«Anche
Dio ha un sogno» e, come abbiamo visto, chiama noi tutti a dare corpo a quel
sogno per realizzarlo. Scrivendo al giovane Timoteo, infatti, l’apostolo Paolo
dice che Dio «ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non secondo le
nostre opere, ma secondo il proprio
proponimento» (2 Tm 1,9). Detto
altrimenti, Dio ci chiama secondo il piano che ha per ognuno e ognuna di noi.
Possiamo già ravvisare qualcosa del piano che Dio aveva per Timoteo «nella
fede», come scrive Paolo, «non finta che abitò prima nella (s)ua nonna Loide
e nella (s)ua madre Eunice» e che «ora abita (in lui)» (2 Tm
1,4). Non è un caso che Timoteo nacque in una famiglia che tramite la
testimonianza delle donne aveva saputo trasmettergli una tale fede. Questa
circostanza - che a prima vista può apparire insignificante - faceva parte del
piano divino il quale abbraccia non solo i nostri antenati e antenate immediati
(e il dove e il quando della nostra nascita), ma risale persino a «prima della
fondazione del mondo» (Ef 1,4).
L’apostolo Paolo, sul cui percorso avremo occasione di riflettere, fu chiamato
da adulto a seguire il Signore, eppure guardando indietro alla sua vita (col
senno del poi!) si rende perfettamente conto che nel piano di Dio era stato
messo da parte già dalla nascita (Gal
1,15).
Ma
com’è possibile che Dio abbia un piano per ognuno e ognuna noi? L’idea
appare assurda se consideriamo, anche solo per un attimo, l’immensità
dell’universo, le centinaia di milioni di persone che abitano il pianeta,
tutte le generazioni che ci hanno preceduto, nonché tutti coloro che nel futuro
si susseguiranno. Al solo pensiero ci sentiamo come un ago nel pagliaio! Chi mai
ci potrebbe trovare? E se ora guardiamo dentro di noi, alla nostra piccolezza,
al nostro senso di inadeguatezza, ai nostri piccoli fallimenti e frustrazioni,
torniamo a chiederci: ma com’è possibile che Dio abbia proprio un piano per noi?
La
risposta è disarmante nella sua semplicità. È possibile perché Dio ci ama.
Tuttavia, poiché per il tanto parlarne l’amore di Dio ha subito una grossa
svalutazione, lo diciamo in un altro modo: è possibile perché agli occhi di
Dio ciascuno e ciascuna di noi è
prezioso! Rivolgendosi al popolo d’Israele da lui considerato un figlio,
Dio afferma: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo» (Is
43,4). Agli occhi di Dio ogni persona è preziosa, stimata, amata, importante. In un mondo che dice che per valere bisogna essere così
o cosà, avere questo o quell’altro, riuscire in chissà quali e quante
imprese, Dio guardandoci esattamente come siamo in questo momento semplicemente
dichiara: «Tu sei prezioso, sei stimato e io ti amo».
Non
è, lo ammetto, facile accettare, o meglio accogliere un’idea di questo
genere.
Per aiutarci Anthony de Mello suggerisce che riflettiamo sull’avvento di Gesù,
venuta nel mondo che è stata preparata con cura da Dio. Pensiamo come sono
stati scelti i genitori di suo Figlio in modo che Gesù avesse la personalità
adatta per compiere il piano che Dio aveva per lui. Poiché ognuno e ognuna di
noi è prezioso agli occhi di Dio, e poiché anche noi abbiamo un piano da
compiere, anche il nostro «avvento» è stato preparato con la stessa cura di
quello di Gesù. Perciò de Mello ci invita a rievocare il canto degli angeli
quando nacque il Cristo, e poi si chiede «Ho mai udito il canto che gli angeli
intonarono quando sono nato io? Vedo con gioia ciò che è stato fatto per mio
tramite, per rendere il mondo un posto migliore... e mi unisco a quegli angeli
nel canto che intonarono per celebrare la mia nascita?» (Alle
sorgenti, Milano 1988, p. 26).
Il
piano per Paolo
Ma
torniamo all’apostolo Paolo. Stava scrivendo al suo giovane amico Timoteo per
incoraggiarlo a «ravvivare il dono» che Dio gli aveva dato. Pensando al piano
di Dio per Timoteo, è normale che i pensieri dell’apostolo vanno alla propria
chiamata e al piano in vista del quale lui stesso era stato «costituito araldo,
apostolo e dottore» (2 Tm 1,11).
È
affascinante seguire l’evolversi del piano di Dio nella vita dell’apostolo.
Sì, perché una cosa non vi ho detto: il piano non è un tipo di progetto che
cade dal cielo una mattina mentre stiamo facendo colazione; non è una figura
che tutto ad un tratto appare sullo schermo del nostro computer (tipo navigatore
celeste). Il piano divino va scoperto strada facendo!
Sappiamo
tutti che Paolo odiava a morte (letteralmente) i primi cristiani membri della
chiesa che stava nascendo a Gerusalemme. Convinto di servire Dio e la sua causa,
si era fatto dare un permesso per poter ampliare il suo raggio di azione e
scovare, arrestare e incarcerare i discepoli di Gesù non solo a Gerusalemme ma
anche a Damasco. Mentre è per strada che improvvisamente viene sfolgorato da
una luce, perde la vista, cade a terra e sente una voce dal cielo che lo chiama:
«Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Appreso che la voce appartiene a Gesù,
Saulo gli chiede: «Che vuoi che io faccia?». La risposta è la seguente: «Alzati,
entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,1-6). Saulo è stato chiamato, ma è completamente al buio sul
perché. Non ha nessuna idea di quale possa essere il piano di Dio nei suoi
confronti. Sa una cosa sola, che deve alzarsi, proseguire il viaggio, entrare in
città e aspettare. A sapere, invece, perché Saulo è stato chiamato sarà
Anania e noi (che proseguiamo la lettura) insieme a lui.
Il
piano di Dio per Saulo, infatti, verrà annunciato qualche versetto dopo a «un
discepolo di nome Anania», chiamato (anche lui) ad andare da Saulo ad imporgli
le mani in modo che questi cominci di nuovo a vedere.
A questa proposta da parte del Signore, Anania non è proprio entusiasta,
anzi si dimostra piuttosto titubante se non addirittura scettico: «Signore, ho
sentito dire da molti di quest’uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in
Gerusalemme. E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare
tutti coloro che invocano il tuo nome». Alle obiezioni sollevate da Anania, Dio
decide di rivelargli il piano che ha in mente per Saulo: «Egli è uno strumento
che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli» (ossia ai non-ebrei),
«ai re e ai figli d’Israele, poiché io gli mostrerò quante cose deve patire
per il mio nome» (At 9,14s). Anania,
quindi, conosce il piano di Dio per Saulo, ma quando va da Saulo gli spiega
semplicemente di essere mandato da Dio per imporgli le mani «perché tu
riacquisti la vista e sia riempito di Spirito Santo» (At 9, 17).
In altre parole, pur essendo a conoscenza del piano di Dio nei confronti di
Saulo, Anania si guarda bene dal rivelarlo al direttamente interessato! Saulo
dovrà scoprire da solo il perché della sua chiamata.
Di giorno in giorno, da viaggio in viaggio, guidato dallo Spirito, egli scoprirà
il piano di Dio mediante il confronto con le comunità, con le scritture, in
preghiera, con l’aiuto di fratelli e sorelle.
Guidato dai suoi sogni, spinto dai suoi desideri, costretto dalle circostanze,
in risposta ai suoi insuccessi, Saulo si muoverà, cosicché lungo il libro
degli Atti noi vediamo l’evolversi del piano di Dio nella sua vita.
La
conversione di Saulo (ormai diventato
Paolo) viene raccontata altre due volte,
ambedue volte in forma di un discorso pronunciato dall’apostolo stesso in base
alle sue riflessioni personali (ovviamente sempre secondo il pensiero di Luca,
autore del libro degli Atti).
La prima volta,
Paolo è a Gerusalemme e racconta la sua chiamata a una folla di Giudei in
subbuglio a causa sua. Il suo racconto rispecchia quello che conosciamo già dal
capitolo 9, sebbene Anania aggiunga qualche parola in più. Dopo avergli fatto
recuperare la vista, Anania prosegue: «Il Dio dei nostri padri ti ha destinato
a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto, e ad ascoltare una parola dalla
sua bocca. Perché tu gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose
che hai viste e udite» (At 22,14s.).
Se
paragoniamo questa versione a quella del capitolo 9, vediamo che qui il piano di
Dio è rivelato da Anania a Paolo, ma solo in parte. Esso rimane piuttosto generico in quanto manca la
menzione specifica dei «popoli» e dei «re».
Tuttavia se guardiamo il secondo resoconto
della sua conversione, questa volta a Cesarea davanti al re Agrippa e quasi
alla fine del libro, scopriamo che secondo Paolo, le parole riguardanti il piano
divino rivolte ad Anania al capitolo 9, ora risultano rivolte direttamente a
Paolo stesso, proprio al momento della chiamata, dalla voce che parlava dal
cielo: «Alzati, e sta’ in piedi perché per questo ti sono apparso: per farti
ministro e testimone delle cose che hai viste» (e qui ci siamo), «e di quelle
per le qual ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dalle nazioni,
alle quali io ti mando per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle
tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me,
il perdono dei peccati a la loro parte di eredità tra i santificati».
Paolo, che da lì a poco sarà trasferito a Roma, poi aggiunge: «Perciò, o re
Agrippa, io non sono stato disubbidiente alla visione celeste» (At
26, 15-20).
Ma a quale visione si riferisce? La visione celeste, il piano di Dio, non è
quella rivelatagli al capitolo 9 perché, come abbiamo visto, in
quell’occasione non fu rivelato a Paolo nessun piano tranne quello di recarsi
a Damasco e ad aspettare.
Il piano celeste cui si riferisce Paolo al capitolo 26 è quello
che giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio Paolo era
andato scoprendo e che solo ora, grazie anche ai lunghi giorni di prigionia,
gli appare in tutta la sua nitidezza come ordinata da Dio dall’inizio stesso
della sua chiamata!
Dio ha un piano per ognuno e ognuna di noi, ma tocca a noi guidati dallo Spirito
scoprirlo in mezzo alle vicissitudini della vita, esattamente come l’apostolo
Paolo, per diventarne veramente consapevoli solo verso la fine del percorso
quando il racconto della nostra vita starà per terminare.
Nelle
trame della vita
Nel
suo libro La mia Africa (Feltrinelli 2001, pp. 198s.), la scrittrice danese
Karen Blixen riporta una fiaba che si avvicina a ciò che sto cercando di dire.
Un uomo, racconta la Blixen, vive vicino a uno stagno dove ci sono dei pesci.
Una notte viene svegliato da un rumore che viene dallo stagno; si alza ma
essendo buio non ci vede niente. Cerca di andare verso il laghetto,
s’inciampa, cade, si rialza, cade di nuovo.
L’uomo non riesce ad individuare bene la provenienza del rumore, si rende
conto di andare nella direzione sbagliata, così si volta, ci riprova fino ad
arrivare, dopo qualche altra caduta, allo stagno, e lì scopre che l’acqua sta
fuoriuscendo da un buco nell’argine del laghetto e insieme all’acqua anche i
pesci. Così con una certa difficoltà ripara il buco. Soltanto quando il buco
è stato tappato l’acqua non esce più e i pesci sono al riparo, l’uomo
torna a letto a dormire.
La
mattina dopo, si alza e si dirige verso la finestra. Guardando fuori dalla
finestra l’uomo vede che i passi lasciati nel buio della notte hanno tracciato
per terra la sagoma di una cicogna!
Commentando questa storia il cui racconto man mano che va avanti è accompagnato
da un disegno, cosicché alla fine appaia sulla pagina una cicogna, la
scrittrice ci fa notare che l’uomo si accorge di avere lasciato dietro di sé
una cicogna solo alla fine del suo percorso, a opera terminata.
Un po’ come Paolo, che poteva dare un resoconto dettagliato del piano che lo
aveva guidato, per aggiungere «io non sono stato disubbidiente alla visione
celeste» solo verso la fine del suo percorso, solo dopo aver scoperto che in
mezzo alle gioie e alle fatiche, ai successi e ai fallimenti, per le strade,
nelle piazze, nelle case e nelle carceri egli stava seguendo il piano divino,
affinché la sua vita formasse un racconto.
Perciò la Blixen conclude chiedendosi: «Quando il disegno della mia vita sarà
completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?».
Dio ci chiama secondo il disegno che ha per ciascuno e ciascuna di noi, e
promette che «tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio i quali
sono chiamati secondo il suo disegno» (Rm
8,28). Forse il nostro disegno non è una cicogna bensì una farfalla, o
un’aquila, un leone o un fiore tracciato nel cuore di Dio prima che il mondo
esistesse.
Noi scopriamo chi siamo chiamati a diventare rispondendo alla chiamata e mettendoci in marcia, come Paolo, alla sequela di Gesù.