Nel novembre 2007 è morto
– all’età di 48 anni – Gianfranco La Rosa, Salesiano
Cooperatore, educatore, sposo e papà di tre figli.
Aveva compiuto la sua scelta di campo dopo la laurea in giurisprudenza e
l’aver vissuto in un quartiere della periferia di Catania l’esperienza del
volontariato e dell’obiezione di coscienza.
Avvicinatosi alla sensibilità e alla spiritualità salesiana, con un gruppo di
coetanei, cogliendo l’esigenza di formazione professionale dei giovani di quel
quartiere ha promosso nel 1989 la costituzione di un centro di formazione
professionale («Oscar Romero»), assumendone la direzione.
Le sue capacità relazionali e gestionali lo hanno portato a incarichi sempre di
maggior responsabilità, fino alla ultima nomina a direttore dei servizi di
orientamento.
Queste poche righe sono state pensate in suo ricordo, e anche per rendere
omaggio, così come egli faceva sempre, a tutti quelli che come lui nel
quotidiano si dedicano ai giovani, con passione e fiducia, nel silenzio:
lavoratori nascosti e sconosciuti che incontrano migliaia di ragazzi, educatori
spesso disconosciuti, ma sempre attivi, la cui presenza è sostenuta più da
convinzioni e valori che da soddisfazioni sociali ed economiche.
Forse Gianfranco non ha mai pensato di mettere per iscritto le sue idee sul
lavoro educativo con i giovani. Per carattere e formazione era un tipo pratico,
che mirava subito agli aspetti concreti per cercare sempre l’intervento più
diretto e risolutivo dei bisogni. Praticità però costantemente supportata da
una gran mole di lavoro di riflessione, condotta sia a livello interiore (il «ri-pensare»
con se stesso) che a livello collettivo e comunitario (il «pensare» insieme
agli altri).
La costante e intensa dialettica di azione-riflessione-azione in lui e nei
numerosi gruppi con i quali interagiva, riproduceva creativamente un clima
fecondo e positivo dove le opinioni e i progetti si confrontavano e generavano.
Questo movimento era supportato da alcune idee generatrici, alimentate da una
salda adesione ai principi dell’umanesimo cristiano, che avevano nei concetti
di «crescita» e «cambiamento» punti di riferimento costante della prassi
pedagogica. Tale prassi poi trovava contorno nella abitudine alla verifica
collettiva, intesa non come esclusiva tecnica migliorativa dei risultati, ma
come introspezione riflessiva mirante alla rielaborazione personale, alla
ricerca motivazionale e significativa.
Questi valori di riferimento e la concreta prassi hanno permesso lo sviluppo di
un metodo di lavoro di cui qui espliciteremo – come proposta al lettore –
gli elementi più significativi.
Punto
centrale, snodo determinante per la riflessione e la progettazione educativa
della pedagogia del quotidiano, è il concetto di «bisogni educativi della
persona».
Questi rappresentano le esigenze evolutive concrete ed oggettive della persona,
che si innestano dentro i percorsi relazionali di tipo educativo come forza
propulsiva per il cambiamento e la crescita.
Ogni bisogno è rilevato attraverso la partecipazione diretta, prima vissuta e
poi studiata, delle condizioni della persona, analizzato con scrupolo secondo il
principio della gradualità e in modo diretto, partendo dal dialogo e dal senso
di protagonismo individuale: «Ma cosa ti manca?».
I bisogni generano le priorità e tutte le priorità devono essere condivise.
Così altro concetto generatore di metodo e prassi pedagogica è quello di «condivisione»:
sempre partecipazione diretta della vita dei giovani (tutti utenti del suo
servizio personale) e dei colleghi, perché la condivisione si innesta nel
servizio, concepito non come struttura organizzativa ma come scelta di vita
centrata sulle persone.
Il bisogno pedagogico diventa quindi un punto di partenza di vita e di lavoro,
elemento trasformante per modificare la realtà, punto di partenza per la
coscienza personale e collettiva.
E il bisogno riconosciuto (consapevolmente riconosciuto) è il fondamento per la
motivazione al cambiamento. Partire dai bisogni, non dalle idee, non dalle
opinioni, rilevati con la partecipazione e il coinvolgimento, attivati dalla
consapevolezza attraverso il confronto e la riflessione.
La
partecipazione è presenza educativa, presenza quotidiana, l’essere accanto,
il quotidiano essere insieme alle persone, i giovani e gli adulti. E nella
presenza si concretizza la fatica quotidiana della cura dei rapporti, nella
continua mediazione delle relazioni, nel dipanarsi degli incontri formali ed
informali (soprattutto informali) nella fitta trama degli incontri della piazza,
del cortile, del corridoio.
L’educatore fa della cura delle relazioni umane l’obiettivo primario del
proprio impegno professionale, con una consapevolezza crescente, fatta di
chiarezza (poche parole, ma semplici e dirette) e di tolleranza, sempre
rispettosissima delle opinioni e delle scelte.
Chiarezza e tolleranza sono i due capisaldi di questo impegno: chiarezza come
approfondimento e chiarificazione, lavoro continuo nel capire e nel parlare;
tolleranza come accettazione e confronto, ricerca di convergenza e progetti
comuni.
Per questa via la cura assume il valore della mediazione e dell’accoglienza.
Ciò a partire dai ragazzi cosiddetti difficili alle cui esigenze e richieste
d’aiuto bisogna dare risposta con la riflessione e la progettazione, mai con
lo scarto e il rifiuto.
La
pedagogia del quotidiano si costruisce con la presenza, con ogni gesto
quotidiano di accoglienza e simpatia. Ogni saluto, ogni parola, anche il sorriso
diventa segno consapevole dell’attenzione ai giovani che vanno incontrati con
i gesti più che con le parole; pedagogia dell’esempio, del buon esempio.
L’attenzione al quotidiano significa quindi valorizzazione del gesto, come
forma rivelatrice della persona, manifestazione dei suoi bisogni. Allora il
gesto quotidiano va fatto oggetto di riflessione, mai dato per scontato. Questa
prassi si ferma proprio sul quotidiano e lo trasforma in strumento educativo, lo
finalizza pedagogicamente (cioè in modo consapevole) verso obiettivi
gradualmente evolutivi.
Dentro tale cornice nessuna esclusione è possibile, anche il gesto più
disordinato e fastidioso (anche il più violento), trasformato in elemento di
riflessione, offre una chiave di lettura per un intervento formativo, fatto di
riconoscimento, riflessione e azione, portato avanti con pazienza e caparbietà.
Proprio la pazienza e la caparbietà richiamano l’elemento della fiducia e
della speranza, elemento costitutivo di questo tipo di educazione, che guarda
sempre il quotidiano nella prospettiva del futuro, concetto attinto dalla
spiritualità cristiana e trasformata in atto consapevole di vita: «io ho
fiducia».
Il costante richiamo ai valori si innesta quindi nel quotidiano non come
etichetta posticcia ed estranea, ma come parte costitutiva dello stare insieme,
fatto di memoria e attesa (ricordo del motivo per cui stiamo insieme lavorando
per i giovani e fiducia nel fatto che il nostro lavoro produrrà i suoi buoni
frutti), consolidato dall’amicizia (conseguenza inevitabile di una siffatta
gestione relazionale) che apre alle confidenze e allo scambio solidale.
Questo quotidiano, che è «l’oggi che qui ci fa incontrare», è il campo
dove si gioca la partita per costruire la convivenza futura (oggi di giovani
inseriti in percorsi di formazione e domani di adulti che lavorano e fanno
famiglie e partecipano alla vita sociale), luogo concreto ed eccezionale
dell’incontro e dello scambio, ambito di crescita e di lotta, dove
l’educatore, adulto consapevole e responsabile, mantiene la funzione del
mentore, richiamando ai valori e al futuro, alla speranza e al cambiamento, alla
possibilità, insita in ogni esperienza di vita, della ripartenza e del
ricominciamento.
La
spirale evolutiva di partenza e ripartenza, il ciclico richiamo al
ricominciamento come esigenza e come dovere, in questa pedagogia del quotidiano,
disegna la fenomenologia di un bisogno intimo della persona, perché
concretamente innestato sui percorsi della crescita, che di continuo richiedono
corsi e ricorsi, cadute e ripensamenti, slanci e rideterminazioni.
La persona, la vita concreta di ogni persona, è fatta di questa necessità ove
le strade si intersecano e interrompono, riprendono e poi finiscono,
ricominciando sempre in un labirinto di «sentieri interrotti» che
l’educatore (anch’egli innestato in tale dinamica) ha il compito di
individuare, valorizzare e rendere consapevoli all’intelligenza e alla volontà
del giovane che incontra.
Tutto questo postula il «pensare alla grande», richiamarsi ai valori
universali che alzano sempre il tiro degli obiettivi, concretamente ancorati al
«qui ed ora» del quotidiano, ma direttamente orientati all’altrove e al
domani del sociale. La speranza alimenta il
quotidiano e «ricominciare» diventa la parola d’ordine di ogni giorno.
Allora
il fatto formativo, l’incontrarsi quotidiano che scandisce la comune
costruzione del rapporto educativo (nella classe, ma anche nel cortile e poi per
le strade, le piazze, i bar) diventa il passionale dedicarsi all’uomo, nel
quale l’aspetto strettamente istruttivo dell’insegnare e dell’apprendere
è occasione strumentale per far transitare valori e significati, i valori
dell’uomo (universale richiamo alla giustizia e alla pace) e i significati
delle persone (particolare bisogno di motivazione al cambiamento).
Ogni fatto formativo, celebrato come un evento che ricorda e progetta, concentra
ogni attenzione sulla consapevolezza personale, sia dei giovani che degli
adulti.
Gli adulti, forse più dei giovani, richiedono l’autoformazione continua,
necessaria per la consapevolezza e il mantenimento dei progetti, riunioni di
aggiornamento e di verifica, giornate intere a sospendere tutto per riflettere e
riprogettare, costruire cultura comune, intesa di gruppo, nel grande obiettivo
di realizzare, in ogni ambito di lavoro, scuola, sede formativa, oratorio, una
comunità educante consapevole ed unita, coerente nei valori e nei linguaggi,
aperta ai bisogni e agli eventi trasformativi.
Questi sono gli argomenti sui quali si discuteva con Gianfranco La Rosa, pomeriggi e serate passate ad appassionarsi insieme sui temi che riguardano il futuro, i cambiamenti sociali, le rivoluzioni possibili e impossibili, il desiderio di migliorare se stessi e il mondo che ci circonda. Gianfranco, educatore del quotidiano, per molti di noi è stato un mentore, con il compito, non sempre facile, di richiamare il significato del nostro esistere come uomini.