«Nel
frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata
il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli
spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano. Nessuno se n’era
accorto all’inizio, anzi la loro silenziosa presenza sembrava piacevole e
confortante,
Nel corso della nostra
esistenza entriamo in contatto con molteplici alterità, con differenziate
diversità. L’interculturalità è una dimensione che l’essere umano trova
prima di tutto in se stesso. Si pensi alle età della vita e ai rispettivi cicli
biologici che si attraversano lungo questo nostro incedere creaturale: infanzia,
giovinezza, età adulta e vecchiaia. Se queste età ci chiamano, a ogni
passaggio intra-relazionale, a un rapporto comunque nuovo e inedito con noi
stessi, il nostro essere inter-relazionali trova la sua proiezione in tutte le
vite e nei volti che incrociamo, anche per fugaci istanti; in ogni luogo presso
il quale transitiamo o che visitiamo. Noi siamo sempre in relazione, noi siamo
in ogni istante relazionati ad Altro: ci è chiesto di guardare il mondo e al
mondo con lo sguardo dell’Altro. Questo canale relazionale per potersi
definire e contraddistinguere come una buona pratica interculturale dovrebbe
essere biunivoco, ovvero avere un’andata e un ritorno per me e per l’alterità
fuori di me. Tra le tante dimensioni che l’interculturalità contempla
vogliamo però metterne in risalto una ineliminabile e che molto spesso sfugge a
ogni consapevolezza: il rapporto che intratteniamo con gli oggetti e gli
strumenti di uso quotidiano.
In questa epoca che possiamo denominare, senza
alcun indugio o timore di essere travisati, di capitalismo monopolistico – cioè
di accumulazione del capitale in mano di pochi, quasi sempre grandi imprese
multinazionali – è sempre più incontenibile e incalcolabile la
proliferazione di oggetti, di strumenti, di cose. «La
tecnica è per eccellenza innovazione e perciò novità. Il consumare e il
distruggere diventano allora, la conditio sine qua non del produrre».[1]
Nell’era delle comunicazioni istantanee tramite il world wide web o cellulare,
dei trasporti e dei viaggi ad alta velocità, del «tutto e subito» soggiacente
alle pratiche del consumo superfluo, dei pasti senza sosta ai centri
commerciali, dell’usa e getta con cui tanto gli oggetti materiali quanto i
rapporti umani vengono relegati a ingombranti scarti per altrettante invadenti
dis-cariche, della sempre più incombente minaccia nucleare che attanaglia le
Nazioni, è doveroso uno sguardo critico nei confronti di questi oggetti che
ogni giorno contornano il nostro vivere.
Gli oggetti educano tramite con-formazioni
abitudinarie – ma non consapevoli –, che si insinuano nel corpo, nel
linguaggio, nel comportamento e nel pensiero dei bambini, delle donne e degli
uomini della società contemporanea.
È nostra convinzione che questa società della
tecnica globalizzata sia molto distante da tutto ciò che si può intendere come
interculturale, perché non fa altro che produrre e riprodurre un modello unico
e uniformante. Mentre tutto scorre ad altissima velocità, troppi passeggeri
stanno perdendo la locomotiva del cosiddetto sviluppo, inteso nell’accezione
data da Pier Paolo Pasolini, ovvero come potere che produce beni superflui.[2]
Responsabilità di una pedagogia interculturale
divengono allora anche quelle di indagare i limiti pedagogici della crescita
industriale e di scandagliare, antropologicamente, le origini degli odierni
stili di vita per scorgerne le tracce passate e storiche al fine, magari, di
scoprire che non sempre è stato così e che forse, nell’ottica di una
pedagogia che educhi a r-esistere e di una educazione come relazione conviviale
con l’alterità, può anche non essere necessariamente così.
Esseri
di bisogno
Il primo passo, per non demonizzare la realtà e
non semplificare gli oggetti che ne fanno parte, è quello di riconoscere il
nostro essere ontologicamente bisognosi. La vita, in quanto bisognosa, per
potersi mantenere e per soddisfare la propria dipendenza deve rivolgersi
ineluttabilmente all’esterno, quindi l’acquisizione di materia è
essenzialmente apertura e incontro con la realtà esterna. In tale esperienza di
apertura della vita nei confronti del mondo si ri-produce un costante incontro:
«l’aver-mondo, dunque la trascendenza della vita, in cui questa va
necessariamente oltre se stessa e amplia il suo essere in direzione di un
orizzonte, è già dato tendenzialmente con il suo organico esser-bisognosa di
materia».[3] Il nostro essere passa
inevitabilmente dall’aver fame – quindi dal cibo; dalla necessità di
vestirci – dall’abbigliamento; dal voler incontrare e comunicare – dal
telefono e dai mezzi di trasporto.
Il bisogno cerca Altro, ci dispone alla
comunicazione con la realtà materiale fuori di noi, e il tempo creatosi diviene
quello del futuro prossimo ritmato dall’imminenza
e urgenza interiore.
Difficile percepire in tutta la sua ampiezza e ricchezza questa nostra apertura
al bisogno: dopo un pasto abbiamo ingerito molte più delle calorie che ci
necessitano, i vestiti colmano gli armadi, cellulare, internet, treni ad alta
velocità e aerei coprono distanze in un batter d’occhio – almeno così
vogliono farci credere –. Siamo saturi ma continuiamo ad ingerire come «polli
d’allevamento», come già profeticamente ebbe a dire Giorgio Gaber
nell’anno 1978. Abbagliante quanto disarmante e salutare è per il
sottoscritto l’esperienza ogni volta che vivo per qualche tempo in terra
africana: alzarsi da tavola con un leggero senso di fame, non perché non si è
mangiato a sufficienza ma perché i cibi sono meno calorici; il dover portare
con sé pochi vestiti e farseli bastare; il saper attendere con pazienza
africana i tempi dell’incontro con l’altro perché il cellulare non ha
segnale, internet non è a portata di mano e i mezzi di trasporto sono lenti; ma
più di ogni altra cosa perché per l’Altro c’è sempre tempo sia
nell’attesa che nella condivisione.
Se l’uomo è per sua natura bisognoso, il bisogno della società del consumo
è una creazione sociale sconosciuta in epoche passate.
La
creazione sociale del bisogno
La nascita del concetto di sottosviluppo risale
al 10 gennaio 1949, giorno in cui il presidente degli Stati Uniti, Truman, nel
suo «Programma dei quattro punti» definì come regioni sottosviluppate la
maggior parte del mondo. Con la nascita della parola sottosviluppo, come ogni
parola avvolta da variegate connotazioni, nasce anche la concezione secondo la
quale tutti i popoli della terra devono seguire un’unica via, un pensiero
unico e perseguire un unico scopo universale: lo sviluppo. Parola che
recentemente è stata anche camuffata, in modo da nascondere i più impliciti
interessi economici, dietro l’arrogante principio dell’esportazione
della democrazia.
Uno sviluppo che ha perseguito e persegue
unicamente i bisogni di quella parte del mondo già eccessivamente opulenta,
poiché abitata dall’Homo oeconomicus, che
vive consumando merci prodotte altrove da altri, non ha fatto altro che
promuovere una crescente onnimercificazione e una definizione del bisogno come
uno stato di privazione, una deficienza che si può individuare nell’Altro per
mezzo di esperti specializzati. «Ricorrere
ai bisogni per definire la condizione umana è ormai diventato un assioma:
l’essere umano viene così concepito come animale bisognoso. Conseguenza
ultima della metamorfosi delle culture in economia, dei beni in valori, è lo
sradicamento del sé individuale. Sembra quindi naturale definire la persona a
partire da deficienze astratte anziché per la peculiarità del contesto».[4]
Questa percezione dell’essere umano come soggetto bisognoso genera una
alienazione reciproca: chi già ha molto, ha bisogno di avere sempre di più;
invece chi ha troppo poco o niente necessita di assistenza ed è etichettato
come miserabile, poveraccio, straniero, affamato. Il sistema
industriale-assistenzialista dei bisogni media «la nostra responsabilità per l’altro, ma è proprio questo che ci
esime dalla responsabilità verso di lui».[5]
Finché aprendo il rubinetto l’acqua sgorgherà
limpida e senza limitazione alcuna non capiremo che cosa rappresentano, per il
nostro corpo, i bisogni primari di bere e lavarsi; anche in questo caso è forse
solo provando a sperimentare la pochezza dell’oro blu che comprenderemmo
quanto la mia responsabilità per l’Altro e il suo diritto all’acqua passa
anche da una mia limitazione e da un uso razionale di questo prezioso liquido.
Quanta sapienza ritrovo nelle donne keniane nel vedere i loro gesti rapidi ed
essenziali nel lavare indumenti e piatti con il minimo di acqua indispensabile,
affinché rimanga sempre un po’ di acqua per coloro che ne avranno bisogno
successivamente.
Questa avida imposizione dei nostri bisogni all’Altro sta trasformando le
culture in economia, e tale economicismo imperante anestetizza a livello
socio-relazionale proprio coloro che sembrano apparentemente godere di tutte le
possibilità. Un degrado che però sta coinvolgendo anche le culture
tradizionali, l’ambiente di uso comune e rende insostenibili e impraticabili
certi modi di procurarsi da vivere. Degrado che – concordiamo con Ivan Illich
– è possibile definire con il termine disvalore,
infatti il prefisso dis indica sempre
un’anomalia.
La diffusione globale dello stile di vita moderno ha inserito il soddisfacimento
dei bisogni all’interno dell’economia monetaria, quindi nella possibilità
di avere sempre più denaro, ma «non solo
la promessa dell’uguaglianza umana, ma anche quella di un’uguale probabilità
di sopravvivenza suona oggi vuota. Su scala mondiale è ovvio che la crescita ha
concentrato i benefici economici, svalorizzando simultaneamente persone e
luoghi, in modo tale che la sopravvivenza è divenuta impossibile al di fuori
dell’economia monetaria. Più persone sono oggi miserabili e impotenti che mai
in passato. Inoltre, i privilegi accessibili solo grazie a un reddito elevato
consistono sempre più nella possibilità di fuga dal disvalore che tocca le
vite di tutti».[6]
La svalorizzazione di persone e luoghi ha messo in moto «quantità
enormi e sempre più crescenti di esseri umani, privati dei loro modi e mezzi,
finora sufficienti, di sopravvivenza nel senso sia biologico, sia
socio-culturale della parola».[7]
La classificazione degli individui avviene in base agli oggetti che possono
acquistare, consumare e scartare.
Si potrebbe rileggere il fenomeno della
globalizzazione proprio come un processo economico-politico e sociale che genera
scarti e rifiuti. Il concetto e la realtà del rifiuto non fanno parte del corso
naturale della storia umana, bensì hanno fatto la loro comparsa soltanto nel
1830. Il capitalismo necessità di formazioni sociali non-capitalistiche come
cornice per il proprio sostentamento poiché l’accumulazione di capitale
cresce divorando queste ultime formazioni sociali: non si può parlare di Povertà
senza parlare di Opulenza, infatti ogni opzione in più di scelta per
l’Occidente è una Povertà in più per i Paesi Impoveriti. La Povertà nel
mondo riguarda una persona su tre, e le migliaia di baraccopoli che stanno
proliferando in tutte le megalopoli del Pianeta non sono altro che il luogo dove
segregare, rinchiudere e nascondere esseri umani impossibilitati del diritto
alla propria sopravvivenza: un luogo dove sta gente in esubero, un immondezzaio
dove buttare il passivo più irritante e costoso della società dei consumatori,
ovvero i consumatori difettosi. La gente degli slums è costretta ad assumere
una topologia mentale di autodegrado, autosvalutazione, autorifiuto.
I bisogni indotti della società dell’economia monetaria sono dei capricci
da soddisfare sempre e subito, costi quel che costi, ma essendo bisogni
edonistici e puramente di consumo superfluo creano comunque disvalore nelle
relazioni umani e sociali: non c’è mai tempo per l’altro, i valori sono
valori solo nella misura in cui sono idonei a un consumo istantaneo e ogni
esperienza è momentanea – lavoro precario, relazioni transitorie. Siamo
clienti e merci intercambiabili a seconda dell’uso/consumo e quindi sempre
sospesi nell’incertezza del divenire vittime
collaterali.
«Il ritmo
vertiginoso del cambiamento valorizza tutto ciò che potrebbe essere
desiderabile e desiderato oggi, contrassegnandolo fin dall’inizio come lo
scarto di domani, mentre il timore di essere scartati che trasuda
dall’esperienza del ritmo vorticoso del cambiamento induce
i desideri a essere più avidi, e il cambiamento stesso a essere più
rapidamente desiderato».[8]
Consumo che in quanto nuova idolatria sopprime fortemente anche la spiritualità
intrinseca del nostro vivere.
La
mercificazione della vita
Una
relazione conviviale con gli oggetti
In quanto uomini abbiamo bisogni di strumenti e
di oggetti. Ma la logica che soggiace all’uso consumistico delle cose e al
monopolio radicale del consumo obbligatorio ha trasformato gli oggetti in
padroni e carnefici dell’uomo: il telefono in sé non è il male, anzi, ma è
l’uso e l’abuso che sono indotto a fare del telefonino che può essere male.
«Una società che definisce il bene comune come il soddisfacimento
massimo del maggior numero di individui mediante il maggior consumo di prodotti
e servizi industriali, logicamente arriva a imporre il consumo e mutila in modo
intollerabile l’autonomia della persona».[11]
È essenziale tornare a marcare le soglie –
concetto così caro alla pedagogia – della sopravvivenza, dell’equità e
della autonomia creatrice perché si ritrovi una relazione conviviale con gli
oggetti: «nella misura in cui io padroneggio lo strumento, conferisco al mondo un
mio significato; nella misura in cui lo strumento mi domina, è la sua struttura
che mi plasma e informa la rappresentazione che io ho di me stesso».[12]
Utile al fine di un buon utilizzo degli oggetti può risultare la distinzione tra
oggetto maneggiabile e oggetto
manipolabile: mentre il primo conduce l’energia metabolica che ognuno di
noi possiede – è il caso della bicicletta –, il secondo può servire a
potenziare l’energia umana – come ad esempio l’automobile. Gli impoveriti
sono ancora più Impoveriti perché privati addirittura della loro energia
metabolica – non mangiando adeguatamente non riesco nemmeno a usare
l’aratro. Quando l’oggetto manipolabile supera le soglie suddette, rischia
di cambiare sembianze e diventare distruttivo. Una società interculturale e
conviviale non deve bandire telefoni, televisori, internet, automobili, ma deve
sapere trovare un equilibrio multidimensionale «fra
gli strumenti che producono una domanda per creare e soddisfare la quale sono
stati concepiti, e gli strumenti che invece stimolano l’invenzione e
l’adempimento personali».[13]
Pedagogicamente dobbiamo saper lavorare, senza
mai sostituirci all’Altro, per educare a un uso sostenibile, se non a volte, a
una limitazione volontaria del consumo e dell’utilizzo degli oggetti e degli
strumenti per liberarci dall’asservimento dei prodotti ed essere persone e non
consumatori-utenti. Ma responsabilità pedagogica non declinabile è anche
incominciare già un tempo che non è ancora, e provare a mettere in questione
la struttura di base del capitalismo monopolistico.
Il senso è nell’Altro che viaggia in questo mondo accanto a me, non in chi conduce a tutta velocità la locomotiva dello sviluppo «perché non c’è una fine, non c’è un termine. Il Desiderio dell’assolutamente Altro non verrà a spegnersi, come il bisogno, nella felicità».[14]
[1]
Salvatore Natoli, Stare al mondo.
Escursioni nel tempo presente, Feltrinelli, Milano 2002, p. 67.
[2]
Per approfondimenti: Pier Paolo Pasolini, Scritti
corsari, Garzanti Editore, Milano 2004.
[3]
Hans Jonas, Dio è un matematico? Sul
senso del metabolismo, Il Melangolo, Genova 1995, p. 47.
[4]
Ivan Illich, Nello specchio del
passato, Boroli Editore, Milano 2005, p. 43.
[5]
Ibid.
[6]
Ivi, p. 81-82.
[7]
Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Editori Laterza, Bari 2005, p. 10.
[8]
Ivi, p. 135.
[9]
Zygmunt Bauman, Vita liquida,
Editori Laterza, Bari 2006, p. 99.
[10]
Ivi,
p. 129.
[11]
Ivan Illich, La convivialità, Borli Editore, Milano 2005, p.31.
[12]
Ivi, p. 43.
[13]
Ivi,
p. 47.
[14]
Emmanuel Lévinas, L’umanesimo
dell’altro uomo, Il Melangolo, Genova 1998, p. 39.