni angolo della Terra, in nessun luogo è straniero, e il pensiero di questa
leggenda ebraica mi sembra possa essere l’incipit più adeguato per
intraprendere un percorso di pedagogia interculturale: percorso che affronta
l’affascinante realtà della diversità culturale da un punto di vista
pedagogico, quindi di esperienza, di riflessione critica e di prassi. Pensieri
che non vogliono ricalcare tracce già generiche o unicamente didattiche, bensì
percorsi culturali ed educativi derivanti dall’incontro con l’Alterità con
uno sguardo utopico.
Questo nostro inizio vuole mettere a confronto con le alterità più diverse
rispetto a quelle usuali del nostro mondo quotidiano nel dare parola a padre
Daniele Moschetti, missionario Comboniano che da sette anni ha calzato i sandali
di padre Alex Zanotelli nello slum di Korogocho dove vive e lavora.
Korogocho è una delle oltre 200 baraccopoli che cingono la capitale del Kenya,
Nairobi; si estende su un’area di 1,5 chilometri quadrati, è la quarta
baraccopoli della capitale per numero di abitanti, ed è una delle zone più
densamente affollate e instabili tra gli slum di Nairobi. Le 100-120 mila
persone che ci abitano sono stipate in baracche di fango e lamiera: gran parte
sono sfollati vittime di precedenti sfratti da altre aree urbane, molti sono
migranti dalle zone rurali, altri rifugiati illegali.
Padre Daniele,
nell’estate appena trascorsa, ha girato l’Italia con 20 ragazzi africani,
artisti di strada, ballerini e musicisti, che a Korogocho vivono. Questa tournèe
– «People united for a new Korogocho» – di 45 giorni e oltre
ottomila chilometri percorsi ha voluto essere una testimonianza di incontri,
spettacolo e condivisione perché realmente un altro mondo sia possibile. Ma è
stata senza dubbio un’autentica esperienza interculturale sia per i ragazzi
africani che per i loro coetanei italiani.
In questo dialogo-intervista abbiamo messo sul tavolo gli interrogativi che ci
stavano più a cuore: è possibile immettere il seme dell’intercultura nella
prassi dell’educazione? I giovani italiani ci stanno? Quali percorsi sono
possibili? Cosa cambia nell’educazione quando si prende sul serio l’altro,
gli altri, il mondo? Le religioni sono un ostacolo?
Abbiamo pensato che la testimonianza e le sollecitazioni di p. Moschetti fossero
il miglior inizio per la nostra rubrica: non solo per la sua capacità di
testimone credibile, ma anche per la puntualità delle riflessioni e il rifiuto
del moralismo buon mercato.
Giovani
italiani, un’umanità da risvegliare
D.
Dopo
anni di assenza dall’Italia come ha trovato i giovani italiani?
R.
L’esperienza della tournèe con i ragazzi di Korogocho ci ha permesso di
conoscere uno spaccato dell’Italia da nord a sud, incontrando moltissimi
giovani durante incontri nelle scuole, nelle università, nelle parrocchie,
nelle carceri.
Questi incontri tra
ragazzi italiani e ragazzi africani, a dire il vero, sono stati un po’
deludenti per questi ultimi e anche per me stesso. I ragazzi di Korogocho hanno
vite e problemi diversi da quelli dei giovani italiani, ma non mancano di
curiosità, di creatività. Ingredienti invece carenti in molti ragazzi
italiani: intendo dire, una sana curiosità, un sentirsi provocati, un volersi
davvero confrontare, un guardare oltre e uscire dal provincialismo. Facevano al
massimo due o tre domande, e anche abbastanza generiche. Sono stati i ragazzi di
Korogocho a rilanciare le domande.
Sono rimasto troppo poco in Italia per darne una lettura specifica, ma
probabilmente c’entrano molto la televisione e i media. Essi hanno carpito
culturalmente gli stili di vita degli italiani. Uno stile che fa pensare tutti
nello stesso modo, acquistare tutti i medesimi oggetti. Questo ha creato
un’omologazione generale i cui effetti più evidenti sono la superficialità e
l’indifferenza.
I giovani italiani quando sono in massa è difficile che riescano a comunicare,
ad esprimersi o molto spesso si esprimono in maniera estrema.
Occorre un grande lavoro educativo per recuperare la persona, scoprirne e
valorizzare i talenti. Ormai tutto si riduce a risorsa, iper-specializzazione ed
economia e quindi tutto quanto riguarda la cultura dell’uomo per l’uomo, il
pensiero educativo e filosofico, viene sminuito se non addirittura eliminato. La
tecnicità scientifica ha soppiantato la riflessione.
Questo fenomeno lo possiamo cogliere dal cambiamento del gergo utilizzato – «risorse
umane, esperto di risorse umane» – e questo cambiamento non è mai neutro
o asettico, infatti il gergo è influenzato dal potere, che oggi è soprattutto
un potere economico. Questo potere ha fatto sì che i giovani siano divenuti più
oggetti che soggetti: oggetti del business, della tecnologia, della velocità.
Io sono rimasto esterrefatto nel vedere tutti questi ragazzi con le cuffie degli
mp3 nelle orecchie: quando vai in treno o cammini per strada vedi sempre più
giovani, ma anche meno giovani, che ascoltano musica e non incontrano il mondo
che si muove con loro in quel momento. Questo ha fatto abdicare la gente a
pensare, perché il pensiero non può avvenire se non all’interno di un
incontro, di una relazione. Questa società non concede nemmeno più il tempo di
pensare. La tua giornata si conclude davanti allo schermo del televisore.
Riflettere, pensare e soprattutto dialogare sono dimensioni sempre più rare
nella nostra società occidentale.
D.
Ha
presentato un quadro problematico che chiama in causa capacità educativa,
testimoniale, propositiva del mondo degli adulti…
R.
In effetti l’educazione è soprattutto relazione che coinvolge tutti coloro
che vengono a contatto vitale con i giovani. Anche i vituperati insegnanti:
oltre a trasmettere conoscenza attraverso la didattica di stampo top-down,
devono essere capaci di relazione, di incontro. L’educazione non è nozionismo
o intellettualismo e non può prescindere dalla dimensione della relazione
autentica. Per la mia esperienza educazione è anche coerenza di vita, ricerca
di valori, linee di condivisione, avere una visione di quello che si vuole
costruire. Sarebbe bello chiedere ai giovani italiani che visione hanno della
loro vita. Ma ho l’impressione che le risposte sarebbe per la gran parte
improntate alla ricerca di valori materiali.
Mi sembra sia venuta
meno la dimensione dell’idealità, dell’utopia. Ci sono tanti giovani che
sognano, che sperano, che si impegnano per il cambiamento, ma è necessario
essere coscienti che il cambiamento comincia da me stesso che divengo
responsabile di ogni mio singolo atto.
Questa generazione è comunque figlia di ciò che le generazioni precedenti
hanno lasciato e creato, affermo questo senza cercare colpe o esprimere giudizi
ma per provare a comprendere le condizioni materiali e sociali nelle quali si
trovano oggi i giovani, molti di essi nati già con il salvadanaio pieno. Questa
smodata opulenza, già data a priori, ha limitato la capacità al sacrificio e
la sperimentazione di cosa significhi la pazienza nel costruire, dove costruire
qualcosa significa esprimere le proprie capacità, i propri talenti: è la
generazione del tutto e subito.
La passata generazione di giovani, ora adulti e genitori, ha preparato
un’Italia dell’usa e getta. Per tale motivo è difficile per questi giovani
contemporanei pensare a un modello alternativo e diverso da quello che si sono
trovati fin dall’infanzia. Un modello che sembra riempire ogni aspetto del
vivere, ma tale saturazione materiale è totalmente fittizia perché ciò che
domina è la dimensione del nulla, del vuoto. Quando questa dimensione di vuoto
non viene riempita culturalmente da ciò che è bello per la vita – pensiamo
allo stile di vita della Grecia antica – non rimangono altro che soggetti e
oggetti senza identità e valore. Sono vite di scarto.
È saltato inoltre tutto un discorso di punti di riferimento, di parametri e di
limiti.
L’orizzonte
di un’educazione interculturale
D. Questa intervista vuole indicare l’orizzonte in
cui lavorare per un’educazione interculturale dei giovani, dare una
innervatura (o un’anima) di
intercultura all’educazione.
R.
I giovani sognano, voglio crederlo, e ho visto tante persone entusiaste e
impegnate.
Ho altresì notato che
a livello di associazioni e di gruppi ognuno fa da sé e c’è molta difficoltà
nel mettersi insieme, nel tessere reti. Non si dialoga per trovare strade e
sentieri comuni lungo valori e obiettivi che accomunano la nostra Umanità. Mi
è capitato molto spesso di ascoltare discorsi campanilistici e opportunisti del
tipo «siamo la mia associazione e la
tua associazione. Dobbiamo essere i primi, i migliori per prendere più soldi e
finanziamenti». Diventa più un dividersi sull’immagine, ma i colori
separati gli uni dagli altri divengono fini a se stessi, mentre l’arcobaleno
è bello perché tiene insieme i colori. Sembra retorica, ma viviamo in un mondo
dove l’immagine ha il sopravvento su tutto e tutti. Questo anche all’interno
di ambienti legati alla Chiesa o dell’associazionismo della cooperazione, dove
quello che più conta sono le telecamere e la popolarità più che la
concretezza dei propositi. Ne ho avuto la conferma quando in occasione del World
Social Forum tenutosi a Nairobi dal 20 al 25 gennaio 2007, la gran parte dei
delegati delle varie associazioni italiane hanno alloggiato negli hotels a
cinque stelle per poi fare delle puntate caritatevoli a Korogocho.
Questa esperienza del World Social Forum, il primo in Africa, mi permette di
aprire un altro fronte che è quello della politica, perché educazione è anche
educazione alla politica. La politica si è staccata dalla gente, dal popolo
perché mancano le relazioni con le persone, manca l’ascolto. Viviamo in una
società composta da individui che non ascoltano, che non domandano e non
approfondiscono. I genitori non ascoltano i lori figli, i lori silenzi. Gli
insegnanti non ascoltano i loro alunni se non nelle interrogazioni. Solo
ascoltando si possono comprendere i sogni che questi ragazzi hanno. «Ciascuno
cresce solo se sognato», ma troppi adulti scelgono il futuro per i loro
figli. Inoltre serve una saggia capacità di leggere i segni e il non verbale:
perché i ragazzi si muovono, fanno e compiono certi gesti. Per realizzare una
pedagogia interculturale si deve uscire dal provincialismo locale per leggere i
segni dei tempi che cambiano.
D.
Puoi
individuare alcuni punti fermi o percorsi importanti per aprirsi
all’intercultura?
R.
Una delle dimensioni antagoniste a un percorso educativo-interculturale è
l’indifferenza generalizzata, questo lasciar andare tutto con inerzia e
superficialità. L’indifferenza è mortifera, uccide al contrario della
ricerca che nel momento in cui raggiunge qualcosa ti apre altre strade per
ripartire, e questo non è altro che l’utopia.
È anche vero che è
sempre più complesso riuscire a rompere questa cortina di indifferenza
attraverso messaggi che siano educativi e significativi, perché i giovani sono
bombardati dai media, da internet, dalla Chiesa, dal consumo. Il messaggio
dominante è consumare: cibo, esperienze, relazioni, oggetti. Questo messaggio
si è tramutato in mentalità e la mentalità genera abitudine.
Questo è evidente se si osserva lo strumento educativo per eccellenza della
società dei consumi, la pubblicità. Quest’ultima ora ha come destinatari i
bambini: lavora sul bimbo affinché costringa la madre a comprargli il succo di
frutta o il latte che lo faccia crescere meglio. Questo è un vero e proprio
lavaggio di cervello, perché il bambino arriva a sapere molto più della madre
in fatto di acquisti all’ultima moda. Alla base si trova una logica meschina.
Questo processo è diabolico, perché si è creata una società dove la persona
non conta più nulla e conti soltanto per quello che puoi spendere. Non a caso
questa indifferenza non fa altro che ampliare la diffusione dei problemi: si
guardi alla droga. Magari i giovani mi interessano se sono i miei figli, ma non
mi interessano come generazione che io come adulto sono chiamato ad aiutare a
crescere. Qui è essenziale la figura del modello educativo, che è
completamente degenerata nel negativo. Educazione deve essere perciò anche
responsabilità sulle mie azioni e sulle mie proposte.
Per lottare contro indifferenza, consumismo, piattezza di pensiero e assenza di
utopia, non posso che pensare a un ricupero dell’educazione (a una pratica
educativa) con alcune precise caratteristiche.
Anzitutto in una dimensione «generativa».
Assumo la metafora del parto della donna come orizzonte educativo: concepimento,
attesa, preparazione, sofferenza, accompagnamento, dolore, sacrificio, gioia e
libertà lasciar andare per essere. Questo è un primo percorso.
Vedo poi la dimensione
«iniziatica»: la logica della performance tiene sotto pressione tutti
in un’ottica di esistenza senza sosta, perciò è altrettanto essenziale
recuperare i riti che accompagnano le fasi della vita, intesi in ottica di
resistenza alla cultura oggettivante. Purtroppo è la cultura della competitività
che si sta imponendo, non la cultura della solidarietà o meglio ancora della
convivialità. Vivendo una mentalità occidentale che ha il monopolio sulla
tecnologia, sull’economia e sulla scienza, che molto spesso si considera
superiore rispetto alle culture del sud del Mondo, la convivialità è davvero
un cammino difficile: la nostra è una cultura idolatrica che non guarda
all’Altro.
Infine la
dimensione «progettuale». È la dimensione dell’idealità, del
gettarsi e affrontare l’ignoto. Ai giovani fa paura l’ignoto, perché non
sono abituati a guardarsi a lungo termine, dal momento che questo nostro vivere
è totalmente schiacciato sul qui e ora e genera una fragilità dei progetti e
della visione. Ma avere un progetto significa crescere, attivare processi di
crescita umana e spirituale. Come si vede, questa lettura pedagogica e culturale
della società sa leggere oltre il disagio (o la resa al nichilismo) che
attraversa tante letture del mondo giovanile di oggi..
Un’esperienza
personale
D.
Adesso
ci dica qualcosa di Lei: a Korogocho quale esperienza di interculturalità sta
attraversando e cosa la unisce al popolo africano? Un’esperienza e una testimonianza che si
accompagni alle riflessioni finora fatte.
R.
Io ho iniziato a lavorare in Italia con gli adolescenti e gli immigrati, e mi ha
aiutato molto guardarli attraverso quella figura cristiana che sono i fratelli e
le sorelle, poiché questi uomini e queste donne vivono, amano e soffrono come
me: è questo ciò che ci accomuna. Spesso questa dimensione ontologica è
difficile da accettare dal punto di vista religioso perché poi le culture, i
modelli di vita, la pelle sono diversi.
Ora vivo da bianco in
una baraccopoli africana, ma mi sento a casa perché mi sento dentro al cammino
di questa gente e questo mi permette di abbattere molte barriere psicologiche,
fisiche, sentimentali. L’Africa mi ha insegnato la bellezza del contatto.
Korogocho, straordinariamente, mi ha portato ad andare oltre i suoi limiti
strutturali per poter affrontare concretamente le situazioni di povertà.
Questo discorso va legato alla dimensione non solo cristiana ma direi proprio di
fratellanza, perché è una lotta che questo popolo dello slum sta facendo con
altri popoli sparsi sul Pianeta.
Stare a Korogocho mi ha fatto capire che la mia pelle non è poi così bianca
perché mi sento parte di un destino e che se si migliora qualcosa a Korogocho
inevitabilmente migliorerà qualcosa anche nel mondo. La bellezza cresce se
crescono tante diverse bellezze nel mondo: è un po’ sognare di rendere felice
tutta l’umanità come diceva Daniele Comboni.
D.
Emmanuel
Lévinas scriveva che per incontrare Dio bisogna incontrare gli Altri che sono
nella traccia di Dio. Le religioni sono un problema o una risorsa?
R.
La religione nella storia ha posto gli uomini di fronte a blocchi dogmatici e
molto spesso è stata usata e si usa come giustificazione, anche per le guerre,
e non per unire seppur nella differenza. Viviamo tempi di fondamentalismi e
anche tra i cristiani ci sono fondamentalisti. Io preferisco parlare di fede, di
fede nell’Uomo, che è in grado di superare i dogmi.
In Italia come
missionario, paradossalmente, ho trovato più disponibilità all’ascolto fra
persone che non vanno in Chiesa, che si professano atei rispetto a tanti
cristiani. Forse perché questi non credenti, come si definiscono, hanno più
desiderio di ricerca, di capire, di farsi domande anche sulla dimensione della
fede.
A Korogocho, c’è una grande proliferazione di religioni e questo mi interroga come uomo e come prete. È necessario fermarsi a riflettere non sui dogmi ma sulle vicende umane che le persone concretamente vivono. È necessario capire che cosa ci può unire perché ciò che ci divide è evidente. In questo risiede la sfida del lavoro interreligioso ed educativo che vuole provare ad aprire al dialogo e alla intercultura delle differenze.
[1] Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei. Dalla creazione al diluvio, Adelphi, Milano 1995, p. 66.