C’è nella giovinezza
una determinazione, quasi un’irruenza della vita, che spinge a superare
ostacoli e resistenze, una sovrabbondanza di vitalità capace delle sfide più
imprevedibili e sempre pronta a rigenerarsi, un’energia istintiva, naturale,
che sembra porsi come una difesa naturale alla continua possibilità di errori e
di cadute. È la forza di vita della giovinezza, la festa del corpo che celebra
il suo trionfo.
L’adolescenza è
anche la primavera rigeneratrice della collettività. In questo arco dell’età
evolutiva si radicano le strutture portanti del vivere collettivo. La giovinezza
è l’età in cui le persone si avventurano nella scoperta dell’amore e fanno
le prime grandi esperienze affettive, in cui scelgono un proprio ruolo
professionale e si preparano ad esercitarlo, in cui maturano una propria visione
del mondo e quindi scelte personali di vita, si orientano religiosamente e
politicamente e quindi acquisiscono una propria identità sociale. Famiglia,
professione, socialità affondano le loro radici nell’adolescenza. La
giovinezza, da sempre, è non solo l’età delle scelte ma anche dell’«eroismo»:
il tempo in cui, con più coraggio e generosità, si è disposti ad investire su
quanto si considera degno. Da sempre le società si sono rinnovate con
l’apporto insostituibile dei giovani. Le esperienze che si compiono, le
conoscenze che s’apprendono da adolescenti (dalle emozioni più immediate che
si vivono nelle canzoni, alle grandi scelte della fede) difficilmente si
dimenticano da adulti.
L’adolescenza è la principale sfida posta alla pastorale e
all’evangelizzazione. È il banco di prova della capacità delle famiglie
cristiane e delle comunità al loro servizio di trasmettere la fede ai figli; è
il metro dell’effettiva centralità ed efficacia della scelta missionaria
delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali. Gli adolescenti indicano, infatti,
il nuovo dell’evoluzione delle società e rappresentano quanto sta fuori del
mondo protetto delle famiglie e delle comunità.
Come il venir meno (anche a livello demografico) del contributo socio-culturale
del mondo giovanile è una vera perdita per la società, così il travagliato
approccio pastorale verso gli adolescenti, l’abbandono massiccio dei ragazzi
dopo la celebrazione del Sacramento che li abilita alla pienezza
dell’espressione della loro fede (la Confermazione) costituiscono un grave
impoverimento della pratica pastorale, un segno evidente di una scelta
missionaria non ancora sufficientemente convinta e praticata.
Il primo servizio da rendere alle giovani generazioni consiste nel percepire e
valorizzare l’azione innovativa che la giovinezza porta naturalmente in sé,
le sue enormi potenzialità, la creatività legata alla giovane età. La scelta
missionaria delle comunità cristiane, dei movimenti e delle associazioni,
diventa evidente nella disponibilità con cui esse accolgono il nuovo incarnato
negli adolescenti.
I titoli della cronaca, gli argomenti dei dibattiti, i motivi d’interesse di
chi si ferma a parlare dei ragazzi di oggi insistono molto sui problemi, sul
disagio, sulle difficoltà. Le preoccupazioni sono il disimpegno,
l’indisciplina, il bullismo, le droghe…
Le lamentale degli operatori pastorali si concentrano volentieri sulla chiusura
e scarsa disponibilità – a loro dire – degli adolescenti ad accettare le
proposte loro offerte. Preadolescenti e adolescenti vivono, oggi, in prima
persona una situazione di profondo cambiamento culturale, nel quale sono immersi
in modo pressoché incosciente.
I ragazzi non sono, però, indifferenti all’accompagnamento educativo e
neppure all’annuncio evangelico. Appaiono, è vero, agli adulti, come se
vivessero immersi in un mondo a parte, come se fossero altrove, distanti anni
luce dall’approccio tradizionale di genitori o educatori. «Non mi interessa!»...
«a che serve?», «non mi piace!»: sono spesso le loro risposte, pronunciate
magari senza aggressività ma con determinazione. Chi ha continuato ad investire
energie, pensiero e creatività con i ragazzi, chi li frequenta con assiduità e
simpatizza con i loro mondi, può raccontare, invece, frutti sorprendenti e
risultati inaspettati.
Per entrare nei nuovi mondi dei giovani d’oggi è necessario fare riferimento
ad una condizione che segna a fondo la società: il contesto economico della
competizione e del profitto, l’ideologia del benessere e le nuove possibilità
tecnologiche della comunicazione (televisione e media). Occorre evitare di
formulare giudizio netti e sconsolati e individuare piuttosto nuovi percorsi e
nuove strategie di evangelizzazione. Agli
educatori e ai genitori è richiesto uno sforzo di comprensione dei pesanti
condizionamenti dell’ambiente culturale e un’organizzazione concreta per
difendere e sostenere la loro missione. Ciò che rende passivi e demotivati è
fondamentalmente il conformismo alle pressioni sociali, in un’età in cui le
possibilità di critica o di autonomia sono ancora in formazione.
Una considerazione veloce delle caratteristiche della nuova adolescenza
(preannunciate precocemente fin dalla preadolescenza) dà modo di cogliere
nell’attuale mutazione generazionale prodotta dalla complessità sociale,
quale forza liberatrice può scaturire dall’incontro delle nuove generazioni
con il Vangelo, quando è accolto e sperimentato come «bella storia!», come
possibilità affascinante di sviluppo e di crescita.
Un
mondo tutto nuovo
La società si presenta
completamente aperta, senza centro e senza direzioni: tutto potrebbe essere
diverso e nulla è prevedibile. La sovrabbondanza delle possibilità condanna le
persone a scegliere senza fine, rende gli individui tendenzialmente indifferenti
ad ogni differenza. Il cambio culturale è radicale e profondo; riguarda la
messa in discussione dei pilastri che sostenevano la costruzione di una cultura
nella quale si è espresso per secoli il cristianesimo. Alla concezione della
vita come progetto si sostituisce l’elogio dell’esperienza momentanea,
l’esaltazione della pluralità senza coerenza; al primato dello spirito sulla
carne succede il culto della vita che si esprime qui e adesso, senza
progettualità e senza rinuncia; al fascino dell’eternità il richiamo potente
della materialità; al riconoscimento del ruolo della volontà e dello sforzo,
la legittimazione del valore delle emozioni istantanee e della dimensione del
piacere. Alla società concepita gerarchicamente succede la società delle
libertà materialmente intese e lasciate all’autonomia personale (che ognuno
faccia ciò che crede), la democraticità retta dal solo consenso. Nella società
aperta alle libertà la coerenza di vita e la progettualità coerente possono
anche apparire di ostacolo: ciò che affascina è la possibilità e il suo
invito a sperimentare ancora e sempre, a provare ogni cosa. L’innovazione
dell’attuale adolescenza è ancor più audace e non riguarda solo qualche
specifico ambito comportamentale, ma implica le condizioni proprie
dell’esperienza perché si riferisce al modo stesso di concepire e vivere il
tempo e lo spazio, fino a fare dell’adolescenza territori che si è sempre
meno capaci di riconoscere, mondi impenetrabili e paralleli, dai quali non solo
gli adulti ma anche le generazioni appena più avanti in età si sentono
escluse.
Il tempo
tende a perdere durata, memoria e attesa progettuale per concentrarsi in un
presente indefinito, nell’adesso istantaneo. Poiché l’attimo non può che
essere fuggente, l’unico modo per afferrarlo e sperimentarlo è l’intensità
emozionale del momento, la sua eccitazione, pena la noia mortale che è,
infatti, l’impossibilità di vivere il tempo. Il bisogno di un impulso
costante come prova della consistenza dell’esperienza provata è bene
sintetizzato dal verbo «divertirsi», che i ragazzi usano costantemente per
indicare non tanto lo «svago» ma la qualità emozionale di quanto fanno (così,
anche un ritiro o un momento di preghiera riusciti bene, sono descritti come
fatti «divertenti»).
Medesimo destino di radicale trasformazione è riservato per lo spazio,
che tende a trasformarsi in «spazio senza luogo». Slarghi, piazzali, centri
commerciali, cortili e sagrati, perdono la loro connotazione di luoghi per
diventare un continuo sempre identico. Gli spazi non sono più luoghi fissi, con
una loro specifica e implicita identità, ma diventano movimento incontenibile,
senza orario e senza meta, dove ad essere fisso è solo il girovagare. Il
nomadismo quotidiano (naturalmente nel tempo libero dagli impegni e quando si è
inseriti nella compagnia dei pari) sembra dire l’impossibilità a stare in un
posto solo, ad aderire ad un’unica esperienza, come se quanto è cercato fosse
ancora sempre oltre.
Generazione
del nulla? No, un viaggio appassionante
Un tempo, dunque, vuoto
di progetti, destinato inevitabilmente alla noia e al suo disagio? La lettura
degli adulti, soprattutto degli esperti psichiatri e terapeuti (cf la visione
pessimistica di L’ospite inquietante
di U. Galimberti), si abbandona ai toni cupi del disagio, della tristezza e del
nichilismo dei giovani.
È possibile, però, anche un altro sguardo.
Il tempo eccitato e il movimento ipercinetico degli adolescenti non sono privi
di senso: hanno una meta. Descrivono un viaggio, pressante e irrequieto ma
sempre appassionante, verso un porto fantastico e appagante, sognato fin
dall’infanzia e ora tappa stringente, terra promessa da abitare ad ogni costo:
la giovinezza del corpo.
È il viaggio appassionante di sempre, che ogni generazione ha percorso e
festeggiato, ma che ora avviene in un mondo tutto cambiato che non sa più
celebrare collettivamente l’entrata nella condizione adulta o se ne appropria
indebitamente, eliminando le età. La giovinezza, invece, è una festa eccitante
che va celebrata come la bell’età, tripudio del corpo ma anche splendore
dell’intelligenza, esuberanza di energie e risorse per sé e per la
collettività, per l’oggi e per il domani. L’utopia del sogno adolescente,
in una società individualista e materialista, dove i consumi (soprattutto
emozionali) valgono più dei legami, si stempera nelle sue determinazioni più
immediate e concrete: l’obiettivo diventa vivere liberi, indipendenti, felici.[1]
L’utopia si slega da ogni vincolo di speranza: la società non chiama, non
aspetta, non assegna un compito (la vocazione). La bell’età è intesa,
quindi, in senso molto concreto e materiale: diventa un’urgenza a portata di
mano, da realizzare subito, non importa come. In assenza di idealità e anche di
ideologie, la libertà diventa «fare quello che si vuole», l’indipendenza è cercata nella liberazione dal fastidio di dover
rendere conto a qualcuno, la felicità
viene a coincidere con la soddisfazione immediata, la gratificazione istantanea.
La somma degli ingredienti dà ancora una volta «divertimento»,
l’eccitazione di emozioni che mutano di continuo senza mai potersi fissare,
tutte sempre affascinati e «giuste» ma altrove, come irraggiungibili.
Liberi
Il disagio e la
contraddizione degli adulti che amano i figli ma non li aiutano a crescere
produce però un primo paradosso nella loro incapacità di iniziarli alla condizione
adulta. Il progetto individuale dell’autorealizzazione senza legami è
perseguibile solo in senso collettivo, nel gruppo dei pari. Ci si «diverte»
solo in gruppo. E quanto più è spinto l’individualismo collettivo, tanto più
è radicale l’appartenenza alla compagnia dei pari, fino alla dipendenza.
Territorio sicuro è solo quello in mezzo agli amici, dal momento che ogni
possibile autorealizzazione non può prescindere da un necessario e preliminare
riconoscimento da parte degli altri. Non stupisce così l’enorme rilievo dato
all’amicizia di gruppo, alle esperienze di vita tra pari, ma anche
all’amore, al partner, che nonostante tutto continua ad essere atteso come
unico e fedele. Il diritto alla giovinezza incipiente da farsi riconoscere come
possibilità di vivere liberi, indipendenti e felici contiene così anche il
dovere di comportarsi in un modo conforme,
adeguato e, soprattutto, all’altezza
delle aspettative. Un obbligo preciso da adempiere in prima persona, pena il
proprio fallimento. L’individualismo svela così il segreto della sua forza:
la competizione e il controllo. La ricerca dell’eccitazione continua e la
qualità emozionale del vissuto è la strategia singolare messa in opera per non
ritrarsi dalle diverse offerte del giorno (e, quando possibile, della notte) e
gustarle tutte d’un fiato, per animare l’immagine eccitante della
giovinezza.
La libertà come autodeterminazione ha il fascino del mito, l’unico forse
rimasto. È anche il primo diritto che si vuole vedere riconosciuto, una
prerogativa che, nella famiglia permissiva e disorientata di oggi, non c’è
bisogno di conquistare né di acquisire con gradualità e mediante conflitti.
Piuttosto è sentita come un dovere inesorabile e vincolante che impone di
diventare conformi, adeguati e all’altezza delle attese, che obbliga cioè a
«divertirsi» «come si deve», come «fanno tutti». Chi si ritira, chi non è
in grado di muoversi nell’enorme supermarket delle opportunità
(fantasticate), chi non sa godere di tutte le occasioni, si autocondanna al
disonore e, in definitiva, all’infelicità. Il dolore descritto si presenta
per lo più nella forma dell’«apatia»,
del non riuscire, cioè, ad essere «divertiti» e «soddisfatti» nei modi «prescritti»
e a mantenere la passione di partecipare alla tavola imbandita della giovinezza.
Conformemente alle premesse individualistiche, la delusione e il fallimento non
portano però alla messa in discussione del paradosso del dovere della libertà
(il dovere di «divertirsi»), alla ricerca di alternative, alla ribellione alla
società del controllo, ma, quasi esclusivamente, al senso di inadeguatezza e
alla tristezza. Le cause non sono mai intraviste nel vivere collettivo, nelle
contraddizioni sociali, ma solo nell’inefficacia individuale. L’onore della
libertà dell’autonomia personale ha il suo risvolto nell’onere della
responsabilità individuale.
Indipendenti
La caduta depressiva
individualistica, il non sentirsi all’altezza nella competizione tra i pari,
tuttavia, ancora una volta è vissuta collettivamente, non più però nel gruppo
democratico e pacifico dei coetanei. Finché non passa attraverso l’amara
esperienza della delusione, fino a quando non sperimenta, a più riprese,
l’insopportabile morsa dell’«apatia», la compagnia dei pari è un gruppo
pacifico, che non cerca il conflitto anzi lo fugge, che si diverte «a fare
niente», ad andare in giro senza altro scopo che gustare l’ebbrezza
dell’amicizia, del sentirsi, cioè, unici non più solo agli occhi dei
genitori ma anche della nuova famiglia degli amici. Accumulando le delusioni,
invece, lo scenario s’inverte. In un primo stadio la compagnia si coalizza: si
è disposti a perdere la propria identità, per confondersi nel gruppo e
trovarvi così la propria individuale conferma.
Si riduce di numero ma cresce l’intensità dei pochi legami che rimangono,
insieme alla consapevolezza di essere così necessari da dipendervi totalmente;
diventano legami simbiotici, fuori dei quali non pare possibile la sopravvivenza
e la felicità. L’individualismo condanna il sogno adolescente (che è di sua
natura cosmopolita, in quanto curiosità di vedere quanto è vasto il mondo per
potervi trovare il proprio posto unico e originale) al suo limite: rimane solo
il gruppo dei pari. Nessuno che chiami, nessuno che ascolti. I legami diventano
simbiotici e parimenti fragili e insicuri. Non rimane che la rivendicazione
dell’autonomia come differenza generazionale, il negarsi come generazione, il
divenire invisibili, ostentando un totale disinteresse a partecipare. Non
vedendo altri mondi diversi dal proprio, non potendo contare su racconti di
altre esperienze, l’ansia e l’incertezza rispetto alle poche relazioni
significative diventano, però, ben presto un peso insopportabile.
La frustrazione del
sogno adolescenziale trasforma così la compagnia di amici in una tribù di
bulli; la delusione della speranza riposta in un’amicizia, in un progetto di
vita, chiude i ragazzi nella rabbia e nel risentimento; l’amarezza di essere
transitati nelle esperienze più varie senza approdare a nulla, li induce
all’evasione delle droghe; l’umiliazione di vedersi sconfitti e la
confusione di non saper più cosa fare li spinge alla rassegnazione di una vita
senza stimoli. Si realizza in questo modo un secondo
genere di paradosso: il massimo di cosmopolitismo (musica, chat, nuove
tecnologie, mode) si combina con il massimo di etnocentrismo (rigida chiusura
generazionale, bullismo e teppismo). I pochi legami rimasti diventano talmente
necessari da presentarsi come dipendenza (o anche patologia) rigorosamente
organizzata attorno al ruolo del leader (persona che più degli altri, in
genere, ha accumulato delusioni e fallimenti).
Felici
Il conflitto
intergenerazionale non si riproduce più secondo le forme classiche dello
scontro intrafamiliare e dell’innovazione sociale, ma nella nuova e sovrumana
difficoltà dei processi di individuazione e differenziazione, all’interno di
«mondi paralleli». Nell’insostenibile leggerezza della società della
relazione pura, dei legami senza certezza, il primato emozionale del tempo senza
durata e dello spazio senza luogo induce un’altra mutazione generazionale che
non riguarda solo i parametri con cui si costruisce la propria presenza nel
mondo (la percezione del tempo e dello spazio) ma anche la percezione di se
stessi.
La pedagogia
tradizionale aveva insistito sul valore della riflessione come capacità di
cogliere, nella complessità e nella molteplicità dell’esperienza, ciò che dà
coesione e significato alla frammentazione della quotidianità. Nella
riflessione la persona si appropria il senso della sua vita, pone se stessa come
compito e come obiettivo, a partire dalla peculiare capacità umana di
autotrascendenza: la persona è gradualmente capace di non lasciarsi assorbire
totalmente dall’impulsività della vita, di conservare un certo distacco (per
esempio, nella presa di coscienza, nell’autoironia, nel dialogo che riconosce
le ragioni degli altri…). I pensieri e gli avvenimenti non sono colti solo nel
loro succedersi ma nelle loro reciproche interazioni. La riflessione è la
ricerca della «struttura che connette» come sosteneva Gregory Bateson. Una
diffusa pratica educativa (la «Revisione di vita») ha identificato e descritto
il percorso attraverso tre verbi: vedere (la comprensione che permette di
comprendere una data situazione di vita esaminata nei suoi elementi); giudicare
(l’esame attento di quegli elementi e la loro unificazione formale, in una
comunicazione di valore); agire (l’atto di volontà che assume la
responsabilità e le conseguenze del giudizio espresso e lo concretizza in
azioni deliberatamente conseguite). Per gli attuali adolescenti questo schema
lineare sembra non più applicabile. Nel loro nuovo modo d’intendere
l’interiorità emozionale la riflessione non precede più l’espressione di sé:
prima ci si esprime, poi si riflette. La riflessione e il pensiero si sviluppano
mentre la persona tenta di dirsi.
Nella società delle
relazioni senza impegno, dei legami senza certezza diventa prioritario sapere se
si esiste (se si è «qualcosa per qualcuno») e solo dopo è possibile
sviluppare riflessione e pensiero. La società della complessità e
dell’abbondanza chiede agli individui di scegliere, offre a profusione i suoi
prodotti e le sue emozioni sia del consumo che delle eccedenze, ma senza la
stima e l’amore degli altri non si sa neppure di esistere.
Il
bisogno di una bella notizia…
Di fronte ad un mondo
così radicalmente cambiato, nel groviglio dei paradossi e delle domande, il
cristianesimo, che si dice nato da una «buona notizia» (Vangelo), che cosa ha
da dire? È ancora una bella notizia?
I credenti sanno che
ovunque sono disseminati i semi del Regno, che in nessuna situazione mancano gli
appigli per il Vangelo.
Nella frequentazione e
nel divertimento adolescente è contenuto un grande sogno: presentarsi come
persone, essere riconosciuti come unici, scoprire di avere una vocazione e non
solo un ruolo da svolgere, un posto nelle società e non solo un’identità
familiare. L’irrinunciabile intuizione che la felicità può trovare
compimento solo in senso collettivo è il frutto del trionfo
dell’individualismo ma, al tempo stesso, anche la sua sconfitta.
I tre paradossi cui ho
accennato sopra, indicano altrettanti valori ritenuti essenziali dagli
adolescenti, l’espressione della loro innovazione sociale: «essere liberi,
indipendenti e felici». Sono ideali che emergono da un groviglio di
contraddizioni e di pensanti condizionamenti che attende di essere districato e
liberato.
[1]
C. Cristofori, Un mondo a parte: la
solidarietà fra gli adolescenti, in F. Crespi e S. Moscovici, Solidarietà in questione, Meltemi, 2001, p. 208-234.