Ascolta figlio mio il
silenzio.
È un silenzio ondulato.
Un silenzio dove scivolano valli ed echi.
E che inclina le fronti al suolo.
Federico
Garcia Lorca
Per i giudei e per i
cristiani da 2000 anni Dio tace; «duemila anni di silenzio di Dio sono
l’orrore. Nessuno, nelle sinagoghe o nelle chiese, ha più udito una parola
del Signore da aggiungere al Libro».[1]
E questo silenzio rimane gravido di attesa: gli ebrei sono in attesa di una
parola che sia testimonianza dell’arrivo del tanto atteso Masiah, il Messia,
quello promesso, quello autentico dopo tanti «falsi» Messia che hanno
caratterizzato la loro storia;[2]
i cristiani attendono la parusia, il compimento della promessa con la quale si
chiude il Secondo Patto: Maranatha, l’ultima parola pronunciata da Dio. Per il
giudaismo e il cristianesimo il problema di questi duemila anni di storia è
stato la gestione dell’attesa.[3]
Lo si vede già nel racconto di Emmaus con tutta la sua tragicità, lo si vedrà
nei secoli successivi al primo, dopo la morte dell’ultimo dei discepoli che
riempirà di dubbio le parole del Maestro che promise di tornare in tempi brevi,
quando ancora alcuni tra i discepoli sarebbero stati in vita. Come riempire
questa attesa? Come fare in modo di renderla meno acuta e meno bruciante senza
però ignorarla, senza esorcizzarla rendendola così vana e illusoria? Forse
parlandone, parlando di Dio, della sua venuta e/o del suo ritorno. Ma a questo
punto un’altra domanda sorge a turbare le coscienze: è possibile per l’uomo
e la donna parlare di Dio? È possibile per il finito parlare dell’Infinito?
Si potrà obiettare che i Testi Sacri lo fanno, ma i Testi Sacri sono appunto
parola di Dio, non parola d’uomo (o se vogliamo: parola di Dio che si
autorattrappisce in parola d’Uomo in una sorta di sublime kenosis). Ma
l’uomo è in grado di utilizzare il suo linguaggio finito per dire Dio al di là
di ciò che Dio ha detto di sé?
La teologia ha forse
troppo parlato, troppo scritto, è stata forse troppo presuntuosa nel suo
desiderio (forse anche autentico) di parlare di Dio: forse necessitiamo di una
teologia balbettante e di poche parole di fronte alle pretese della teologa
sistematica che già nel nome pone problemi (perchè mai Dio dovrebbe accettare
di farsi racchiudere nelle maglie strette di un Sistema? Solo la parola di Dio
è dabar, parola efficace, parola
creatrice che sblocca e fa esplodere la finitudine delle lettere e delle
sillabe, cristallizzazione della sua ruah,
di quello che si chiama impropriamente [4]
il suo Spirito, riflessa nelle parole profetiche. Il rischio è quello di
sovrapporre al Testo Sacro troppe parole altre, troppe parole che traggono
spunto da altri saperi: non che questi non siano utili per la comprensione del
testo; dopo il Vaticano II non è più possibile ignorare i saperi ermeneutici,
psicoanalitici, letterari ecc. nell’analisi del testo biblico; ma spesso
questi saperi hanno il difetto comune a certi commentari biblici che fanno
letteralmente sparire la parola di Dio sotto una montagna di parole umane che
sembra abbiano il desiderio più di dire qualcosa sulla infinita saggezza di chi
scrive che sull’infinito amore di Chi è oggetto di scrittura. La teologia
rischia di assomigliare anche oggi ai ragni di cui parlava Bacone: tesse
meravigliosi arabeschi ma non si rende conto che la materia da cui li trae non
è più la parola divina ma il proprio grembo narcisisticamente pieno del filo
del ragno.
Quello che conta allora è il punto di partenza del discorso su Dio, che non può
essere altro che il punto di partenza della sua manifestazione, il suo luogo
teologico: lo schiavo balbuziente e forse assassino dell’Antico Testamento,
l’infante nudo e infreddolito della mangiatoia di Betlemme per i Vangeli. Oggi
questo significa che la teologia non viene prima, non è il fondamento del
discorso su Dio, ma la conseguenza della Sua rivelazione nei poveri e negli
ultimi: una «teologia come atto secondo come la filosofia in Hegel: non genera
la pastorale ma è una riflessione su di essa»[5]
purché la pastorale sia veramente il pascere le pecorelle di Dio, ossia i
poveri e gli esclusi. Allora è vero che la teologia fonda l’azione, ma è più
vero che ne è fondata; la parola su Dio è fondata dalla parola di Dio, ma
oggi, dopo duemila anni di silenzio, Dio parla nella storia degli umili e degli
straccioni: «La Teologia (...) non si muove nell’ambito della ragion pura ma
della ragion pratica».[6]
La teologia si caratterizza allora come un sapere storicamente situato; non
dimentica la sua creaturalità, il fatto di essere cosa e parola umana, ne fa il
grimaldello per far saltare la falsa sicurezza di certo pensiero sistematico
alla luce della storia dei vinti: in questo senso la teologia è «(...)
recupero della memoria pericolosa e sovvertitrice della tradizione
giudeo-cristiana, che mette in atto un processo di trasformazione sociale».[7]
Una teologia di questo tipo può provenire solamente dalle periferie; la
teologia del Centro è troppo legata a logiche differenti, eteronome rispetto
alla parola di Dio «(...) la teologia europea si accosta alla realtà ‘come
pensata’ (...) a partire dalle mediazioni del pensiero (...), tende a
riconciliare la miseria all’interno del pensiero teologico (...); la Teologia
della Liberazione, invece, cerca di rispondere alla sfida del cosiddetto
‘secondo illuminismo’. Per essa la funzione liberatrice della conoscenza si
concreta nella trasformazione della realtà: (...) la conoscenza ha sempre un
carattere pratico-etico». È curioso che anche certa teologia islamica oggi
stia riflettendo su se stessa e stia cercando di liberarsi dalle pastoie di un
centro che nell’Islam non è rappresentato da una Chiesa ma piuttosto da una
contaminazione tra parola divina e gestione del potere, contaminazione di cui il
wahabismo è un esempio eclatante
Commentando Gustavo Gutierrez possiamo allora cercare di stabilire alcuni punti di partenza per questa teologia della/nella storia:[8] anzitutto la shekinah (tradotto da Gutierrez con abitazione piuttosto che con presenza) ci indica che Dio è presente nella storia e in mezzo al suo popolo, e proprio per questa sua presenza è possibile parlarne; ma non si tratta di una presenza accessibile alle arti magiche o alle divinazioni da maghi televisivi: il Dio di cui parliamo non è riducibile a una divinità delle religioni misteriche, un orizzonte con il quale la rivelazione sinaitica e l’Incarnazione hanno rotto definitivamente. Il Dio di cui parlare è qui: ma non solamente nel profondo dei cuori, ma propriamente nella storia del popolo sofferente e crocifisso. È il questo nomadismo dei popoli che tragicamente tende a perpetuarsi anche nel XXI secolo: in questo deserto da attraversare Dio è presente ancora nella tenda e nell’arca, luoghi della presenza divina che ne sottolineano la mobilità; Dio è con il suo popolo se questo continua a pensarsi nomade e disperso in una valle di lacrime che però non può essere lasciata tale. Dio vuole camminare con il suo popolo in una valle di gioia e di luce, e per questo deve attraversare il deserto e uscirne, passare il Mare di Canne o i tre giorni del sepolcro per poter abitare con un popolo non più sofferente. La teologia dovrebbe essere la guida per questo pericoloso e mai garantito tragitto. Che alla fine porta e non porta al tempio; una manifestazione umana che serve per pregare e pronunciare la parola di Dio ma che non lo contiene: Dio abita dappertutto e la sua presenza non è legata a una struttura materiale. Dimora nel povero che attende e rispetta la sua parola: riempire questa attesa di parole non vane e non vanamente consolatorie è compito della teologia, oggi come ieri. Una teologia balbettante ma resistente, una teologia che non si illuda di essere parola di Dio (altrimenti si trasforma nella peggiore delle idolatrie), ma nel suo essere parola su Dio cerca timidamente di affrettare i tempi del suo definitivo avvento o del suo definitivo ritorno.
[1]
Sergio Quinzio, Un commento alla
Bibbia Milano, Adelphi, 1991, pag. 35.
[2]
Una interessante riflessione su quello che forse è stato il più noto di «falsi»
Messia (mettiamo l’aggettivo tra virgolette perchè si tratta pur sempre
di un giudizio umano da prendere con cautela) si può trovare in Gerschom
Scholem, Sabbatai Sevi. Il falso Messia, Tonino, Einaudi, 2005.
[3]
Cf Salvatore Natoli, L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella
cultura occidentale, Milano, Feltrinelli, 1985.
[4]
Impropriamente se riferito all’Antico Testamento.
[5]
Gustavo Gutierrez, Teologia della
liberazione Brescia, Queriniana, 1972 pag. 13.
[6]
Ignatio Ellacurìa e Ion Sobrino, Jon (ed.) Mysterium
Liberationis. I concetti fondamentali della Teologia della Liberazione,
Assisi, Borla/Cittadella, 1992 pag. 70.
[7]
Ivi, pag. 71.
[8]
Cf Gutierrez, op. cit, pgg.
185-195.