E’una domanda
ricorrente e «normale» tra le generazioni più giovani, che ormai sta
diventando un leit motiv anche per quelli un po’ più grandi. Esprime la libertà
di inventarsi il proprio futuro, ma anche l’incertezza di stabilizzare la
propria esistenza.
È caratteristica dei
più giovani vivere alla giornata, sognare ad occhi aperti, aprirsi a continue
sperimentazioni senza arrivare subito a scelte definitive. L’indagine «Tutto
il resto» realizzata dalla GiOC conferma che, nella costruzione dell’identità,
il consumo (come ci si veste, che cosa si acquista, come e dove si passa il
tempo libero) ha un peso rilevante soprattutto nella fase adolescenziale
dell’esistenza, anni delle contraddizioni, dell’incostanza, della
trasgressione. In questa fase i giovani si identificano di volta in volta nelle
esperienze che fanno, andando contro le convenzioni, sperimentando stili a volte
anche molto diversi tra loro, nel tentativo di «fissare» con punti fermi
alcuni tratti della propria identità in crescita e in cambiamento.
Successivamente, altri
fattori incidono nella definizione della personalità di un giovane: man mano
che si cresce i consumi diventano meno preponderanti, mentre il lavoro e altre
esperienze diventano più significative. Se gli adolescenti sono più
spensierati e incoscienti, al crescere dell’età i comportamenti e le
aspettative si diversificano, diventano finalizzati ad un progetto. La
sensazione tuttavia è che il virus della precarietà sia già entrato nelle
esistenze dei più giovani e che ci troviamo di fronte ad una generazione di
ragazzi che vola basso, che si accontenta, che non trova spazio per esprimere se
stessa, liberare le potenzialità, avere fiducia in sé e nella possibilità di
realizzarsi pienamente.
Nell’adolescenza
tutte le opportunità sono (sembrano) aperte, la vita è spalancata davanti a sé.
In realtà sappiamo che non è così: il capitale culturale della famiglia, la
realtà geografica e economica in cui si nasce, le reti sociali in cui si è
inseriti, fanno la differenza nelle opzioni e nei percorsi di vita. Crescere e
realizzare una vita «buona» non è un percorso naturale, va orientato e
accompagnato. I giovani hanno bisogno di adulti che indichino strade e diano
regole (anche da contestare), che sostengano nelle scelte e propongano
prospettive credibili.
Entrare
nella vita adulta
Un problema nuovo si
presenta invece per i più grandi, per la cosiddetta generazione dei «giovani
adulti», i 25-30enni, caratterizzati da un rallentamento dei tempi di entrata
nella vita adulta. Le tre tappe principali che sanciscono questo passaggio
(conclusione del percorso formativo, inserimento lavorativo, uscita dalla
famiglia d’origine) si presentano sempre più difficili, con uno slittamento
complessivo dei corsi di vita. Tali giovani si trovano a metà tra il modello di
vita respirato in casa dei genitori (costituito essenzialmente da un lavoro
stabile che consentisse di accumulare una certa ricchezza da garantire una
sicurezza economica ai figli e una vecchiaia serena) e strategie di
sopravvivenza tutte da inventare e sperimentare per orientarsi e reggere nel
nuovo contesto.
Essi sanno che verranno
chiamati a cambiare più lavori nell’arco di una vita, che le relazioni
affettive e famigliari saranno sottoposte a sollecitazioni che mettono in
evidenza molte fragilità, che dovranno essere maggiormente disponibili ad
essere flessibili e dinamici, ad inventare più volte la propria esistenza. Da
una parte, quindi, bisogna che qualcuno sappia indicare loro e cogliere le
opportunità di un contesto aperto, dinamico, che non «chiude» le prospettive
in una vita tutta uguale e lineare, dall’altra occorre capire come sia
possibile progettare serenamente un’esistenza in un contesto più mutevole e
flessibile, dove stabilità e certezze sono provvisorie. In secondo luogo
occorre porre le condizioni perchè vi siano reali e pari opportunità per
tutti, anche per i giovani meno attrezzati (a livello culturale e professionale
ma anche psicologico) per reggere nelle transizioni.
I giovani vivono
effettivamente condizioni di oggettiva difficoltà: l’incremento delle
assunzioni a termine con percorsi di stabilizzazione lavorativa lunghi e
tortuosi, l’incertezza della stabilità del posto di lavoro anche per chi un
lavoro ce l’ha, gli elevati costi per l’affitto o l’acquisto di
un’abitazione che fanno sì che anche chi vorrebbe andare a vivere da solo non
abbia i mezzi per farlo, la crescita delle disuguaglianze nei redditi e
l’aumento di giovani che si stanno indebitando, anche solo col pagamento a
rate o con la carta di credito.
In questa situazione la famiglia d’origine svolge un ruolo essenziale di
ammortizzatore sociale, di contenimento dei conflitti, di re-distribuzione del
reddito, di accompagnamento e facilitazione alla vita quotidiana. Essa è un
comodo rifugio solo in parte per i «mammoni»: spesso è un luogo di sosta
rispetto ad un contesto esterno che si caratterizza in senso negativo, in cui
non si è continuamente messi alla prova e non si ha bisogno di ricercare
continuamente la legittimazione.
Vivere
la discontinuità
Altra esperienza
quotidiana che vivono i giovani è la dimensione della discontinuità del corso
della vita: instabilità e precarietà sembrano caratterizzare non solo il
lavoro ma tutte le esperienze, le relazioni con gli altri, le appartenenze, i
luoghi di costruzione dell’identità. Questa situazione ha delle conseguenze
sulla percezione del proprio futuro e degli sforzi per realizzarlo. Come detto
prima, i più giovani sono maggiormente propensi a godere del momento, cercando
di divertirsi senza farsi troppi pensieri: la sensazione che sia inutile
progettare con dovizia il proprio futuro è dovuta al fatto che si percepisce
che i condizionamenti esterni sono tali e tanti da vanificare gli sforzi del
singolo. Quando invece si procede verso la vita adulta (almeno anagraficamente)
emergono altri bisogni e riflessioni. L’impressione è che l’atteggiamento
nei confronti del proprio futuro tenda ad assumere una connotazione sempre più
razionale nella misura in cui cresce l’età. La consapevolezza della necessità
di programmare per tempo le proprie scelte e perseguirle con coerenza procede di
pari passo con la maturazione della persona e mano a mano che ci si confronta
con scelte importanti, quali la creazione di una propria famiglia, la nascita di
un figlio o la possibilità di cogliere nuove opportunità professionali.
Tuttavia crescono anche le paure, ad esempio la preoccupazione di non poter
disporre di quanto necessario per sostenere se stessi e la famiglia, di non
poter acquistare una casa o non garantire ai figli un’istruzione adeguata e il
pragmatismo diventa talvolta disincanto, che si traduce nel voler compiere
scelte molto meditate e ponderate.
L’ampio ventaglio di
possibilità che si apre ai giovani, così come la sensazione che dovranno
ricominciare più volte daccapo, ha inevitabilmente delle conseguenze: produce
l’affermazione di identità deboli e plurali e rende difficili scelte
definitive e a lungo termine, inducendo i giovani a investire le proprie risorse
per raggiungere le condizioni minime di dignità e stabilità solamente nel
breve termine. L’incertezza può creare una condizione di scoraggiamento
rispetto a tutte le dimensioni della vita, insinua l’esigenza di rimanere con
i piedi ben poggiati per terra e mantenersi radicati nel presente, con un po’
di paura a sognare, ad aspirare ad altro.
Tuttavia, nonostante le
paure e lo scetticismo, i giovani non rinunciano ai progetti di lungo periodo e
aspirano ad una vita «normale». Essi sono consapevoli che il futuro sta nelle
loro mani e nella loro capacità di osare e di lavorare sodo: la questione è se
riusciranno a tradurre le aspettative in progetti e azioni positive o se si
ripiegheranno nell’attesa, nel breve termine o, peggio, nella fortuna e nel
caso.
Le
sfide più attuali
Le sfide relative
all’accesso al lavoro, al significato dell’istruzione e della cultura,
all’accesso alla casa e al credito sono sfide sociali e politiche alle quali
non ci si può sottrarre, per fare della giovinezza un’esperienza piena e
felice e sbloccare il passaggio dei giovani alla vita adulta.
In
tal senso, forte è il richiamo a politiche sociali e del lavoro lungimiranti,
che invece scontano e riflettono una scarsa attenzione: questa è una società
che non ama i giovani, non li vede abbastanza come risorsa. Le politiche
sociali, anch’esse improntate sul breve termine, sono cartina al tornasole
della dimenticanza e della trascuratezza subite da parte degli adulti e della
classe dirigente.