La bell'età
Domenico Cravero

C’è nella giovinezza una determinazione, quasi un’irruenza della vita, che spinge a superare ostacoli e resistenze, una sovrabbondanza di vitalità capace delle sfide più imprevedibili e sempre pronta a rigenerarsi, un’energia istintiva, naturale, che sembra porsi come una difesa naturale alla continua possibilità di errori e di cadute. È la forza di vita della giovinezza, la festa del corpo che celebra il suo trionfo.

L’adolescenza è anche la primavera rigeneratrice della collettività. In questo arco dell’età evolutiva si radicano le strutture portanti del vivere collettivo. La giovinezza è l’età in cui le persone si avventurano nella scoperta dell’amore e fanno le prime grandi esperienze affettive, in cui scelgono un proprio ruolo professionale e si preparano ad esercitarlo, in cui maturano una propria visione del mondo e quindi scelte personali di vita, si orientano religiosamente e politicamente e quindi acquisiscono una propria identità sociale. Famiglia, professione, socialità affondano le loro radici nell’adolescenza. La giovinezza, da sempre, è non solo l’età delle scelte ma anche dell’«eroismo»: il tempo in cui, con più coraggio e generosità, si è disposti ad investire su quanto si considera degno. Da sempre le società si sono rinnovate con l’apporto insostituibile dei giovani. Le esperienze che si compiono, le conoscenze che s’apprendono da adolescenti (dalle emozioni più immediate che si vivono nelle canzoni, alle grandi scelte della fede) difficilmente si dimenticano da adulti.
L’adolescenza è la principale sfida posta alla pastorale e all’evangelizzazione. È il banco di prova della capacità delle famiglie cristiane e delle comunità al loro servizio di trasmettere la fede ai figli; è il metro dell’effettiva centralità ed efficacia della scelta missionaria delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali. Gli adolescenti indicano, infatti, il nuovo dell’evoluzione delle società e rappresentano quanto sta fuori del mondo protetto delle famiglie e delle comunità.
Come il venir meno (anche a livello demografico) del contributo socio-culturale del mondo giovanile è una vera perdita per la società, così il travagliato approccio pastorale verso gli adolescenti, l’abbandono massiccio dei ragazzi dopo la celebrazione del Sacramento che li abilita alla pienezza dell’espressione della loro fede (la Confermazione) costituiscono un grave impoverimento della pratica pastorale, un segno evidente di una scelta missionaria non ancora sufficientemente convinta e praticata.
Il primo servizio da rendere alle giovani generazioni consiste nel percepire e valorizzare l’azione innovativa che la giovinezza porta naturalmente in sé, le sue enormi potenzialità, la creatività legata alla giovane età. La scelta missionaria delle comunità cristiane, dei movimenti e delle associazioni, diventa evidente nella disponibilità con cui esse accolgono il nuovo incarnato negli adolescenti.
I titoli della cronaca, gli argomenti dei dibattiti, i motivi d’interesse di chi si ferma a parlare dei ragazzi di oggi insistono molto sui problemi, sul disagio, sulle difficoltà. Le preoccupazioni sono il disimpegno, l’indisciplina, il bullismo, le droghe…
Le lamentale degli operatori pastorali si concentrano volentieri sulla chiusura e scarsa disponibilità – a loro dire – degli adolescenti ad accettare le proposte loro offerte. Preadolescenti e adolescenti vivono, oggi, in prima persona una situazione di profondo cambiamento culturale, nel quale sono immersi in modo pressoché incosciente.
I ragazzi non sono, però, indifferenti all’accompagnamento educativo e neppure all’annuncio evangelico. Appaiono, è vero, agli adulti, come se vivessero immersi in un mondo a parte, come se fossero altrove, distanti anni luce dall’approccio tradizionale di genitori o educatori. «Non mi interessa!»... «a che serve?», «non mi piace!»: sono spesso le loro risposte, pronunciate magari senza aggressività ma con determinazione. Chi ha continuato ad investire energie, pensiero e creatività con i ragazzi, chi li frequenta con assiduità e simpatizza con i loro mondi, può raccontare, invece, frutti sorprendenti e risultati inaspettati.
Per entrare nei nuovi mondi dei giovani d’oggi è necessario fare riferimento ad una condizione che segna a fondo la società: il contesto economico della competizione e del profitto, l’ideologia del benessere e le nuove possibilità tecnologiche della comunicazione (televisione e media). Occorre evitare di formulare giudizio netti e sconsolati e individuare piuttosto nuovi percorsi e nuove strategie di evangelizzazione. Agli educatori e ai genitori è richiesto uno sforzo di comprensione dei pesanti condizionamenti dell’ambiente culturale e un’organizzazione concreta per difendere e sostenere la loro missione. Ciò che rende passivi e demotivati è fondamentalmente il conformismo alle pressioni sociali, in un’età in cui le possibilità di critica o di autonomia sono ancora in formazione.
Una considerazione veloce delle caratteristiche della nuova adolescenza (preannunciate precocemente fin dalla preadolescenza) dà modo di cogliere nell’attuale mutazione generazionale prodotta dalla complessità sociale, quale forza liberatrice può scaturire dall’incontro delle nuove generazioni con il Vangelo, quando è accolto e sperimentato come «bella storia!», come possibilità affascinante di sviluppo e di crescita.

Un mondo tutto nuovo

La società si presenta completamente aperta, senza centro e senza direzioni: tutto potrebbe essere diverso e nulla è prevedibile. La sovrabbondanza delle possibilità condanna le persone a scegliere senza fine, rende gli individui tendenzialmente indifferenti ad ogni differenza. Il cambio culturale è radicale e profondo; riguarda la messa in discussione dei pilastri che sostenevano la costruzione di una cultura nella quale si è espresso per secoli il cristianesimo. Alla concezione della vita come progetto si sostituisce l’elogio dell’esperienza momentanea, l’esaltazione della pluralità senza coerenza; al primato dello spirito sulla carne succede il culto della vita che si esprime qui e adesso, senza progettualità e senza rinuncia; al fascino dell’eternità il richiamo potente della materialità; al riconoscimento del ruolo della volontà e dello sforzo, la legittimazione del valore delle emozioni istantanee e della dimensione del piacere. Alla società concepita gerarchicamente succede la società delle libertà materialmente intese e lasciate all’autonomia personale (che ognuno faccia ciò che crede), la democraticità retta dal solo consenso. Nella società aperta alle libertà la coerenza di vita e la progettualità coerente possono anche apparire di ostacolo: ciò che affascina è la possibilità e il suo invito a sperimentare ancora e sempre, a provare ogni cosa. L’innovazione dell’attuale adolescenza è ancor più audace e non riguarda solo qualche specifico ambito comportamentale, ma implica le condizioni proprie dell’esperienza perché si riferisce al modo stesso di concepire e vivere il tempo e lo spazio, fino a fare dell’adolescenza territori che si è sempre meno capaci di riconoscere, mondi impenetrabili e paralleli, dai quali non solo gli adulti ma anche le generazioni appena più avanti in età si sentono escluse.

Il tempo tende a perdere durata, memoria e attesa progettuale per concentrarsi in un presente indefinito, nell’adesso istantaneo. Poiché l’attimo non può che essere fuggente, l’unico modo per afferrarlo e sperimentarlo è l’intensità emozionale del momento, la sua eccitazione, pena la noia mortale che è, infatti, l’impossibilità di vivere il tempo. Il bisogno di un impulso costante come prova della consistenza dell’esperienza provata è bene sintetizzato dal verbo «divertirsi», che i ragazzi usano costantemente per indicare non tanto lo «svago» ma la qualità emozionale di quanto fanno (così, anche un ritiro o un momento di preghiera riusciti bene, sono descritti come fatti «divertenti»).
Medesimo destino di radicale trasformazione è riservato per lo spazio, che tende a trasformarsi in «spazio senza luogo». Slarghi, piazzali, centri commerciali, cortili e sagrati, perdono la loro connotazione di luoghi per diventare un continuo sempre identico. Gli spazi non sono più luoghi fissi, con una loro specifica e implicita identità, ma diventano movimento incontenibile, senza orario e senza meta, dove ad essere fisso è solo il girovagare. Il nomadismo quotidiano (naturalmente nel tempo libero dagli impegni e quando si è inseriti nella compagnia dei pari) sembra dire l’impossibilità a stare in un posto solo, ad aderire ad un’unica esperienza, come se quanto è cercato fosse ancora sempre oltre.

Generazione del nulla? No, un viaggio appassionante

Un tempo, dunque, vuoto di progetti, destinato inevitabilmente alla noia e al suo disagio? La lettura degli adulti, soprattutto degli esperti psichiatri e terapeuti (cf la visione pessimistica di L’ospite inquietante di U. Galimberti), si abbandona ai toni cupi del disagio, della tristezza e del nichilismo dei giovani.
È possibile, però, anche un altro sguardo. Il tempo eccitato e il movimento ipercinetico degli adolescenti non sono privi di senso: hanno una meta. Descrivono un viaggio, pressante e irrequieto ma sempre appassionante, verso un porto fantastico e appagante, sognato fin dall’infanzia e ora tappa stringente, terra promessa da abitare ad ogni costo: la giovinezza del corpo.
È il viaggio appassionante di sempre, che ogni generazione ha percorso e festeggiato, ma che ora avviene in un mondo tutto cambiato che non sa più celebrare collettivamente l’entrata nella condizione adulta o se ne appropria indebitamente, eliminando le età. La giovinezza, invece, è una festa eccitante che va celebrata come la bell’età, tripudio del corpo ma anche splendore dell’intelligenza, esuberanza di energie e risorse per sé e per la collettività, per l’oggi e per il domani. L’utopia del sogno adolescente, in una società individualista e materialista, dove i consumi (soprattutto emozionali) valgono più dei legami, si stempera nelle sue determinazioni più immediate e concrete: l’obiettivo diventa vivere liberi, indipendenti, felici.[1]
L’utopia si slega da ogni vincolo di speranza: la società non chiama, non aspetta, non assegna un compito (la vocazione). La bell’età è intesa, quindi, in senso molto concreto e materiale: diventa un’urgenza a portata di mano, da realizzare subito, non importa come. In assenza di idealità e anche di ideologie, la libertà diventa «fare quello che si vuole», l’indipendenza è cercata nella liberazione dal fastidio di dover rendere conto a qualcuno, la felicità viene a coincidere con la soddisfazione immediata, la gratificazione istantanea. La somma degli ingredienti dà ancora una volta «divertimento», l’eccitazione di emozioni che mutano di continuo senza mai potersi fissare, tutte sempre affascinati e «giuste» ma altrove, come irraggiungibili.

Liberi

Il disagio e la contraddizione degli adulti che amano i figli ma non li aiutano a crescere produce però un primo paradosso nella loro incapacità di iniziarli alla condizione adulta. Il progetto individuale dell’autorealizzazione senza legami è perseguibile solo in senso collettivo, nel gruppo dei pari. Ci si «diverte» solo in gruppo. E quanto più è spinto l’individualismo collettivo, tanto più è radicale l’appartenenza alla compagnia dei pari, fino alla dipendenza. Territorio sicuro è solo quello in mezzo agli amici, dal momento che ogni possibile autorealizzazione non può prescindere da un necessario e preliminare riconoscimento da parte degli altri. Non stupisce così l’enorme rilievo dato all’amicizia di gruppo, alle esperienze di vita tra pari, ma anche all’amore, al partner, che nonostante tutto continua ad essere atteso come unico e fedele. Il diritto alla giovinezza incipiente da farsi riconoscere come possibilità di vivere liberi, indipendenti e felici contiene così anche il dovere di comportarsi in un modo conforme, adeguato e, soprattutto, all’altezza delle aspettative. Un obbligo preciso da adempiere in prima persona, pena il proprio fallimento. L’individualismo svela così il segreto della sua forza: la competizione e il controllo. La ricerca dell’eccitazione continua e la qualità emozionale del vissuto è la strategia singolare messa in opera per non ritrarsi dalle diverse offerte del giorno (e, quando possibile, della notte) e gustarle tutte d’un fiato, per animare l’immagine eccitante della giovinezza.
La libertà come autodeterminazione ha il fascino del mito, l’unico forse rimasto. È anche il primo diritto che si vuole vedere riconosciuto, una prerogativa che, nella famiglia permissiva e disorientata di oggi, non c’è bisogno di conquistare né di acquisire con gradualità e mediante conflitti. Piuttosto è sentita come un dovere inesorabile e vincolante che impone di diventare conformi, adeguati e all’altezza delle attese, che obbliga cioè a «divertirsi» «come si deve», come «fanno tutti». Chi si ritira, chi non è in grado di muoversi nell’enorme supermarket delle opportunità (fantasticate), chi non sa godere di tutte le occasioni, si autocondanna al disonore e, in definitiva, all’infelicità. Il dolore descritto si presenta per lo più nella forma dell’«apatia», del non riuscire, cioè, ad essere «divertiti» e «soddisfatti» nei modi «prescritti» e a mantenere la passione di partecipare alla tavola imbandita della giovinezza. Conformemente alle premesse individualistiche, la delusione e il fallimento non portano però alla messa in discussione del paradosso del dovere della libertà (il dovere di «divertirsi»), alla ricerca di alternative, alla ribellione alla società del controllo, ma, quasi esclusivamente, al senso di inadeguatezza e alla tristezza. Le cause non sono mai intraviste nel vivere collettivo, nelle contraddizioni sociali, ma solo nell’inefficacia individuale. L’onore della libertà dell’autonomia personale ha il suo risvolto nell’onere della responsabilità individuale.

Indipendenti

La caduta depressiva individualistica, il non sentirsi all’altezza nella competizione tra i pari, tuttavia, ancora una volta è vissuta collettivamente, non più però nel gruppo democratico e pacifico dei coetanei. Finché non passa attraverso l’amara esperienza della delusione, fino a quando non sperimenta, a più riprese, l’insopportabile morsa dell’«apatia», la compagnia dei pari è un gruppo pacifico, che non cerca il conflitto anzi lo fugge, che si diverte «a fare niente», ad andare in giro senza altro scopo che gustare l’ebbrezza dell’amicizia, del sentirsi, cioè, unici non più solo agli occhi dei genitori ma anche della nuova famiglia degli amici. Accumulando le delusioni, invece, lo scenario s’inverte. In un primo stadio la compagnia si coalizza: si è disposti a perdere la propria identità, per confondersi nel gruppo e trovarvi così la propria individuale conferma.
Si riduce di numero ma cresce l’intensità dei pochi legami che rimangono, insieme alla consapevolezza di essere così necessari da dipendervi totalmente; diventano legami simbiotici, fuori dei quali non pare possibile la sopravvivenza e la felicità. L’individualismo condanna il sogno adolescente (che è di sua natura cosmopolita, in quanto curiosità di vedere quanto è vasto il mondo per potervi trovare il proprio posto unico e originale) al suo limite: rimane solo il gruppo dei pari. Nessuno che chiami, nessuno che ascolti. I legami diventano simbiotici e parimenti fragili e insicuri. Non rimane che la rivendicazione dell’autonomia come differenza generazionale, il negarsi come generazione, il divenire invisibili, ostentando un totale disinteresse a partecipare. Non vedendo altri mondi diversi dal proprio, non potendo contare su racconti di altre esperienze, l’ansia e l’incertezza rispetto alle poche relazioni significative diventano, però, ben presto un peso insopportabile.

La frustrazione del sogno adolescenziale trasforma così la compagnia di amici in una tribù di bulli; la delusione della speranza riposta in un’amicizia, in un progetto di vita, chiude i ragazzi nella rabbia e nel risentimento; l’amarezza di essere transitati nelle esperienze più varie senza approdare a nulla, li induce all’evasione delle droghe; l’umiliazione di vedersi sconfitti e la confusione di non saper più cosa fare li spinge alla rassegnazione di una vita senza stimoli. Si realizza in questo modo un secondo genere di paradosso: il massimo di cosmopolitismo (musica, chat, nuove tecnologie, mode) si combina con il massimo di etnocentrismo (rigida chiusura generazionale, bullismo e teppismo). I pochi legami rimasti diventano talmente necessari da presentarsi come dipendenza (o anche patologia) rigorosamente organizzata attorno al ruolo del leader (persona che più degli altri, in genere, ha accumulato delusioni e fallimenti).

Felici

Il conflitto intergenerazionale non si riproduce più secondo le forme classiche dello scontro intrafamiliare e dell’innovazione sociale, ma nella nuova e sovrumana difficoltà dei processi di individuazione e differenziazione, all’interno di «mondi paralleli». Nell’insostenibile leggerezza della società della relazione pura, dei legami senza certezza, il primato emozionale del tempo senza durata e dello spazio senza luogo induce un’altra mutazione generazionale che non riguarda solo i parametri con cui si costruisce la propria presenza nel mondo (la percezione del tempo e dello spazio) ma anche la percezione di se stessi.

La pedagogia tradizionale aveva insistito sul valore della riflessione come capacità di cogliere, nella complessità e nella molteplicità dell’esperienza, ciò che dà coesione e significato alla frammentazione della quotidianità. Nella riflessione la persona si appropria il senso della sua vita, pone se stessa come compito e come obiettivo, a partire dalla peculiare capacità umana di autotrascendenza: la persona è gradualmente capace di non lasciarsi assorbire totalmente dall’impulsività della vita, di conservare un certo distacco (per esempio, nella presa di coscienza, nell’autoironia, nel dialogo che riconosce le ragioni degli altri…). I pensieri e gli avvenimenti non sono colti solo nel loro succedersi ma nelle loro reciproche interazioni. La riflessione è la ricerca della «struttura che connette» come sosteneva Gregory Bateson. Una diffusa pratica educativa (la «Revisione di vita») ha identificato e descritto il percorso attraverso tre verbi: vedere (la comprensione che permette di comprendere una data situazione di vita esaminata nei suoi elementi); giudicare (l’esame attento di quegli elementi e la loro unificazione formale, in una comunicazione di valore); agire (l’atto di volontà che assume la responsabilità e le conseguenze del giudizio espresso e lo concretizza in azioni deliberatamente conseguite). Per gli attuali adolescenti questo schema lineare sembra non più applicabile. Nel loro nuovo modo d’intendere l’interiorità emozionale la riflessione non precede più l’espressione di sé: prima ci si esprime, poi si riflette. La riflessione e il pensiero si sviluppano mentre la persona tenta di dirsi.

Nella società delle relazioni senza impegno, dei legami senza certezza diventa prioritario sapere se si esiste (se si è «qualcosa per qualcuno») e solo dopo è possibile sviluppare riflessione e pensiero. La società della complessità e dell’abbondanza chiede agli individui di scegliere, offre a profusione i suoi prodotti e le sue emozioni sia del consumo che delle eccedenze, ma senza la stima e l’amore degli altri non si sa neppure di esistere.

Il bisogno di una bella notizia…

Di fronte ad un mondo così radicalmente cambiato, nel groviglio dei paradossi e delle domande, il cristianesimo, che si dice nato da una «buona notizia» (Vangelo), che cosa ha da dire? È ancora una bella notizia?
I credenti sanno che ovunque sono disseminati i semi del Regno, che in nessuna situazione mancano gli appigli per il Vangelo.
Nella frequentazione e nel divertimento adolescente è contenuto un grande sogno: presentarsi come persone, essere riconosciuti come unici, scoprire di avere una vocazione e non solo un ruolo da svolgere, un posto nelle società e non solo un’identità familiare. L’irrinunciabile intuizione che la felicità può trovare compimento solo in senso collettivo è il frutto del trionfo dell’individualismo ma, al tempo stesso, anche la sua sconfitta.
I tre paradossi cui ho accennato sopra, indicano altrettanti valori ritenuti essenziali dagli adolescenti, l’espressione della loro innovazione sociale: «essere liberi, indipendenti e felici». Sono ideali che emergono da un groviglio di contraddizioni e di pensanti condizionamenti che attende di essere districato e liberato.

Il Vangelo promette che la libertà si può ritrovare in un incontro, quello con il Signore Gesù; che la liberazione dal controllo dell’adeguamento e dai vincoli è data da una Persona viva e che ciò che rende accettabile l’esistenza è la possibilità di una bella e felice. Non si tratta di utopie ma di esperienze possibili e reali anche all’epoca della gratificazione istantanea. Queste le tematiche degli articoli che seguono.



[1] C. Cristofori, Un mondo a parte: la solidarietà fra gli adolescenti, in F. Crespi e S. Moscovici, Solidarietà in questione, Meltemi, 2001, p. 208-234.