Cesare Bissoli
«Certamente alla Chiesa postconciliare il problema dei giovani,
per quanto riguarda la fede, si è posto in maniera drammatica, costituendo
probabilmente il problema più grave della
Chiesa oggi: le associazioni e i movimenti ne sono stati una risposta.
Con essi infatti la Chiesa è venuta incontro alle nuove sensibilità
giovanili, anche se il numero dei giovani che ha potuto essere raggiunto
è stato modesto rispetto alle immense masse
giovanili del nostro tempo» (Editoriale, La Civiltà
Cattolica, 5 ottobre 1985, n. 3247, pp. 8-9).
Questa voce autorevole, fra le tante, ci sembra che esprima emblematicamente
l'attuale difficile, complesso eppur non disperato rapporto tra Chiesa
e giovani, valido indubbiamente anche per la Chiesa italiana:
- masse giovanili fuori di un reale contatto con la comunità
ecclesiale;
- consapevolezza angosciata di ciò ed insieme sforzo rinnovato
di intervento della Chiesa;
- intervento soprattutto attraverso associazioni e movimenti;
- che tocca però un numero assai modesto, anche se con notevole
modernità e capacità di incidenza;
- sicché il problema dei giovani, per quanto riguarda la fede,
assume rilevanza drammatica, «costituendo probabilmente il problema
più grave della Chiesa oggi». Un campo aperto dunque come
una sfida.
LE ESIGENZE DI UNA BUONA LETTURA
Una sfida che per essere seriamente assunta domanda documentazione,
ricognizione critica dell'esistente, di ciò che effettivamente sta
capitando, con l'intento di correggere o superare stereotipi valutativi
(di bene o male, di possibile o impossibile, di giusto o sbagliato) che
tendono ad affermarsi proprio in rapporto a problemi come il nostro, per
cui una personale esperienza o l'esperienza di un determinato luogo, tempo,
strategia, tende a diventare giudizio perentorio.
In realtà può capitare di restare sorpresi, e non solo
negativamente, di fronte al nuovo che sta apparendo.
E' quanto si tenterà qui di fare per la situazione italiana.
Ma prima conviene precisare l'ottica di lettura che intendiamo seguire
e che proponiamo a quanti vorrebbero fare la stessa analisi nel loro ambiente.
- Chiaramente il nostro tema sposta l'attenzione da ciò che
i giovani pensano e dal modo in cui si atteggiano verso la fede di Chiesa,
cosa del resto notevolmente esplorata con ricerche serie
(1), a ciò che la chiesa italiana pensa e fa per i
giovani, intorno a cui invece non esistono studi sistematici generali,
ma una miriade di testimonianze e di indagini parziali, come avremo occasione
di vedere (2).
- E' un'indagine, la nostra, che in termini sintetici e rigorosi è
interessata ai «processi di trasmissione della fede» al mondo
giovanile (qui inteso come adolescenza avanzata-prima giovinezza), e non
quindi per sé ad ogni tipo di proposta ed iniziativa della comunità
ecclesiale genericamente promozionale, se questa fosse avulsa da una intenzionalità
evangelizzante. Aggiungiamo subito che, ben oltre l'accumulo materiale
dei dati, interessa la comprensione critica di essi, ossia la qualità
dell'intervento di Chiesa che si può sintetizzare così: «Quale
risposta per quale domanda? Come si rapportano proposta ecclesiale e domanda
giovanile?».
- Ciò porta l'analisi a prestare attenzione a tre fattori (che
valgono come criteri finali di valutazione).
La contestualità: se e come la Chiesa tiene conto della «situazione» dei giovani cui si rivolge, avendo quindi presente la condizione globale dei loro bisogni, l'area della loro vita reale per tanti esposta all'emarginazione, l'imponente massa di messaggi da cui sono toccati. Ciò permette di rilevare se la proposta è pertinente od estranea vitalmente, aperta al confronto, o piuttosto chiusa e sicura di sé...
La storicità e dinamicità della proposta vista nel periodo del dopo concilio fino a metà degli anni '80, per appurare il grado di tempestività, e prima ancora il livello di capacità di adattamento delle comunità ecclesiali al cambio storico-culturale nell'area della politica, dell'economia, del costume, delle novità emergenti come l'informatica, ... elementi tutti - come sappiamo - che hanno inciso e continuamente incidono sull'anima giovanile, più di ogni altra cosa.
L'organicità della proposta, ossia come la Chiesa ha concepito il proprio intervento in questi anni; se in termini magari intensi, ma frammentari, secondo quindi quale programmazione, con quale continuità... Sarà la via per vedere quale reazione (di paura, di coraggio, di routine, di partecipazione...) questa Chiesa (concretamente chi ha compito pastorale) intrattiene effettivamente con la fascia giovanile, pervenendo a quel nodo riconosciuto oggi come centrale: il nodo della comunicazione, del sapersi intendere, del farsi capire.
UN DOSSIER
SINTOMATICO
Articoliamo così il nostro cammino di esplorazione.
Come abbiamo già accennato, una consistente novità del
nostro tema sta nel fatto che più che altro esistano le fonti dell'esperienza
viva, parzialmente codificata in sede locale, rimbalzata talvolta a livello
nazionale in quotidiani, settimanali, riviste e in qualche libro
(3). Facendo tesoro di ciò e tramite altre fonti di
informazione del tutto inedite personalmente attivate (4),
non potremo delineare che un quadro diagnostico di valore sintomatico,
esemplificativo, ma significativo.
Fra le tante possibili catalogazioni di quanto la Chiesa opera effettivamente
per i giovani, quella che proponiamo, oltre ad essere suffragata da dati
di fatto, aiuta a capire come dal versante dell'istituzione ecclesiale
viene concretamente accolto ed interpretato il problema giovanile, ed avviato
a sbocchi risolutivi. Distinguiamo perciò l'intervento a livello
di
messaggio, di progetto, di prassi-operativa.
A ciò farà seguito una valutazione articolata per mettere
in risalto, assieme a quello che viene fatto, i problemi e le esigenze
emergenti per un ripensamento più o meno profondo del dialogo Chiesa-giovani.
Questo non potrà essere altro che un dossier, ci auguriamo, oggettivo,
che dia parola ai fatti per sapere meglio poi rendere fatto la parola,
la proposta pastorale.
IL QUADRO STORICO
In prospettiva diacronica, è innegabile un interesse in
crescendo della Chiesa italiana (e del suo Magistero) verso il mondo giovanile,
cosa del resto comprensibile lungo il drammatico travaglio umano e cristiano
di questi vent'anni. Sulla base del Concilio, che se non tematizza organicamente
un discorso sui giovani, offre elementi basilari per ogni successivo intervento
(5), la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), con la essenziale
mediazione del suo progetto pastorale iniziato negli anni '70, cerca di
elaborare progressivamente l'eredità del Concilio anche verso i
giovani, giungendo a metà degli anni '80 probabilmente al momento
più intenso, cioè più avvertito, più sofferto
ed anche più lucidamente impegnato nei loro confronti.
Assumendo, per quanto ci è possibile, una fondata periodizzazione
dei «giovani nella storia» di questo ventennio (6)
e, più internamente alla Chiesa italiana, riconoscendo l'iter del
suo farsi postconciliare (7), ci sembra dover
sottolineare quei fattori che hanno catalizzato e direttamente influenzato
l'attenzione di essa ai giovani. Ne registriamo quattro del resto già
noti, che hanno una sequenza cronologica, ma che soprattutto si implicano
fra di loro in una misura fin qui inedita.
- Anzitutto il cambio profondo, a livello di cultura totale, segnalato
dal '68 in qua, con enorme ripercussione nel rapporto giovani-Chiesa (e
reciprocamente).
- La scelta dell'evangelizzazione e catechesi da parte della Chiesa
italiana all'inizio degli anni '70, e potenziata poi, per quanto riguarda
i giovani, dal Sinodo della catechesi del 1977 che determinò nel
nostro paese, al di fuori di gruppi specializzati, la prima organica presa
di posizione per una pastorale giovanile, producendo un documento di vasta,
anche se contrastata risonanza (il Catechismo dei giovani, 1979,
con tutta la pubblicistica ad esso inerente).
- Terzo fattore, la esplosione dei movimenti, formati, come è
noto, per tanta parte di elementi giovanili, che ha messo in evidenza delicati
problemi di ordine ecclesiologico e pastorale.
- Finalmente, dagli anni '80 fino all'85 definiamo come fattore importante
quello che chiamiamo simbolicamente «il vento di Loreto», che
ha per asse portante il leale riconoscimento della complessità della
realtà, anche giovanile, e la sua lettura in chiave di riconciliazione
e comunione intorno ad evidenze etiche essenziali e in prospettiva di vocazione
e di missionarietà. Porremmo come fondamentale anello il documento
sempre più apprezzato del 1981: La Chiesa italiana e le prospettive
del Paese, con specifico interesse verso i giovani (v. sotto), e come
ultimo (per intanto) anello il II Convegno Ecclesiale del 1985 a Loreto.
E' dentro questo quadro storico che emerge quanto vi è di meglio
nella Chiesa italiana verso i giovani, nel triplice livello detto
sopra, di attenzione, di riflessione, di prassi, ossia a livello magisteriale,
a livello di progetti riflessi e a livello di iniziative concrete.
2. L'ATTENZIONE AI GIOVANI
NELLE RIFLESSIONI DEL MAGISTERO ECCLESIALE
Riguarda la percezione del problema, l'attenzione alla domanda, cui
si fa fronte con lo stile del messaggio, di un'offerta generale, che è
insieme l'invito alla fede e richiamo ai suoi contenuti e alla sua prassi.
Crediamo di potervi riconoscere, come forma classica, gli interventi del
Magistero papale ed episcopale.
Esso infatti, nel suo ruolo guida della comunità ecclesiale,
ne interpreta le attese, stimolandone le energie per una presa di coscienza
e di partecipazione effettiva, ovviamente con maggiore o minore successo,
ma non senza reale incidenza. E' a suo modo un modello di trasmissione
della fede che fa leva sulla persuasività dei valori cristiani ed
umani mostrati nella loro imponente globalità ed anche sul fatto
dell'autorevolezza dei proponenti, tanto più che in questa maniera
mostrano di personalizzare a fondo la relazione con il giovane, riconoscendogli
dignità, come se dicessero, e di fatto dicono: «Tu mi interessi»,
«Voi giovani siete per me importanti», e certi slogan del tipo:
«Voi siete la speranza», «Siete il futuro»... Non
manca però, sempre a livello di Magistero, l'inoltrarsi - come vedremo
- in pianificazioni pastorali e in iniziative concrete a livello locale,
nel mentre che associazioni, gruppi e movimenti, antichi e nuovi, continuano
il loro specifico impegno nel settore dei giovani. Ma in maniera tale da
venire toccati dagli indirizzi magisteriali nelle singole comunità
ecclesiali, con tensioni anche dialettiche, che obbligano ancora di più
ad accennare ai tratti principali di tali indirizzi magisteriali, almeno
a livello nazionale.
IL PAPA AI GIOVANI
In Italia sembra doversi registrare non uno, ma due canali autorevoli
di intervento: uno per sé sopranazionale, quello del Papa, e quello
nazionale della CEI (delle Conferenze regionali e dei singoli vescovi).
Per quella innegabile leadership che il Papa, non solo per carisma
personale (del resto grande in Giovanni Paolo II), ma per tradizione, esercita
sulla chiesa italiana, specificamente sul mondo giovanile, si può
tranquillamente affermare che l'unico assemblamento di giovani a livello
di massa, talvolta imponente che oggi può avvenire intorno ad un
uomo di Chiesa, capita presso il Papa (8). In
ogni caso l'angoscioso interrogativo di Paolo VI nel 1968: «possibile
l'incontro tra chiesa e giovani di oggi?» sembra fare da esplicito
acceleratore per una serie di iniziative di avvicinamento tra il Papa,
questo in particolare, e i giovani.
In concreto ricorderemo a modo di esempio: gli incontri periodici,
privati e pubblici di Giovanni Paolo II e i giovani, in genere o secondo
i movimenti o gruppi di appartenenza. Tra le manifestazioni pubbliche più
recenti: il Natale con gli universitari, l'incontro con la gioventù
del mondo la domenica delle Palme di ogni anno (9);
il suo rivolgersi frequente ai giovani negli scritti e nei discorsi e particolarmente
in certe ricorrenze, come l'anno santo dei giovani (1983-1984), la celebrazione
dell'anno internazionale dei giovani (1985). Specchio esemplare del suo
modo di intendere la realtà giovanile rimane l'appassionato appello
La
pace e i giovani camminano insieme per la giornata annuale della pace
(1 gennaio) e soprattutto la nota lettera Ai giovani e alle giovani
del mondo (marzo 1985) (10) che rappresenta a
tutt'oggi la esposizione più compiuta del pensiero del Papa. Un
pubblicista italiano ne sintetizza così la portata: «La lettera
costituisce una coraggiosa proposta organica di pastorale giovanile fondata
su un progetto etico». E aggiunge che tanto frammentarismo della
nostra pastorale trova qui ottime piste di riflessione-verifica per trasformarsi
in progetto etico, attraverso la categoria di vocazione, in funzione del
"crescere", che costituisce in un certo senso la definizione evangelica
della giovinezza (11).
En passant, a livello sopra italiano, ma con coinvolgimento anche italiano
ricorderemo il crescente interessamento europeo per la questione giovanile
in rapporto alla fede, pensiamo in particolare al Concilio dei giovani
e altre manifestazioni organizzate di Taizé e che hanno avuto una
risonanza nel nostro paese; al Simposio dei vescovi europei su «I
giovani e la fede» (1978) (12). Rimane
tutta da esplorare in profondità l'effettiva incidenza numerica
e qualitativa delle iniziative ed interventi sia del Papa che di queste
agenzie non italiane sul pubblico giovanile di casa nostra.
I VESCOVI ITALIANI E I GIOVANI
Da parte della Chiesa italiana, sempre a livello di autorevole messaggio magisteriale, merita rilevare la concentrazione dell'attenzione intorno a tre poli (13).
La catechesi ai giovani
Il polo della catechesi ai giovani ha per segno saliente soprattutto
l'esplicito riferimento ad essi nel Documento Base (Il rinnovamento
della catechesi, 1970, n. 137-138).
In esso, con evidente influenza ottimistica del Concilio, si dà
un quadro piuttosto idilliaco sulla loro «apertura al dialogo verso
i valori universali, ecc...» (n. 138). Ma quello che più conta
è la profonda e positiva relazione di stima che viene affermata
nei loro confronti, e concretamente la decisione di aver pensato il classico
uniforme catechismo eguale per tutti su misura delle diverse età,
con attenzioni peculiari al «chi è» per natura e per
grazia il giovane nella fase dell'adolescenza e successiva.
Ma è soprattutto negli anni 1977-1979 che nella Chiesa italiana
avviene una specie di salto di qualità, ossia l'impegno di prendere
sul serio il problema giovanile e di fare più e meglio, su sollecitazione
immediata del Sinodo del 1977.
Uomini come Mons. Del Monte e il Card. Cé, provenienti non per
nulla dal fecondissimo mondo dell'Azione Cattolica e rappresentanti della
Chiesa italiana al Sinodo, impostano drammaticamente e lucidamente il problema
della trasmissione della fede ai giovani nell'assemblea generale della
CEI del maggio 1977 (14). Il Card. Cé
concludeva il suo intervento in questi termini: «Pongo ora un interrogativo:
dopo il prossimo sinodo dei vescovi che tratterà della catechesi
e rivolgerà una particolare attenzione ai giovani; dopo il simposio
dei vescovi europei, nel 1978, che avrà come tema i giovani e la
fede; dopo un congruo cammino di preparazione delle chiese locali, è
pensabile ad una assemblea dell'episcopato, o ad altra formula di incontro
ecclesiale, sul problema dei giovani e la proposta di fede? Nel caso una
iniziativa di questo genere sembrasse opportuna, bisognerebbe: 1) coinvolgere
i giovani, a livello di chiese locali, in un "cammino verso" fatto di operosità
pastorale ed ecclesiale; 2) istituire un organismo promozionale opportunamente
legato alla conferenza episcopale, che abbia come primo compito di mettere
immediatamente in moto e di aiutare le chiese locali ad assumere un rigoroso
impegno pastorale, consapevole e organico, nei confronti del mondo giovanile»
(15).
A nostro parere, è in questo momento che matura finalmente,
in termini globali, una questione giovanile nella Chiesa, e viene proiettata
verso coraggiose, inedite iniziative di soluzione, sulla base ormai di
esaurienti indagini sociologiche sul rapporto giovani e fede, e più
ampiamente sul rapporto giovani e società, giovani e vita...
(16), che testificano una disaffezione sempre maggiore dei
giovani nella Chiesa.
In effetti, a chiusura della Assemblea generale della CEI nel maggio
del 1978, il messaggio dei vescovi parla di «volontà di porre
all'attenzione di tutta la comunità cristiana la condizione dei
giovani nella società e nella chiesa» (17).
Intorno a questo argomento interverranno sempre di più singoli vescovi
con le loro lettere pastorali e piani di intervento, ma soprattutto come
strumento privilegiato appare nel 1979 il Catechismo dei giovani (18).
Accanto al polo catechistico non possiamo dimenticare l'attenzione
ad un settore della formazione giovanile, che ha interessato lungamente
la Chiesa italiana: l'insegnamento della religione nella scuola, e più
ampiamente la scuola come tale, e la scuola cattolica in specie. Sia del
catechismo come delle iniziative di pastorale scolastica faremo cenno nella
parte dedicata alla prassi.
Restando a livello di documenti ufficiali, ricorderemo, in relazione
specificamente all'insegnamento religioso nella secondaria superiore, la
Nota che l'Ufficio Catechistico Nazionale pubblica nel 1971: una nota che
per modernità di visione ispirerà in misura determinante
tutto il travagliato periodo successivo fino all'attuale rinnovato insegnamento
concordatario dagli imprevedibili sviluppi (19).
Mentre di particolare rilevanza è il documento della CEI sulla scuola
cattolica (20).
Finalmente, sempre nell'ambito formativo, riteniamo di dover segnalare
l'elaborazione di una proposta vocazionale per i giovani, che assume
l'ampiezza di un progetto di pastorale giovanile globale, con al centro
due problemi di immediata rispondenza alla realtà: il problema della
scelta e più ampiamente quello del personale progetto di vita. Il
documento più recente «Vocazioni nella Chiesa italiana»
(1985) (21) si interroga con viva sensibilità
sull'attuale condizione giovanile: questi giovani soffrono «crisi
di futuro», assumendo, nel progettare se stessi, atteggiamenti ambivalenti
e oscillanti. Cosa scegliere? sembrano chiedersi: la gratificazione o la
realizzazione di sé? I modelli del passato o i modelli nuovi apparentemente
più umanizzanti? La logica del provvisorio o le scelte radicali?
L'anonimato o il protagonismo? (n. 18). E arriva a concludere che pastorale
giovanile e pastorale vocazionale sono complementari. La pastorale specifica
delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La
pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando apre alla dimensione
vocazionale (n. 43).
Per una autenticità dei movimenti ecclesiali
Il secondo polo di attenzione ai giovani, ad una fetta certo non vasta,
ma di notevole rilevanza umana e cristiana, passa attraverso l'attenzione
ai movimenti ecclesiali, notoriamente popolati da molti giovani.
Della incidenza dei loro progetti di vita accenneremo più avanti.
Qui è giusto ricordare il problema che subito si apre e giunge fino
ai nostri giorni: ossia sulla genuinità ecclesiale di essi, in quanto
sembra esserne toccata sfavorevolmente la dimensione di comunione chiamata
a sorreggere le comunità cristiane (22).
Nel 1981 la CEI emette una Nota Pastorale di criteri al riguardo
(23).
Questo è certamente un discorso intraecclesiale.
Ma per la concezione in gioco sia di Chiesa particolare che di carismi
all'interno della istituzione, ha in sé notevoli riflessi sul momento
più specificamente pastorale missionario allorché si hanno
delle proposte da fare ai giovani come tali.
L'evidente pluralismo di proposte così caratterizzate non rischia
di aggravare campanilisticamente un incontro con un mondo giovanile già
per sé frammentato e diffidente? E d'altra parte un irrigidimento
istituzionale che negasse la dimensione carismatica al suo interno, e quindi
il pullulare di movimento diversi, non finirebbe con l'alienare ancora
di più la proposta cristiana nei confronti di un uditorio giovanile
molto attento alla propria soggettività?
Verso una progettualità di proposte
Ma il terzo e più interessante polo di attenzione ai giovani
da parte del Magistero è dato dall'invito esplicito alla progettualità
di una pastorale giovanile come tale. Accogliendo la decisione degli anni
'77-'78, e percependo la insufficienza della sola programmazione catechistica
(Catechismo dei giovani del 1979) (24),
la chiesa italiana allarga la sua capacità di proposta in chiara
sintonia con i ben vasti problemi della condizione giovanile che vanno
emergendo nel paese.
Nel più ampio orizzonte aperto dal nuovo piano pastorale Comunione
e comunità (1981) per gli anni '80, dove si cerca di comporre
in unità organica l'identità della Chiesa con una nuova,
più autentica visibilità pubblica per una incisiva missionarietà,
è
il documento «La chiesa italiana e le prospettive del paese»
(del medesimo anno 1981) (25) che fissa in maniera
esemplare un nuovo, articolato e soprattutto convinto sguardo della comunità
verso i giovani.
Trattando come seconda questione, che più incide nella vita
del paese, dopo quella del lavoro, la «situazione culturale»,
denuncia «una situazione di crisi profonda, che rivela da una parte
l'inadeguatezza delle culture tradizionali e, dall'altra, il bisogno inquieto
di nuovi progetti di esistenza umana. Il tormento che ne deriva pesa soprattutto
su molti giovani, che in quest'ultimo decennio hanno drammaticamente cercato
il senso della vita nella contestazione radicale, in spinte libertarie
e istintive, in rivendicazioni utopiche, in socializzazioni provvisorie,
nel ritorno al privato, sconfinando a volte nella violenza o nell'evasione
della droga» (n. 28).
A questo punto, con atto di onesto coraggio, i vescovi si pongono quella
domanda che possiamo definire, pur nell'ammissione di tanti elementi validi,
la vera partenza di un cambio innovatore: «Dobbiamo chiederci - dicono
- perché la proposta cristiana per sua natura destinata a dare pieno
senso all'esistenza, è stata inadeguata alla richiesta dei giovani
e degli uomini del nostro tempo, e quali responsabilità ci attendono.
Troveremo di certo una carenza grave del nostro esplicito annuncio di Cristo
e della nostra testimonianza di fede».
E poi rilanciano una prospettiva e un compito che aprono sulla vera
novità di fondo del rapporto della Chiesa con i giovani e dunque
sulla proposta di fede: «Impareremo anche a delineare un'organica
pastorale della cultura, che sappia sì giudicare e discernere ciò
che c'è di valido nei sistemi culturali e nelle ideologie, ma più
ancora sappia puntare su tutto ciò che affina l'uomo ed esplica
le molteplici sue capacità di far uso dei beni, di lavorare, di
fare progetti, di formare costumi, di praticare la religione, di esprimersi,
di sviluppare scienze e arte: in una parola, di dare valore alla propria
esistenza» (n. 29).
La pastorale giovanile: a partire da Loreto
Questa diagnosi schietta e profonda perché organica, nel valutare
e nel ricomporre elementi umani e cristiani, non nasce dal nulla. Matura
dentro un fermento di riflessioni ed iniziative che dagli anni '77 animano
in misura rinnovata questo difficile incontro fra Chiesa e giovani. A livello
diocesano, come avremo occasione di vedere, ma anche in centri attrezzati,
mediante studi, convegni... (26) tanto da non poter
sicuramente dire che la Chiesa italiana abbia perso di vista il mondo giovanile.
Solo si tratta di sapere se era ed è una buona vista, uno sguardo
messo a fuoco. E qui, preparato dalla intensa vitalità postconciliare,
si pone il II convegno ecclesiale di Loreto (1985).
Merita una parola sul nostro tema, non perché in esso sia stato
risolto tanto o poco, ma perché come «il colle» di cui
parla Isaia nel contemplare la liberazione dei prigionieri da Babilonia
(Is 40,9) ci è dato di osservare una vitalità di Chiesa capace
di affrontare questo problema, ricca anzi di esperienze al proposito, specie
sul fronte del volontariato. Loreto, a mio parere, nel suo spirito ed anche
nella sua lettera, ora fissati negli Atti del Convegno (27)
e posti in verifica nelle singole comunità locali, raduna il meglio
delle esperienze passate e le rilancia come metodo a tutta la comunità
nazionale, partendo, secondo il motivo fondamentale della riconciliazione,
da un atteggiamento che se coltivato genera certamente cose nuove: la Chiesa,
prima di sentire i giovani lontani da sé, sente se stessa lontana
dai giovani, dunque in una tensione missionaria, che nello spirito di Loreto
vuol dire, con le splendide parole dei Vescovi nella Nota La Chiesa
in Italia dopo Loreto, che «la chiesa e i cristiani devono vivere
di continuo questa dimensione missionaria, che li spinge a non essere lontani
da nessuno, e ad essere particolarmente debitori di verità, di carità
e di solidarietà ai giovani, ai vecchi, agli ammalati, ai portatori
di handicaps, ai reclusi e agli ex-carcerati, ai drogati, a chiunque subisce
ingiustizia, a chiunque ha bisogno di verità e di amore».
(28)
Più particolareggiatamente crediamo di poter segnalare i seguenti
aspetti per un lavoro fruttuoso, ed anche per una buona interpretazione
del Convegno loretano.
- Loreto non è stato un convegno sui giovani e nemmeno se n'è
direttamente parlato tanto. Semmai è stata una dimensione che ha
attraversato tutto il convegno, apparendo un po' ovunque in tutte le tematiche
affrontate in commissione. Perciò questo silenzio non significa
eludere il problema, ma piuttosto - ci sembra - scelta di collocare e inquadrare
tale problema nel più vasto contesto organico della Chiesa e della
società come tale, per evitare certe fissazioni allucinanti sul
mondo giovanile tali da isolarlo pericolosamente da un contesto maggiore
di appartenenza sia quanto ai problemi che alle soluzioni.
- In ogni caso ricordiamo che tantissimi erano i giovani maschi e femmine
tra i delegati convenuti. Il tema "giovani" è stato particolarmente
toccato dalla relazione introduttiva del Card. Pappalardo («Chiesa
e giovani») (29) e nella Commissione 8
che aveva come argomento: «Il rapporto tra le generazioni: il circolo
vitale della tradizione»(30) con evidente
scelta di una visione contestuale più ampia.
Dei ricchi stimoli ivi espressi ne coglieremo alcuni in riferimento
al nostro tema: la scelta prioritaria del metodo educativo che si raccordi
a ciò che i giovani vivono, alle loro istanze culturali; e che nello
stesso tempo sia in grado di superarle; porre nella comunità il
luogo di incontro tra le due diverse condizioni dei giovani e degli adulti...
in cui queste due componenti interagiscono, si confrontano, comprendono
la complementarità delle condizioni di vita e del loro modo di interpretare
la loro appartenenza alla comunità; passaggio degli adulti da un
ruolo di insegnamento, di trasmissione di valori, a un ruolo di "compagnia"
nella vita; una presenza di compagnia, non senza propositività,
nello stare insieme, nel camminare insieme, nella testimonianza, nei fatti,
nella solidarietà, in una presenza vigile, operosa, partecipativa;
dato il condizionamento evidente delle condizioni strutturali di vita nello
stesso processo educativo, è necessario tentare una riconciliazione
tra la dimensione educativa e quella delle condizioni strutturali di vita.
Occorre cercare in proprio - se possibile - e col protagonismo dei giovani,
soluzioni alternative ai problemi; ad esempio, favorire l'emergere di cooperative
di servizi, ricercare alcuni sbocchi occupazionali; riconciliarsi con gli
ultimi, con i giovani emarginati.
- Elemento certamente nuovo, che non potrà non avere ripercussioni
future, è stata la vivace sottolineatura di tre fattori fin qui
poco considerati: un dato di fatto, ossia la forte partecipazione di tanti
giovani all'esperienza di volontariato, che si è così dimostrato
come la proposta forse più incisiva e credibile della Chiesa italiana
all'interno dell'universo giovanile (31); un
secondo dato di fatto, l'attenzione verso situazioni disastrate patite
da giovani, quali la violenza e la devianza sociale (32);
e infine una proposta che non mancherà di orientare ogni progetto
di pastorale giovanile: «Rivedere e reimpostare la pastorale comunitaria,
nella parrocchia e nei movimenti, in una dinamica che dà il primato
alla parola, pone al centro l'eucarestia, cui conduce il sacramento della
riconciliazione e come destinazione obbligata intende il servizio degli
ultimi. Insomma si tratta di mantenere la "compagnia" dell'unico pane di
Dio: la parola, il corpo di Cristo, Cristo nel povero»
(33).
- Conseguenza e ricapitolazione sono le poche battute dei Vescovi della
Nota Pastorale citata, ma che ora, in un contesto ben ricco, assumono rilevanza
profondamente innovativa, carica della novità di una visione realista
ma insieme animata dal coraggio della speranza, e che viene offerta come
nuova frontiera alla Chiesa italiana: «Particolare rilevanza ecclesiale
e sociale riveste a questo proposito la pastorale giovanile sia come riflessione
attenta sul mondo dei giovani sia come concreto impegno educativo teso
ad offrire le ragioni dell'esistenza e la fiducia per il futuro»
(n. 55) (34).
Non lasceremo passare sotto silenzio il fatto che questo autorevole
invito, traguardo e punto di partenza di un rinnovato incontro Chiesa-giovani
nel nostro paese, va proprio nella direzione di certe domande pressanti
che un gruppo di riviste di pastorale e di catechesi attinenti all'area
giovanile trasmisero alla vigilia al Convegno di Loreto (35),
rilevando come non sia più differibile una presa di posizione, ma
soprattutto segnalando l'esistenza di un contesto maturo entro cui accogliere
e fruttificare la nuova linea proposta dai Vescovi italiani.
3. RIFLESSIONI E PROGETTI DI PASTORALE GIOVANILE
Chiaramente l'attenzione rinnovata che la Chiesa italiana come tale
è venuta donando al mondo giovanile trova la sua causa e il suo
effetto insieme in un reale impegno a favore di esso già esistente
tra di noi, sia a livello di prassi sia a livello di riflessione adulta
sulla prassi, cioè mediante la considerazione approfondita dei diversi
fattori in gioco, quelli propri di una proposta di fede genuina sul versante
del vangelo, ma anche fedele alle condizioni del giovane nell'ambito culturale
attuale.
Ne è prova un'encomiabile slancio di progettualità, in
grande e in piccolo, nei frammenti di una singola iniziativa occasionale
o stagionale, o con l'intento a tempi lunghi di un vero e proprio cammino
di fede. Di ciò fa fede una pubblicistica inedita avanti il Concilio.
E in verità quale settimanale diocesano, o rivista cattolica non
ha affrontato e continuamente affronta il tema «giovani»?
Globalmente parlando si può arrangiare tutto questo impegno,
più di una volta immaturo o squilibrato, ma certamente generoso,
nei termini di pastorale giovanile. Pur restando vero che la comunità
ecclesiale si è interessata dei giovani oltre una visuale strettamente
pastorale, ossia per far diventare cristiani, ad esempio, in servizi di
tipo promozionale o di supplenza in qualche situazione di emergenza, come
in casi di emarginazione... Qui non resta che dipanare questa trama di
pensieri-progetto organizzandola per aree distintive, pur sapendo le tante
reciproche influenze.
Crediamo aderente alla realtà e facile a capirsi focalizzare
tre aree:
- progetto di pastorale giovanile nelle sedi diocesane;
- progetto di pastorale giovanile nei gruppi, movimenti, associazioni;
- progetto di pastorale giovanile in opere specializzate di pastorale
giovanile.
Di ogni area diremo prima una parola in generale e poi attenderemo
ad uno o più modelli emblematici del nuovo corso.
PASTORALE GIOVANILE NELLE DIOCESI
Abbiamo accennato più di una volta allo scossone che soprattutto verso il 1977 investe un po' ovunque le chiese italiane. Tante diocesi, attraverso lo strumento associazionistico tradizionale come l'Azione Cattolica o di altro tipo, ma con l'avallo esplicito del vescovo e con estensione a tutto il territorio diocesano, tentano di darsi un qualche progetto di pastorale giovanile. Non resta che citarne diversi nomi, esplicitando più ampiamente il progetto diocesano che per ampiezza di vedute e per vicinanza di tempo è certamente tra i più significativi: quello di Torino.
Progetti diocesani
In un recente dossier di «iniziative e progetti diocesani di pastorale
giovanile» (in Italia per gli anni 1977-1978) (36)
vengono recensite le chiese di Crema, di Novara (probabilmente il progetto
di più ampio respiro uscito fin qui in Italia) (37),
di Adria-Rovigo, di Vittorio Veneto, dei vescovi della Lombardia, di Lodi,
di Como, di Piacenza. Di altre chiese, come Rieti, Bergamo, Brescia, Vicenza
e della Sicilia vengono ricordate le iniziative di analisi sociologico
religiosa del mondo giovanile. Il conto può benissimo proseguire
con la nomina di Lucca (1978;1984), Forlì (1981), Taranto (1982),
Verona (1982)... (38)
Soltanto nel 1985 si registrano riflessioni e decisioni nelle diocesi
di Vicenza, Vallo della Lucania (39), a Bologna,
a Venezia, a Torino (40).
E' doveroso ricordare che questi interventi sono di ampiezza diversa
e di autonomia diversa; a volte sono frutto di lunga preparazione, altre
volte appaiono inseriti nel discorso sinodale diocesano, sono estesi oppure
rapidi. Crediamo che pur riconoscendo tanta buona volontà non si
possa sfuggire, specie per i tempi più antichi, al giudizio emesso
da G. Angelini che nel 1979 parla di pastorale giovanile in Italia come
«pulviscolo estremamente vario di esperienze pratiche, molto diversificato
e in genere scarsamente elaborato a livello di riflessione teorico-pratica»
(41). E d'altra parte rimangono come risposte positive e propositive
al clima di generale allarmismo nei confronti del destino dei giovani che
si respira da ogni parte (42). E in effetti
siamo convinti che qualcosa di nuovo e importante possa comparire, come
appare emblematicamente nella chiesa di Torino.
La Chiesa di Torino: con i giovani... per i giovani
Per due anni, in due tempi, il programma pastorale della diocesi ha
puntato sui giovani, in voluto prolungamento della campagna precedente
dedicata alla pastorale familiare (43). Ma è
chiaro, dai contenuti stessi del piano, che a Torino si è preso
coscienza forse più che altrove della gravità della "questione
giovanile", essendo città all'incrocio di due fattori: emigrazione
e disoccupazione. Ed infatti diffusione della droga, assenza quasi assoluta
di proposte e di valori, di una cultura non solo effimera ma collegata
alle situazioni sociali, hanno contribuito a creare nell'area torinese
una condizione giovanile particolarmente fragile. E d'altra parte va ricordato
il forte impegno teorico e pratico di quella diocesi sul fronte giovanile
(44).
La prima tappa «La Chiesa di Torino per i giovani» (1984-1985)
conclude in brevi «linee programmatiche» una lunga riflessione
previa. Primo punto: censimento di quanto esiste in rapporto al
mondo giovanile nella chiesa torinese: persone, opere, ambiti, realizzazioni,
attività, movimenti, associazioni. Ecco poi la novità al
centro-diocesi: la costituzione dell'ufficio di delegato per la pastorale
giovanile e dei ragazzi, e la creazione di un centro di pastorale giovanile
e dei ragazzi. Il documento lancia poi le sue proposte operative
a vari destinatari: a livello vicariale, alle parrocchie cui si chiede
una pastorale che tenga insieme formazione catechistica, liturgica, caritativa
e sociale, favorendo una specifica ricerca vocazionale, intesa come orientamento
e scelta di vita.
Ai religiosi, alle associazioni e movimenti esistenti, altre forme
aggregative cristiane (lavoratori) e laiche (gruppi sportivi) si chiede
due cose: uno sforzo reale di coordinamento e di rilancio dell'esistente.
Tre ambiti di lavoro sono segnalati come privilegiati: la scuola, la formazione
all'amore e alla famiglia, la guida e la preparazione dei giovani che li
prepari ad assumere le responsabilità personali, familiari, sociali,
professionali, civiche ed ecclesiali, con salda coscienza cristiana e con
illuminata coerenza vocazionale.
La seconda tappa «La Chiesa di Torino con i giovani» (1985-1986)
si richiama esplicitamente al Convegno di Loreto, ricordando l'invito dei
vescovi - già da noi menzionato - di elaborare una pastorale giovanile
(45).
Si affronta risolutamente il problema del protagonismo giovanile (come
dice il titolo programmatico: con i giovani) all'interno di una
pastorale d'insieme, con il duplice accento di coinvolgere tutta la comunità
e di lasciare che ogni comunità realizzi il progetto comune nel
contesto proprio.
Cinque sono le parti.
- Linee teologico-pastorali con riferimento al principio di incarnazione che si traduce nel principio pastorale di «fedeltà a Dio nella fedeltà all'uomo»; ed ancora, forte richiamo ad una visione comunitaria del problema giovani, visti cioè come età fra le altre età, considerati non come categoria a sé cui accudire (anche se il gruppo viene detto «il luogo e il mezzo naturale della formazione ecclesiale»), ma come membri di una famiglia «dove tutti i figli vanno ugualmente accolti, amati e valorizzati».
- Scelte programmatiche: è il cuore pratico del progetto. Sono quattro che qui riportiamo alla lettera: «1. I giovani e i ragazzi siano considerati come chiamati a vivere la vita cristiana da protagonisti, e cioè in modo personale e creativo, e ad esercitare un ministero attivo: essi sono i primi e immediati "apostoli" degli altri giovani e ragazzi. Ciò comporta la scelta prioritaria degli "animatori-giovani" nella loro formazione. 2. Gli adulti, e in particolare le famiglie, riconoscano la portata della pastorale giovanile nel tempo presente. Perciò sottopongano a revisione il loro rapporto con i giovani e i ragazzi e assumano piena responsabilità educativa verso di loro, mai nella pastorale senza adulti. 3. Il protagonismo ecclesiale dei giovani, rettamente inteso, e la corresponsabilità degli adulti e delle famiglie, comporta una ricerca convergente e condivisa per definire progetti pastorali rispondenti alle attuali esigenze di evangelizzazione e catechesi. 4. La comunità cristiana è il soggetto pastorale per i giovani e i ragazzi. Sedi privilegiate per l'elaborazione pastorale e approvazione di tale progetto sono il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio pastorale zonale che esprime la Commissione zonale giovani e ragazzi.
- Le priorità pastorali. Fa da cappello una espressione del cardinale: «Il mio cuore di vescovo si interroga con angoscia: questa nuova generazione è stata evangelizzata?» Ciò comporta nel progetto una catechesi di iniziazione cristiana con le diverse componenti della parola, celebrazione, vita ecclesiale e di carità mediante il gruppo. Peculiare accento viene posto sull'educazione all'amicizia e all'amore. Seconda priorità: la cura in termini di pastorale giovanile di questi ambienti di vita: la scuola, il lavoro, il tempo libero, le forme di emarginazione e devianza. La terza priorità si riferisce alle strutture ecclesiali perché siano funzionali agli obiettivi del progetto, quindi perché accolgano e dialoghino con i giovani e con essi rinnovino la pastorale. Sono le parrocchie, gli oratori, le zone vicariali, le strutture di curia con apposito costituendo centro diocesano di pastorale giovanile.
- Gli orientamenti generali: vengono detti «punti di riferimento pedagogici, inderogabili per una buona pastorale giovanile»: essere, o il primato della persona e della formazione personale, del dialogo interpersonale; partecipare, superando il gruppo-rifugio verso la comunità; impegnarsi nel servizio, stando «nella chiesa e nel mondo non ripiegati sulla propria giovinezza, ma aperti sull'orizzonte adulto costituito da: lavoro, professione, vita consacrata, matrimonio, famiglia, vita civica e sociale, ecc. Da qui la necessità di operare per una pastorale non giovanilistica, bensì per una concezione vocazionale e ministeriale della presenza nel mondo e nella Chiesa».
- Orientamenti particolari: curare la dimensione vocazionale
e ministeriale della vita cristiana; approfondire e curare la formazione
dell'animatore; avvalersi di istituzioni (religiosi, laici) che abbiano
particolare carisma per la gioventù.
Ci siamo soffermati piuttosto a lungo sul progetto torinese perché
a nostro parere è rivelativo di una maturazione che va facendosi
un po' ovunque nelle comunità ecclesiali italiane, quindi indicativo
di non delegare a movimenti e costituzioni sovrapparrocchiali e diocesani
la cura dei giovani, ed insieme è impregnato di un interessante
realismo di concezione (protagonismo giovanile, cura dei giovani nell'insieme
della vita di comunità, rispetto delle zone pastorali eppur legate
ad un efficace metodo di coordinamento), che tra il tutto dei piani ideali
e il nulla dello scetticismo, mettono in luce il possibile e pongono accenti
vigorosi di partecipazione.
PASTORALE GIOVANILE NELLE AGGREGAZIONI ECCLESIALI
Manteniamo qui il significato generale inglobante le tre o quattro forme
specifiche di associazioni, movimenti, gruppi e comunità, ciascuna
delle quali possiede indubbiamente delle connotazioni specifiche nella
loro proposta cristiana (46).
Come accennava la citazione della Civiltà Cattolica posta
in apertura, si può dire che l'intervento della chiesa nel mondo
dei giovani ha trovato qui uno strumento efficace, anzi è diventato
uno dei segni caratterizzanti la pastorale giovanile italiana del dopo-Concilio.
«Partiamo infatti - annota R. Tonelli - da una constatazione rilevante,
sottolineata da molte ricerche. Il confronto tra giovani appartenenti a
gruppi e giovani non aggregati fa risaltare come questa appartenenza può
essere considerata la variabile più influente nella formazione degli
atteggiamenti e nella ricostruzione dell'identità. Questa variabile
è influenzata a sua volta dal tipo di associazione a cui si appartiene»
(47).
Alla luce di questo concentrato giudizio globale, sulla base di una
riconosciuta identità del fenomeno associativo cattolico italiano,
che qui presupponiamo (48), a noi qui interessa
richiamare la memoria sui tratti di progettualità per i giovani
da essi offerta. Prima in termini più specifici, poi soffermandoci
su una valutazione generale.
Uno sguardo in particolare
Possediamo oggi una serie di ricerche che permettono di individuare
sia le fonti sia le caratteristiche della loro proposta cristiana
(49). La Civiltà Cattolica nella sua enumerazione ricordava
espressamente Azione Cattolica, Meic, Agesci, Opus Dei, CL, Focolarini,
Gioventù Aclista, Catecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Comunità
di vita cristiana, Comunità ecclesiali di base, Comunità
di base, Cursillos de Cristianidad. A questi si potrebbero aggiungere tanti
altri nomi (50).
In particolare non devono andare disattesi tipi di intervento ispirati
da una collaudata progettualità propria di istituzioni tradizionali.
Si ricorderà, ad esempio:
- la proposta che Congregazioni religiose fanno alla gioventù
nelle proprie opere, di tipo scolastico, professionale, di formazione umana
e spirituale in generale: gioventù mariana (Gesuiti), gioventù
francescana, gioventù lasalliana, allievi ed ex-allievi salesiani,
giovani cooperatori della Famiglia di Don Bosco, e analogamente per le
Figlie di Maria Ausiliatrice (51);
- la federazione oratori e circoli parrocchiali sotto diverse etichette,
fra cui, fra le più note, l'ANSPI (52);
- infine dovrebbero essere recensiti i tanti piani proposti a livello
di centri di spiritualità e di formazione: da Bose a Spello, a Cuneo,
alla Cittadella di Assisi...(53) Di ciascuna
di questa aggregazioni che non sono per sé esclusivamente giovanili,
ma che sono frequentate anche da giovani, è facile individuare l'itinerario
di fede, e implicitamente una visione del mondo e dell'uomo.
Vi si rispecchiano bene la ricchezza, la verità, in un certo
senso la complementarità, ed insieme la dialettica esistente, e
quindi i problemi, dell'attuale proposta di fede ai giovani.
L'Azione Cattolica
Mentre daremo nel paragrafo successivo una certa tipologia dei movimenti,
facciamo ricordo specifico dell'Azione Cattolica, giacché
la sua storia praticamente si identifica tra di noi con la pastorale giovanile
fino ai nostri giorni (54), matrice feconda
di progetti che poi hanno fatto la loro strada, ispiratrice in maniera
determinante, pur nel tempo della propria grave crisi, della ripresa di
pastorale giovanile negli anni '70 (55), e certamente
oggi ancora capace di confrontarsi con i giovani del nostro tempo, anche
se non è più il top dell'associazionismo cattolico. Infatti
l'AC, al di là di concrete modalità di attuazione, non sempre
felici, possiede per sua natura garanzie di validità e vitalità.
Anzitutto va menzionata la sua «genericità» rispetto
ad altre aggregazioni forti, nel senso di non aver a priori un piano prestabilito
ben preciso e rigido, ma di porre la propria metodologia e stile, pensati
come processo educativo, paziente, continuo, al servizio della programmazione
pastorale che la Chiesa a livello nazionale e locale si va donando. Di
qui il radicamento essenziale dell'AC nel territorio della comunità
e la sua apertura senza particolari condizioni alla popolazione giovanile
ivi residente quindi accessibile a tutti nella concretezza del loro vivere
quotidiano, e perciò anche fluida nell'organicità strutturale,
duttile, in certo modo obbligata a ricercare e ridefinire sempre di nuovo
la propria proposta, esposta anche ai rischi della crisi, in forza delle
crisi ricorrenti della Chiesa e della società.
Si potrebbe dire che l'AC esprime al meglio quella che di una Chiesa
locale è la dimensione di diocesanità e parrocchialità,
sulle quali innerva la proposta di fede ai giovani del territorio. Nella
continuità fedele al senso della Chiesa italiana, l'AC riflette
i diversi aspetti e scelte in rapporto alla Chiesa che cambia
(56). Nei tempi del dopo-concilio riconosciamo quali suoi
punti di forza: la scelta religiosa (1969), ridefinita a metà degli
anni '70 come scelta pastorale e a metà degli anni '80 come scelta
di partecipazione, con ciò precisando il delicatissimo rapporto
fra impegno religioso e impegno nel sociale; la laicalità e popolarità,
come sviluppo di un carisma, quello del laico, nel mondo della gente; una
spiritualità del quotidiano, nello sforzo continuo di capire ciò
che succede attorno a noi, nella fatica di un servizio gratuito e totale
(57).
Ciò che questo comporti praticamente per i giovani, quale ampiezza
di orizzonti, quale concretezza di compiti, quale sensibilità sociale,
si può ricavare ad esempio dalla relazione del presidente A. Monticone
nella relazione alla V assemblea generale del 1983 (58).
Una simile esperienza associativa, che fa leva sui valori della coscienza
e sulla libertà della persona, adeguando il proprio stile di mediazione
ai bisogni di presenza, ma senza tendenze integristiche e aperta al dialogo
e al confronto, rappresenta ancora oggi per i giovani italiani, in forza
delle sue risorse non solo di ordine ecclesiale, ma anche per la convivenza
civile, la via formativa forse più adeguata, certamente una via
completa e moderna (59).
Uno sguardo generale: alcune tipologie
In un tentativo di valutazione generale sembra che si possa dire che
il vissuto dei movimenti è ancora maggiore di quanto non appaia
e di quanto ne sia stato scritto (60). Ma certamente
è appurabile una dinamica che ogni operatore dovrebbe aver presente,
legata ad un insieme di fattori: la struttura di gruppo è tendenzialmente
portata a fare una proposta fortemente legata anche alla riproduzione del
gruppo stesso, con evidente problema per quanto riguarda la ecclesialità
dei gruppi medesimi; l'identità viene costruita su esperienze forti,
su intensa interazione e partecipazione attiva dei membri, con linguaggio
quasi esoterico e rigidamente unitivo. «La fede - annota Tonelli
- viene così restituita per essi alla sua funzione di elemento centrale
di riorganizzazione e riedificazione (del senso della vita). L'operazione
è favorita dal ricupero della stessa esperienza cristiana di esigenze
legate alla "modernizzazione" secondo moduli di integrazione e di conflitto
nei confronti dei dati culturali emergenti» (61).
Si è tentato da vari di dare una tipologia in rapporto sia ai
contenuti che al tipo di relazione fra gruppo e persona, gruppo ed istituzione
(62). Il Franchini, al seguito di Ambrosio, parla di quattro
tipi: ascetico-mistici (o spiritualisti); gli utopisti che pensano all'identità
della fede in nome di un radicalismo evangelico a partire dagli ultimi;
i politici o presenzialisti, la cui ansia è di cercare una significazione
politica-sociale all'essere chiesa; i realisti o mediazionisti, che cercano
l'identità nell'attenzione a tutte le istanze culturali
(63).
A livello di modalità interpretative della fede, vi è
chi semplificando, ma con efficacia, ritrova tre modelli: gruppi e movimenti
che si riconoscono nella «cultura della presenza» fanno riferimento
di solito ad una immagine di fede-evento, una fede che sembra avere uno
statuto di rottura con la storia umana. Si tratta di una fede che si richiama
continuamente all'evento Cristo per denunciare la storia come luogo prometeico
di autodivinizzazione. Fuori di Cristo c'è solo l'errore, la perdita
secca dell'umanità.
Gruppi e movimenti invece che si riconoscono nella «cultura dell'assenza»
o della diaspora fanno riferimento principalmente ad una immagine di fede-profezia.
Qui la rottura è con la chiesa come istituzione potente che svuota
il radicalismo cristiano. Se Cristo è verità dell'uomo, solo
il povero la può rivelare. E quindi gli ultimi diventano verità
della chiesa.
Infine gruppi e movimenti che si riconoscono nella «cultura della
mediazione» fanno riferimento ad una fede-testimonianza, che al posto
della rottura vede continuità critica tra salvezza e storia umana,
in uno sforzo sostanzialmente di superare rischi di ideologia ed utopia,
e integrare radicalismo cristiano e attenzione agli ultimi in una esperienza
di salvezza come esperienza di comunione fra tutti i valori positivi
(64).
Ulteriori altre classificazioni sono possibili (65).
A noi qui interessa richiamare i problemi che emergono, con maggiore o
minore accentuazione, riguardo alla via aggregativa nel quadro della pastorale
giovanile. Anzitutto per la individuazione dei tratti specificanti i singoli
gruppi, le tante variabili in gioco chiedono l'intervento di più
discipline, per un'autentica lettura teologica. Più in ambito teologico-pastorale,
riconosciamo il problema del rapporto con la «Catholica», concretamente
con altre figure della chiesa locale (quanti non sono aggregati) e specificatamente
con l'autorità del vescovo (66); c'è
da chiedersi poi quale rapporto si intende dare al senso insieme religioso
e secolare del mondo, concretamente il senso della cosiddetta scelta religiosa
della Chiesa italiana al tempo di Paolo VI, quindi il rapporto fra la cultura
della presenza con quella della mediazione; quale missionarietà
di fronte ai cosiddetti lontani giacché - non dimentichiamolo -
la stragrande maggioranza dei giovani è fuori dei gruppi e movimenti.
Sicché l'innegabile ed anzi inevitabile e insostituibile ruolo oggi
del movimentismo nella Chiesa per una proposta ai giovani domanda anche
una considerazione e presa di posizione corretta per i diversi aspetti
difficili emergenti. O con altre parole, anche la forma aggregativa non
ha valore miracolistico, automatico, è uno strumento che domanda
intelligenza e apertura di mente e di cuore.
PASTORALE GIOVANILE IN RICERCHE SPECIALIZZATE
Dopo aver accennato a grandi tratti al tipo di progettualità
legato a istituzioni e strutture in funzione direttamente operativa (chiese
locali, movimenti, congregazioni religiose), nel nostro viaggio di recensione
dell'esistente (sempre nell'ambito della riflessione), dobbiamo vedere
se e come si sia svolta una ricerca più teorica, produttiva di opere-sintesi
di più largo respiro, tali da essere chiamati studi di pastorale
giovanile, o in termini più generali, ricerche di fondazione critica
del rapporto Chiesa e fascia giovanile. Individuiamo:
- le grandi linee di tendenza;
- la dinamica delle idee.
Il dibattito: linee di tendenza
Probabilmente è ancora troppo poco rispetto al bisogno (67), però in questo ventennio si assiste anche in Italia ad un crescente dibattito che determina in non piccola parte quel risveglio di sensibilità verso i giovani nella Chiesa italiana che abbiamo sopra ricordato. In una rassegna dal titolo Fede-religione-religiosità e condizione giovanile condotta negli anni 1969-1978 (68), C. Bucciarelli mostra insieme le fonti di documentazione e le linee di tendenza della riflessione.
- Tali fonti sono di tre tipi: le riviste con maggior o minore ampiezza di tematica (69), fra cui spicca oggi quella probabilmente più specializzata che è Note di Pastorale Giovanile in attività ormai dal 1966. Poi vengono i convegni spesso coordinati da associazioni e centri che stanno alle spalle: così da parte dell'Azione Cattolica, da parte del Centro salesiano pastorale giovanile (Roma), ma anche nelle singole chiese locali e in centri di studi come l'Università Salesiana nella Facoltà di Scienze dell'Educazione e di Teologia (Roma) (70); ed infine libri, risultato magari di convegni e tavole rotonde.
- Le linee di tendenza emergenti in questo sforzo riflessivo
paiono concentrarsi su due poli: ricerca dell'atteggiamento che la fascia
giovanile manifesta verso i valori religiosi, nella specificità
della proposta di chiesa, o più in generale verso la domanda di
senso con connotazione religiosa. In quest'area si può dire che
la chiesa italiana ha delle possibilità di lettura di grande valore
(ricerche di G.C. Milanesi e di F. Garelli, e la recente sintesi di E.
Butturini, per fare un esempio)(71). C'è
da chiedersi seriamente - notiamo sopra - se e come vengono assunte seriamente
nell'elaborazione dei progetti o di altri interventi pastorali
(72).
Secondo polo di interesse riguarda la reazione o terapia dopo la diagnosi.
Qui è facile vedere l'intreccio di interessi catechistici (come
spiegare Dio, Cristo, Chiesa, la Bibbia ai giovani), probabilmente i più
sviluppati; interessi di spiritualità, interessi di formazione socio-politica,
interessi di abilitazione al volontariato, interessi per l'emarginazione,
interesse per l'insegnamento religioso-scolastico... (73)
Appare clamorosa la settorialità delle trattazioni, che appaiono
per lo più legate a singoli temi.
E visioni di insieme di pastorale giovanile? Diamo uno sguardo.
Il dibattito: la dinamica delle idee
Qui merita fare almeno un accenno a quelle poche opere che in qualche
modo affrontano la sintesi per evidenziare, per quanto è possibile,
la dinamica delle idee.
- Nel 1973-1975 C. Bucciarelli, pur affrontando un discorso
catechetico, offre un quadro ricco di indicazioni pastorali circa le motivazioni,
le opzioni fondamentali, i processi metodologici verbali e non verbali,
i problemi dell'animatore di gruppo (74).
- Ancora con accentuazione catechetica ma in un quadro più ampio,
a cura dell'Ufficio Catechistico Nazionale si tiene un convegno su Problemi
e prospettive di pastorale catechistica dei giovani, incentrato sugli
itinerari di fede offribili ai giovani in un tentativo di dialogo fra l'analisi
del sociologo (A. Ardigò) e la diagnosi e prospettive pastorali
di R. Tonelli (che per la prima volta presentava una sua recensione dei
modelli esistenti), dove si risente una modernità di accenti grazie
all'impostazione basata sul principio del dialogo e dell'incontro con i
giovani e tra i giovani (75).
- Il Convegno di Gioventù Aclista ad Assisi del 1977,
Il
futuro della fede nelle attese dei giovani, dopo l'autopresentazione
di alcuni movimenti giovanili, il momento propositivo vede al centro il
problema della Chiesa come mediazione la quale è diffidata dai giovani
e di conseguenza - afferma G. Bianchi in una sintesi finale - il bisogno
di riaggregazione all'interno della Chiesa locale, unico spazio di verità
e capacità formativa, ed insieme il bisogno di radicare nel vissuto
quotidiano la fedeltà al Vangelo (76).
- Nel 1978 C. Bucciarelli accentuava fortemente la dimensione pedagogica
anche per la pastorale giovanile, rimarcando quello che è stato,
già nell'AC, e poi successivamente nel progetto di Note di pastorale
giovanile, un elemento essenziale: l'attenzione educativa
(77).
- Ad un gruppo di docenti della Facoltà Teologica dell'Italia
Settentrionale dobbiamo uno specifico interessamento sul nostro tema
in un convegno sulla condizione giovanile e l'annuncio della fede
nel 1978 (78).
Vi si manifesta sempre un doppio polo di ricerca: quale sia la domanda
giovanile con studi di G.C. Milanesi e G. Ambrosio, il quale sottolinea
«la capacità da parte della Chiesa di un "discorso nuovo"
per incontrare i giovani nella loro specifica condizione» (p. 59);
fa seguito una proposta, elaborata da L. Serenthà circa la formazione
catechistica; G. Angelini invece analizza la «Pastorale giovanile
e prassi complessiva della Chiesa» (pp. 61-98), un titolo vicino
a quello della nostra ricerca, di tipo positivo, ma purtroppo inevasa in
quanto l'autore esaurisce piuttosto l'azione della Chiesa in Germania e
in Francia.
In un primo momento cerca di chiarificare i problemi teorici sottesi
sempre e comunque alla responsabilità pratica della Chiesa nei confronti
dei giovani, per poi passar a cogliere i problemi che i giovani pongono
alla Chiesa. L'autore evidenzia fortemente la distinzione tra il servizio
educativo (promozionale) da prestare, che può e deve essere distinto
dall'evangelizzazione e riconosciuto come relativamente autonomo, e che
non deve essere contraffatto e confuso con il ministero ecclesiale nei
confronti dei giovani (p. 74). In seguito analizza la diffidenza verso
la Chiesa da parte di tanti giovani, per evidenziare il tipo di risposta
data dell'attuale pastorale giovanile, con un sorprendente silenzio - come
abbiamo detto - per affermata carenza di documenti ufficiali del magistero,
sulla posizione italiana (79).
Infine, trattando «Per una pastorale giovanile diversa»,
sottolinea che non conta tanto porre unicamente e principalmente iniziative
ecclesiali per i giovani, quanto una «complessiva riforma della figura
storica della Chiesa, la quale prenda atto delle responsabilità
obiettive che la Chiesa ha nei confronti della fede o della non fede dei
giovani».
Per questo suggerisce tra l'altro: la Chiesa deve essere attenta alla
concreta condizione dei giovani nella nostra società, deve avere
il coraggio di non avallare come valore loro incertezze e di proporre l'immagine
oggettiva «dura», della fede; resistenze a manipolazioni arbitrarie,
evitando regressioni dell'univocità della fede in formule catechistiche
o in cristianità ben strutturate; riconoscimento della necessità
di un cammino di maturazione per la scelta della fede, offerto in strutture
ad hoc (pp. 87-92).
- Nello studio già citato di G. Costa circa la pastorale
giovanile nelle diocesi italiane (80), l'autore
dopo l'esposizione dei documenti magisteriali e dei contenuti e delle linee
di metodo dei singoli piani pastorali, avverte la debolezza a suo parere
di tutto l'impianto, in particolare per il rischio del funzionalismo (render
facile o adattato il messaggio) e la non stabilità delle iniziative
prospettate.
- Per ricordare che la ricerca continua, menzioniamo qui i convegni
recenti organizzati dall'Istituto Teologico Salesiano di Messina e dedicati
a «Giovani e morale » (1982 e 1986) e alla «Formazione
cristiana dei giovani d'oggi: per una spiritualità del quotidiano»
(1983) (81), dove entrambe le tematiche sono
ampiamente sviluppate, con testimonianze e studi, relativi specificamente
alla situazione siciliana e meridionale, sulla base di una ricerca poderosa
di D.M. Emma a proposito della fede dei giovani (82).
- Infine, pur nata in un contesto di un movimento internazionale, merita
sia accennata una proposta organica di pastorale giovanile a livello di
ogni comune parrocchia, ora resa pubblica in un libro: La gioventù
voce profetica (1985) (83). «Il progetto
intende immettere i giovani, fin dal primo momento, nell'itinerario di
una pastorale di insieme vissuta di fatto da tutta la comunità parrocchiale;
e li vuole immettere da co-protagonisti» (p. 19). Si parte dal problema
fondamentale della condizione giovanile, riconosciuto nella doppia faccia
dell'emarginazione e dell'incapacità del giovane di essere partecipe
attivo nella costruzione di un mondo migliore; purtroppo la pastorale giovanile,
si dice, astrae dal contesto comunitario di base (famiglia, parrocchia)
rivelandosi elitaria, settoriale, frammentaria o disorganica rispetto alla
pastorale di insieme.
Di qui viene la proposta articolata che descrive il modello ideale
di movimento giovanile, il modo di fare l'analisi della situazione reale
della gioventù in una determinata parrocchia, le linee fondamentali
del progetto operativo, il piano articolato di formazione dei giovani,
l'offerta di sussidi chiarificatori. E' una di quelle sintesi che pur mantenendo
una notevole aderenza alle dinamiche psico-sociali e ad una ecclesiologia
di comunione da tutti accettabile mostra un profilo notevolmente rimarcato,
giacché tende alla strutturazione dei giovani in un movimento giovanile
organico.
Una proposta esemplare
Fino ad ora non ne abbiamo parlato, ma certamente oggi in Italia l'interessamento
più avanzato ed organicamente elaborato nel confronto dei giovani
va ascritto al Centro Salesiano pastorale giovanile (= CSPG) di
Roma, da cui emanano la rivista Note di pastorale giovanile (= NPG),
i Convegni pluriennali da esso organizzati e pubblicazioni proprie, tra
cui, come una specie di «Manifesto», l'opera di R. Tonelli,
Pastorale
giovanile (84).
Ma più che singoli libri, è illuminante seguire, almeno
per cenni, il cammino percorso, esemplare nel metodo, prima ancora che
nei risultati, giacché saggiamente accetta sempre di essere in fase
di aggiorna mento, di riaggiustamento, di affinamento.
La «storicità» del progetto
Un lineamento caratteristico di fondo infatti è dato dalla «storicità»
del progetto, inteso come un farsi ed arricchirsi continuo all'interno
della storia della gente in questa società e Chiesa, e non quindi
rigidamente bloccato su indicatori prefissati per quanto carismatici.
In questa prospettiva la riflessione del CSPG, così come appare
in NPG, mi sembra lo snodarsi di un fiume che si arricchisce di tanti affluenti,
non in maniera però di cadere nell'eclettismo, ma compaginata da
costitutivi di fondo.
Tra di essi, come matrice profonda, va ricordata l'ispirazione salesiana,
storicamente ben collaudata, per cui si mira ad un processo pastorale che
è fortemente educativo e globale, aperto alle istanze dei tempi
e ad ogni avvenimento significativo della condizione giovanile, e quindi
anche in contatto di dare e ricevere con altre agenzie di chiaro valore,
come l'Azione Cattolica da cui, per altro, si distingue perché meno
vincolata alla parrocchialità e alle specifiche indicazioni pastorali
del Magistero, eppur sempre in fedeltà a questo e applicabile, nei
fini, contenuti e metodo, in ogni gruppo giovanile.
I grandi temi affrontati e il metodo
Nato nel 1965, vent'anni fa, il CSPG, nel solco evidentemente dell'incomparabile
esperienza educativa salesiana, produce nel 1967 il suo strumento più
illustre: Note di pastorale giovanile (85).
Tipico del CSPG è di riflettere fin dall'inizio in termini di progettualità,
prima più direttamente rivolta ai salesiani, poi come proposta aperta
ad ogni operatore, dove studi-documenti, esperienze e testimonianze, sussidi
per l'azione, notiziario, libri (sono le rubriche della Rivista) danno
a NPG quell'idea sempre mantenuta di laboratorio entro cui si costruisce
il progetto (86). A poco a poco emergeranno
tutti i connotati tipici della rivista e del progetto che propone. Nel
1968 Tonelli, nella funzione di segretario della rivista, scrive con parole
indubbiamente audaci quello che sarà l'intuizione teologica sostanziale,
la verità dell'Incarnazione: «Tutto ciò che è
umanamente valido è cristiano. Contro una visione disumanizzante
del cristianesimo. Una pastorale valida deve necessariamente partire da
queste premesse» (87).
Già nel 1968, G.C. Negri, altro pioniere fecondo del progetto,
ricorda il valore del fattore «gruppo» e della sua dinamica
(88). Sono motivi - già all'inizio degli anni '70 -
quanto mai essenziali, - assieme a quello di centro giovanile (89),
di revisione di vita (90) e più avanti
di animazione - nella metodologia del progetto. Nel 1974, quando la crisi
dell'associazionismo cattolico si rese evidente in maniera clamorosa, NPG
propone un nuovo associazionismo giovanile come movimento di gruppi giovanili,
collegati nella condivisione di uno stesso fascio di valori
(91), esprimendo in questa maniera una originalità
di impostazione valida fino ad oggi, per cui il gruppo rimane mediazione
per tutta la massa, senza bisogno di ulteriore appartenenza a movimenti
specifici, sempre possibile, ma mai normativa.
Nel 1969 Tonelli stende gli «Appunti per una pastorale giovanile
nella chiesa di oggi », ove appare il bisogno di una fondazione epistemologica
chiara, che resterà in primo piano come esigenza assoluta: che cosa
significa fare pastorale giovanile? Già in quell'anno egli fissa
questa definizione che si ritrova poi con altre parole nel suo manuale
fino all'ultima edizione: «Pastorale giovanile è momento di
autorealizzazione della chiesa, mentre è servizio a partire dalla
comunità tutta per la maturazione umana e cristiana dei giovani»
(92).
Ancora nel 1969, anno fecondo come poi il 1977 (due anni-chiave della
rivista), compare per la prima volta il tema dell'animazione prospettata
da Mario Pollo, la cui definizione rimane ad indicare una linea forza del
progetto sul versante metodologico-educativo: «Animatore è
colui che stimola la partecipazione critica alle iniziative sociali, culturali...
attraverso la consapevolezza della singola persona (93).
Negli anni '80 questo motivo sarà ripreso in termini rinnovati e
fondanti, producendo quella serie di Quaderni dell'animatore (1983-1984)
che rimangono il frutto più avanzato di ricomprensione pastorale
dei processi propri della animazione culturale.
Ancora nella prima metà degli anni '70 si fa strada un altro
motivo centrale: quello dell'educazione della fede e della integrazione
fede e vita, non senza l'influsso del Documento di base della catechesi
italiana (94), mentre negli stessi anni diversi
numeri della rivista sono dedicati a mostrare il progetto di pastorale
giovanile nei diversi ambienti di vita: scuola, sport, professione, mondo
operaio... con ciò indicando l'apertura di mente e di campo dell'équipe
di NPG.
Nel 1975 inizia la collana «Strumenti di Pastorale Giovanile»,
con il libro di Giuseppe Sovernigo dedicato al progetto di vita
(95), mettendo così bene in risalto quelle dimensioni,
psico-pedagogiche e delle altre scienze umane, nelle quali si è
sempre mosso il progetto.
Annunciare Cristo, la salvezza, la liberazione: sono temi della rivista
che a metà degli anni '70 indicano l'attenzione del Centro sui contenuti
(96), che portano alla pubblicazione del Dizionario dei
temi della fede (1977) (97). Nello stesso
1977 compare la prima edizione del libro di Tonelli: Pastorale giovanile
oggi, frutto maturo, che avrà tre edizioni, la terza profondamente
rinnovata (1982), ma sostanzialmente emblematica del progetto di pastorale
giovanile espresso dal Centro, ed ora in certo modo sintetizzata con accenti
nuovi nell'esposizione che commemora i vent'anni della rivista
(98).
Nel 1977 esce pure il libro illuminante Educazione all'impegno politico
(99), ed insieme hanno il via i convegni regionali e nazionali,
il cui primo, abbozzato nel settembre 1977, ha avvio ufficiale a Brescia
nel 1978 sull'educazione cristiana degli adolescenti. Converrà notare
al proposito questa attenzione peculiare sulla figura dell'adolescente
maturo, più che sul giovane adulto. Si può dire che è
la categoria (16-19 anni) che fa da interlocutore del progetto
(100). Sulla fine degli anni '70 (1978-1980) l'attenzione
ai tempi porta la riflessione sull'integrazione tra fede e vita nella nuova
condizione giovanile (101), e compaiono studi
e convegni su due altri motivi forti: la spiritualità per giovani
di oggi (102) e l'animazione come metodologia
globale di formazione.
Dagli inizi degli anni '80 fino ad oggi, ad arricchire la sintesi ormai
acquisita, il Centro e la rivista si mostrano sensibili sia ad aspetti
metodologici che contenutistici, per cui hanno rilievo argomenti quali
narrazione, temi generatori, educazione alla quotidianità, alla
preghiera, alla festa, il rapporto giovani-chiesa, il volontariato, la
donna. Ultimissima attenzione: il rapporto con i cosiddetti «lontani»
(103) che, nella globalità del progetto, ha la grazia
di tenerlo sveglio, attento, aggiornato, integrato alla storia e alla vita.
Va pure ricordato che, per una unità educativa di intenti, il
Centro ha iniziato a dare, negli anni '80, uno spazio sempre maggiore ai
preadolescenti. Frutto migliore della serietà di impostazione sta
nella ricerca appena uscita sulla condizione dei preadolescenti in Italia
oggi.(104)
I fattori d'identità
La lunga carrellata ha giovato a mettere in rilievo diversi elementi costitutivi del volto di pastorale giovanile che qui interessa non solo come proposta di un Centro, ma come modello esemplare di metodo, come cioè un Centro ha saputo fare sintesi nella situazione italiana e a favore di tutti. In uno sguardo sintetico al massimo crediamo che si possano organizzare così i fattori di identità (105).
- Sulla base di un doveroso interessamento ecclesiale ai giovani in termini di pastorale specifica, all'interno della più ampia pastorale di chiesa, e nella percezione netta dei diversi modelli di pastorale giovanile, non tutti eguali fra di sé e rispondenti a modi diversi di comprensione del rapporto fra chiesa-mondo e condizione giovanile, occorre dal puro fare passare risolutamente al progettare.
- Il progetto ha la sua base in un evento-verità: il mistero dell'Incarnazione, la cui grazia porta alla valorizzazione dell'umano, quindi della vita, della quotidianità, senza discriminanti, come volere di Dio e in rapporto con Lui. L'area del Dio della vita non può essere che l'area di vita dell'uomo. A partire dagli ultimi nel banchetto della vita.
- Il riferimento a Gesù Cristo si fa essenziale, giacché egli è il determinante della vita, secondo il suo modo di dire Dio nel quotidiano, mettendone i segni, e così producendo una originale spiritualità diffusa del mistero della salvezza nella realtà.
- L'Incarnazione porta in profonda unità Dio ed uomo, per cui
l'ascolto, la riconciliazione, la condivisione si fanno obiettivo e ispirazione
di metodo. Ciò richiede pure ogni congrua competenza umana, con
la serietà del valore in gioco (la vita dell'uomo secondo Dio),
per cui fede e vita si integrano e si compenetrano: gruppo, animazione
sono parole-chiave che evocano gli elementi costituitivi di un processo
articolato e ben specifico, con delle esigenze anche di tipo tecnico, eppur
con lo stile di un processo essenzialmente educativo di crescita nella
libertà, aperti, anzi aderenti alla modernità ed insieme
nella tensione della ricerca e dell'incontro del giovane con il Dio di
Gesù Cristo. Nella comunione della comunità, cui l'esperienza
di gruppo fa da segno convincente.
4. LA PRASSI OPERATIVA:
IL SERVIZIO DELLA CHIESA AI GIOVANI IN ITALIA
E' il livello di applicazione della prassi concreta, sia o meno ispirata
da un progetto organico. E' il «ciò che si fa» della
comunità ecclesiale italiana per i giovani, le iniziative nei loro
confronti, le diverse forme di contatto, con o senza la diretta partecipazione
e collaborazione dei giovani stessi. E' la fase dispersiva del seme della
Parola di Dio, quella dell'impatto con il terreno, constatabile nei fenomeni
più vistosi, assai meno controllabile nei risultati. E' comunque
un momento di incontro (scontro, indifferenza) fra proposta e domanda.
Si dovrebbe tener presente anche l'effetto alone, come si dice, ossia della
ripercussione che un'espressione di Chiesa in generale può avere
fra i giovani, quindi il problema dell'immagine, di simpatia o meno, di
accoglienza o contestazione che la comunità produce di sé.
Siamo consapevoli che una ricognizione dell'esistente qui è
ben più difficile che nei livelli precedenti, anche perché
il vissuto è maggiore che lo scritto. In ogni caso dalle indagini
fatte si dovrebbe concludere che fra tutti i fattori costitutivi della
religione cristiana, il fattore «Chiesa» sembra il più
estraneo ai giovani (106). Qui, facendo riferimento
a fonti di fiducia (107), ci limitiamo a catalogare
qualcuno dei servizi ecclesiali più vistosi ai giovani, quelli che
potrebbero impressionare un visitatore straniero che volesse informarsi
sul nostro paese. Distinguiamo subito elementi di contenuto, di struttura
o mezzo, di stile o metodo.
LE GRANDI AREE DI INTERESSAMENTO
Si possono radunare in tre: la catechesi, la preghiera, il volontariato.
L'attenzione catechistica
Nella storia postconciliare della Chiesa italiana - l'abbiamo sopra
indicato - ha assunto peculiare interesse, ancor più rinforzato
dall'attenzione posta all'insegnamento della religione nella scuola secondaria
e alla pastorale della scuola di questa specifica età.(108)
La proposta catechistica, di cui a livello giovanile si avvertiva un
indubitabile bisogno (109), ha avuto una proposta
clamorosa con il catechismo dei giovani (1979), Non di solo pane.
Di esso almeno tre cose meritano siano dette: lo sforzo del catechismo
di incontrare il giovane nella sua atmosfera culturale; di presentargli
una figura di Cristo storicamente incarnata ed esistenzialmente credibile;
di annunciargli il messaggio con considerevole serietà ed esigenza,
anche quando la proposta risulta alternativa e provocante
(110).
Il catechismo ha avuto perciò una grande risonanza tra gli esperti
che lo hanno ripreso, adattandolo in diversi modi ad itinerario di fede
(111). Ma nelle speranze riposte in questo strumento non sono
corrisposti i risultati, se si notano le reazioni negative e le poche adozioni
avute, stando alla verifica in atto nella chiesa italiana. Come se lo strumento
pur buono non fosse all'altezza di un problema più ampio e profondo
(112).
Altre vie catechistiche sono indubbiamente presenti soprattutto all'interno
dei movimenti, e diverse sono le forme di evangelizzazione e catechesi,
a seconda degli interessi dei gruppi e comunità di appartenenza.
Ma è da chiedersi circa l'autenticità cristiana, segnatamente
ecclesiale, di tale catechesi (113).
Almeno una parola merita la diffusione delle scuole di teologia,
o teologia per laici, ove la partecipazione dei giovani è pur sempre
rilevante. In ogni caso non si dimenticherà che la parola in forma
organica e sistematica arriva ad un numero piccolissimo dell'universo giovanile
italiano, in misura ben scarsa anche dentro il gruppo dei credenti.
Quanto al settore della scuola, in particolare come insegnamento
della religione, si assiste ad un insieme di elementi conflittuali: una
disponibilità al discorso religioso da parte di tantissimi, cui
si affianca un ammirevole impegno dei centri diocesani di essere all'altezza
del bisogno con pianificazioni valide sia sul versante dei docenti che
nella programmazione (114); e d'altra parte
si assiste ad una faticosa elaborazione epistemologica e organizzativa
fin qui incompiuta stante anche la ristrettezza del concordato rinnovato,
che favorisce varchi di evasione e di disinformazione. Non possiamo onestamente
tralasciare di parlare degli istituti educativi cattolici, della cui portata
formativa oggi ci si preoccupa con rinnovato vigore (115).
Spiritualità e preghiera
Probabilmente ci troviamo davanti al fenomeno più sorprendente
e che induce a pensare, giacché alla piccolezza del numero (anche
qui non conviene illudersi!) fa da contrappeso la qualità della
esperienza.
In un convegno sulle «Scuole di preghiera» tenuto a Pianezza
(Torino) nel maggio 1985, e riferentesi alla sola alta Italia
(116) si sono contate 112 scuole di preghiera, di cui 63 si
definiscono vere e proprie «scuole di preghiera», 21 scuole
della Parola e 28 scuole della preghiera e della Parola. La frequenza è
mensile, talvolta settimanale, con la presente da 50 a 200 persone. Destinatari
sono soprattutto i giovani (46%), ma aperto anche agli adulti, con maggioranza
femminile (22%). Si attua insieme, sia pur con accentuazioni diverse, un
cammino di preghiera vera e propria assieme all'ascolto della Parola di
Dio o momento catechistico.
Ricordiamo la scuola della Parola nel Duomo di Milano con il card.
Martini, ogni primo giovedì del mese con migliaia di giovani e adulti,
forma che si sta estendendo presso altre diocesi (es. Udine). Da una corrispondenza
diretta con Bose, che è per sé una comunità monastica,
ho avuto comunicazione di una presenza annuale di oltre un migliaio di
giovani su 5000/6000 partecipanti, con al centro la Lectio Divina quotidiana
dal lunedì al venerdì. A Spello, fratel Florio incontra ogni
estate settimanalmente 200 giovani cui propone un originale itinerario
di preghiera sul monte Subasio, che è ascolto, contemplazione, catechesi,
deserto. L'itinerario è incentrato sul tema «perché
vivere» con le tre piste di risposta: vivere per rispondere, vivere
per servire, vivere per costruire (117). Non
possiamo non accennare, vicino a Spello, l'impegno di promozione della
cultura e spiritualità giovanile svolto dalla Cittadella di Assisi,
sia pur nell'evoluzione travagliata della sua storia. Ma probabilmente
oggi il fenomeno più impressionante è dato dalla scuola di
preghiera di Don Gasparino a Cuneo (118), centro
caratterizzato da impegno di contemplazione ed insieme di scelta dei poveri,
quelli del Terzo Mondo, ma anche dei tossicodipendenti, delle madri nubili,
degli sbandati, degli ammalati.
Il volontariato
Non possiamo che accennarvi per renderci conto di un fenomeno che per
tantissimi operatori pastorali forse rappresenta una novità non
ancora ben inquadrata, ma che è profondamente carica di speranza,
ed insieme di problemi all'interno di una prospettiva di pastorale giovanile
(119).
Dalla ricerca più recente (1983) (120)
il fenomeno - che ha estensione nazionale e sovraconfessionale e comprende
oltre 15.000 gruppi locali per oltre 3 milioni di membri (tralasciando
le prestazioni dei singoli) - vede ovunque una percentuale significativa
di giovani, presenti nell'80% dei gruppi. I gruppi ad ispirazione cristiana
sono i più numerosi. Non è qui il luogo di enumerare il tipo
di prestazioni del volontariato. Richiamo piuttosto quali tratti potenzialmente
(ed esplicitamente) cristiani: la disponibilità al servizio gratuito,
la sensibilità sociale e politica del servizio, la netta difesa
dei principi di giustizia, di non violenza, di solidarietà con gli
ultimi...
A Loreto, nella Commissione 20 dedicata al «servizio agli ultimi»
(con una notevole partecipazione di giovani), si è evidenziato il
nodo problematico del volontariato cristiano come tale, dato dalla separatezza
che sta ancora fra ascolto della parola, la celebrazione liturgica e il
servizio o diakonia (121); nella Commissione
23 dedicata specificamente al «volontariato e istituzioni pubbliche
nel segno della cooperazione» si è sottolineato, citando il
Card. Martini, la «funzione profetica» del volontariato, come
«la fede e la carità cristiana costituiscono una eccezionale
base formativa», come al fondo di questo volontariato ci sono una
maturità di coscienza e un senso di responsabilità cristiana
e civile (122).
A nostro parere ci troviamo di fronte ad una terra per la pastorale
giovanile pressoché sconosciuta e d'altra parte da integrare necessariamente
in essa come il segno de tempi nuovi (123).
Più che realizzato dai giovani, va ricordato in favore di essi
(ma non senza di loro) almeno il fenomeno di tante associazioni, comunità
o singoli, di ispirazione cristiana che si dedicano a emarginati per lo
più giovani, di straordinaria ampiezza, dalle comunità terapeutiche
ad altre presenze presso aree e forme di emarginazione (124).
SERVIZI Dl PASTORALE GIOVANILE
Quali offerte vengano fatte, basta vederli su qualche foglio ecclesiale
di pubblicità (Settimana, Il Regno, Rocca). E' una vera ricchezza.
Si possono ripartire in tre grosse aree.
- Gli incontri o meetings, da quelli con il Santo Padre, cui abbiamo
accennato all'inizio, al tipo di incontri di festa e di amicizia dei giovani.
Ricordiamo come esemplare, ma non unico, quello di Udine nel 1980 dedicato
al lancio del nuovo catechismo e della pastorale che esso comporta, e a
cui parteciparono 10-12 mila giovani dai 17 ai 25 anni (125),
ripreso a Padova nell'82 e a Venezia nel 1985.
- I campi scuola o incontri a tempi lunghi ed impegnati, specie nei
periodi estivi (126), in centri di spiritualità,
nazionali o locali.
- Stampa dedicata ai giovani. Ricordiamo una rivista affermatasi per
la modernità e solidalità, come Dimensioni Nuove (Leumann-Torino),
senza contare le riviste proprie dei movimenti. E quanto ai libri? Qui
il giudizio si fa più cauto, non negando però una discreta
produzione. Ovviamente, rimane da esaminare la questione dell'accessibilità,
dell'effettivo uso e della reale incidenza di tutti questi sussidi.
Ogni iniziativa ha delle caratteristiche proprie. Se si volesse ricondurre
ad un comune denominatore, di quelle globalmente formative si possono indicare
due qualità, almeno nella maggior parte dei casi:
- il fare esperienza vitale della proposta, e non solo quindi una comunicazione
dottrinante;
- la partecipazione attiva dei giovani, sovente creativa, in clima
di libertà, carica di responsabilità.
Così almeno appare dagli enunciati teorici, ma anche da racconti
di esperienze.
5. VENT'ANNI DI PASTORALE GIOVANILE:
SPUNTI DI VALUTAZIONE
In una sintesi valutativa, oltremodo difficile per essere rigorosa,
interessa qui focalizzare alcuni nodi centrali, linee di tendenza meritevoli
di dibattito.
DA CIO' CHE SI FA AL COME SI DOVREBBE FARE
Qualche anno fa, il Card. M. Pellegrino, trattando del rapporto Chiesa-giovani,
senza tacere per nulla delle deficienze, affermava: «Se, guardando
agli aspetti positivi, dovessi dire che cosa la Chiesa, a livello diocesano
e parrocchiale, di associazioni, di gruppi e di movimenti fa per i giovani,
dovrei, anche solo attingendo alla mia limitata esperienza, scrivere un
libro»(127). Negare che la comunità
ecclesiale italiana nel suo insieme, ed ancor più a livello locale
si interessa dei giovani, sarebbe negare l'evidenza, ed anche questa modesta
ricerca crediamo l'abbia messo in luce.
D'altra parte l'anno scorso, il successore di Pellegrino, il Card.
A. Ballestrero, forte di una prolungata esperienza di presidente della
CEI, poteva dire: «Il settore giovani è forse un aspetto della
Chiesa al quale dedichiamo meno attenzione» (128).
La consapevolezza di una chiamata
Sono due voci che esprimono la verità di un dato di fatto, costituito
da ombre e luci, ma soprattutto rivelano una linea di tendenza a livello
di ecclesialità diffusa, che secondo noi rappresenta un salto di
qualità: non si tratta soltanto di dire quello che si fa, ma vedere
come si fa, e più in generale come si dovrebbe fare. Nell'ambito
della sua azione pastorale alle diverse categorie, mai forse come nell'area
giovanile la Chiesa va mettendo in questione la certezza, che poi è
una discutibile opzione pedagogica, che ciò che ha sempre fatto
o che intende fare sia automaticamente portatore di risultati positivi,
o più ancora che sia evangelicamente legittimo. Vi è oggi
nella Chiesa come la percezione di una chiamata dello Spirito, che invita
a fare un transito, come già il macedone a Paolo supplicandolo:
«Passa in Macedonia e aiutaci» (Atti 16,9). Nel caso nostro
il passaggio non dei giovani verso la Chiesa, ma della Chiesa verso i giovani
che invocano: «Passa tra di noi ed aiutaci». Con tutti gli
imprevisti di un'audace opera di evangelizzazione, meno per una tattica
di ricupero, quanto per una strategia che nasce dalla obbedienza alla voce
dello Spirito (129).
In questa positività di tendenza vediamo, come conferma, una
crescente e convinta disponibilità al passaggio da un pre-determinismo
pastorale che rischia la presunzione e l'arroganza ad un ascolto documentato
ed appassionato della condizione giovanile. Ciò si manifesta da
una migliore considerazione della ricerca scientifica e dalla specializzazione
degli interventi, dallo sforzo teso a dare uno statuto di interlocutore
valido al giovane nella comunità. E dalla coscienza di dover elaborare
come fatto normale ed esigente una pastorale giovanile che inglobi armonicamente
la totalità degli aspetti di un progetto cristiano di vita: la parola,
la celebrazione, il servizio di carità (130).
Solo attraverso un sempre rinnovato ascolto dei giovani e una sempre
rinnovata fedeltà al Vangelo può rinnovarsi la pastorale
giovanile.
Contro la ghettizzazione
E d'altra parte - elemento di saggezza notevole - la Chiesa nella sua
ricerca di incontro con l'elemento giovanile, cerca di evitare una considerazione
categoriale, un'attenzione specializzata che rischia di diventare sottile
ghettizzazione. Non esiste una Chiesa dei giovani, ma la Chiesa di tutti
dove l'elemento giovanile viene accolto e riconosciuto. Almeno questo è
l'orizzonte apparso a Loreto e che si pone come traguardo più maturo
della Chiesa italiana come tale. Ed ancora da Loreto, quale luogo di rivelazione
del cammino della Chiesa italiana nel suo insieme, non si può non
recepire che il meglio del servizio ai giovani si fa nella concretezza
di tempo e di luogo, nell'area della vita del giovane, all'interno della
comunità locale, pur avendo lo sguardo aperto sulla comunità
più grande, e anzi sulla società nel suo divenire. E' saggezza,
pur con lo sguardo critico, inserirsi per far meglio nell'esistente concreto,
e potenziarlo con pazienza e passione, sapendo che Dio, anche in pastorale
giovanile, non pianta alberi fatti.
UNA RISPOSTA INTENSA MA DISORGANICA
Siamo di fronte a una risposta intensa, ma disorganica, frammentata e lacunosa ad un progetto pastorale giovanile attento ai valori etici e qualità della vita, con chiara tensione educativa e in prospettiva missionaria.
I caratteri della risposta
Chiaramente la percezione di un salto di qualità da fare nasce
dalla consapevolezza di processi ancora carenti tra di noi.
A noi sembra che la Chiesa italiana nel confronto dei giovani viva
un boom di intenso interesse, carico di emotività e soprattutto
di novità di intervento, e d'altra parte in termini ancora segmentati,
disorganici, frammentati e lacunosi. Lasciamo la parola ad esperti che
toccano diversi aspetti. D. Gasparino dal suo osservatorio certamente significativo
ci scrive che «lo sforzo a vari livelli ecclesiali per una particolare
attenzione ai giovani... rischia di non tradursi sufficientemente in un
cammino di fede, dosato, sistematico, fondato sull'essenziale per condurre
via via ad una mentalità e vita cristiana integrali»(131);
l'Assistente generale dell'Agesci, P. G . Ballis S.J., ritiene che sia
«generalmente carente un'azione veramente educativa e sia invece
prevalente una pastorale settoriale: o catechistica nel senso di insegnamento
dottrinale, o spiritualistica ed emotiva, o prassistica (attività
con handicappati, ecc.), o ludica (sport, ecc.). Tale carenza deriva, penso,
da mancanza di persone preparate a fare gli educatori: non ci sono o quasi
scuole per educatori e neppure i seminari generalmente preparano a questo»
(132).
Con la competenza che le provengono dallo specifico lavoro, alcune
riviste di catechesi e di pastorale (133) richiamano
l'attenzione a problemi che sono definiti «grossi»: la comunicazione
pastorale, anche con i giovani che frequentano i luoghi ecclesiali, riesce
sempre più difficile. Spesso questi giovani hanno l'impressione
di vivere come in un «paese straniero»; talvolta si assiste
ad una «utilizzazione strumentale» dei giovani «per alcune
esigenze immediate», «senza permettere ad essi una crescita
nella corresponsabilità ecclesiale», «in alcune proposte
di vita cristiana» viene «proposta o richiesta una identità
troppo forte oppure poco responsabilizzante» e «non mancano
modelli di vita cristiana integristi, incapaci di vero dialogo con la cultura»;
«l'azione pastorale versi i giovani» si «riduce alla
sola prassi associativa» correndo il rischio di ignorare i veri problemi
dei giovani e scivolare in una pastorale elitaria che emargina, anche nell'ambito
ecclesiale, i più «poveri». Si potrebbe aggiungere il
silenzio troppo serrato sulla condizione delle giovani donne; preoccupa
il sottotono circa la formazione socio-politica e la partecipazione dell'elemento
giovanile alla vita del paese, certamente ben oltre le rivendicazioni anche
giuste, ma settoriali.
Quattro istanze
Non è difficile ritrovare qui l'emergenza di quattro istanze
di cui si va prendendo sempre più coscienza.
- Il bisogno di progettualità pensata come pastorale
organica, sia pur duttile, dove prende configurazione un cammino di fede
sistematico e paziente, in rapporto specificamente all'accoglienza del
mistero della Chiesa. Ciò esige la tenacia dei tempi lunghi e lo
sguardo globale su tutti gli elementi cui attendere, così come si
è mostrato a Loreto ed abbiamo in precedenza evidenziato.
- Una proposta cristiana imperniata di valori etici: quindi
la qualità della vita, in ciò coinvolgendo la fedeltà
al Vangelo; la fedeltà a questo paese in cui fondamentali
evidenze etiche sono crollate, e di cui i giovani sono testimoni e
vittime come nessun altro; la fedeltà sia al dover essere della
generazione giovane portatrice di ogni speranza di cambio sia alla disponibilità
di fatto propria di tanti giovani verso alcune qualità della vita
tipicamente di matrice evangelica, come la solidarietà, l'autenticità,
la tensione alla pace, l'amicizia, la difesa dei diritti umani, ecc.
- Ciò porta ad una azione pastorale vista come scelta educativa,
come presenza e relazione interpersonale, quale modo concreto di servire
la promozione umana, attivando nei giovani la coscienza riflessa e critica
di se stessi, della propria storia, degli altri e del mondo
(134).
- La tensione missionaria. Annotava di recente la Civiltà
Cattolica: «Forse mai nella sua storia la Chiesa ha avuto una gioventù
così cristianamente impegnata come negli ultimi decenni. Tuttavia
i giovani che la proposta di fede della Chiesa raggiunge sono un'infima
minoranza. La grande massa giovanile è lontana da Cristo. E' chiamata
come in causa, la missionarietà della Chiesa in una forma e in una
misura che non hanno precedenti. La gioventù di oggi è per
essa una sfida che non può perdere» (135).
Ecco: la questione dei lontani. Ma anzitutto: lontano chi? da chi? Sono
soltanto i giovani lontani dalla Chiesa o anche la Chiesa si sente straniera
e rende stranieri i giovani? Per quale ragione questa estraneità?
PASSARE DAL CONOSCERE AL COMUNICARE
Alla fine non cessa di ritornare l'interrogativo di fondo: risponde veramente alla domanda giovanile lo sforzo della Chiesa italiana? Come si riflette tale domanda nella nostra risposta? In altri termini, nel nostro impegno pastorale sorge sempre il dubbio se colloquiamo con un giovane reale o uno prefabbricato su nostra misura.
Quale ascolto?
Abbiamo accennato sopra che un tratto di indubbia novità attuale
è di una comunità che intende ascoltare prima che intervenire.
Ma che cosa ascolta una Chiesa che volesse fare sul serio? E come dovrebbe
reagire a ciò che ascolta? Non è forse dentro di noi la sensazione
che tra Chiesa e giovani vi sia una estraneità profonda e paradossale,
tanto da vedere i giovani disposti maggiormente al discorso religioso,
anzi cristiano, ma in posizione di chiara diffidenza verso la Chiesa? Che
cosa non funziona? Che cosa dovrebbe tornare a funzionare, o a funzionare
meglio?
Qui subentra il delicato e fondamentale discorso sul come la Chiesa
italiana va interpretando l'identikit del giovane italiano (ed europeo)
di metà degli anni '80, inquadrato più o meno sommariamente,
ma con perspicacia, nelle categorie della soggettività, della frammentazione,
del basso profilo, del respiro quotidiano, come compensativo della complessità
e della differenziazione sociale, eppur attento a certi valori attinenti
alla pace, alla solidarietà, alla tolleranza, al rispetto della
natura, anzi disposto a ipotesi e proposte religiose come plausibili proposte
di senso. Cose tutte note, ma che rimbalzano nel laboratorio pastorale
con non facili esigenze di discernimento dell'esistente, per una proposta
di assunzione critica, che eviti sia una legittimazione sospetta dalle
incertezze del giovane, e dall'altra parte non ignori o abbia paura delle
loro espressioni culturali diffuse.
Iniziazione o riformulazione?
Al seguito del Tonelli sembra di poter individuare due modelli interpretativi
che orientano in profondità il processo di pastorale giovanile nelle
nostre comunità.
Esiste una linea di tendenza attenta a risolvere i problemi nella prospettiva
di iniziazione, che altri dicono di verità oggettiva dell'evangelo,
«restituendo al giovane un'immagine del cristianesimo consistente
e determinata» (136), mediante itinerari
precisi e articolati, forniti di strumentazioni efficaci per far acquisire
e interiorizzare contenuti e progetti che vengono accolti dalla esperienza
cristiana ufficiale, testimoniata dalle attuali comunità ecclesiali.
E' facile vedere la linea di tanti movimenti e centri di spiritualità.
La seconda linea di tendenza pur ritenendo la bontà del processo
di iniziazione crede sia necessario per la condizione giovanile un programmato
processo di riformulazione della stessa fede (quindi dello stesso cammino
di iniziazione) affinché appaia seriamente interpretato e assunto
il loro mondo culturale, le attese, le speranze, insomma le domande della
loro vita, oggi e domani (137). Mi avvalgo qui
di una formula precisa di E. Feifel:
«Il rapporto giovani e chiesa è aggravato dalla mancanza
di una risposta alla domanda come teologicamente vada compreso, spiegato
e realizzato l'essere uomo nell'età giovanile. Una antropologia
cristiana deve aiutare a chiarire come deve svilupparsi l'essere cristiano
presso un giovane rispetto allo sviluppo presso un ragazzo o un adulto.
Il ricorso del magistero ufficiale alla «totalità organica»
e alla «normatività» della fede misura la fede di fatto
vissuta dai giovani con il canone dell'obiettività della fede retta
e perfetta, ma sottovaluta gli effetti della fede che fonda l'identità
e orienta alla vita» (138).
Non si tratta di rovesciare il cristianesimo in umanesimo, ma nemmeno
di limitarsi a dare una proposta di fede ai giovani coerente, esigente,
lucida, ma di aiutare questi a dire nel loro quotidiano la fede in Gesù
Cristo nella Chiesa.
Si può pensare che oggi nella Chiesa italiana esista un notevole
tasso di indifferenza perché tra essa e giovani non vi è
dialogo reale, né i canali per realizzarlo. Paradossalmente si condividono
forse ideali comuni di solidarietà, di pace, eppure non si ci intende,
non ci si incontra.
«Il problema della pastorale giovanile, come ogni problema giovanile,
è prima di tutto di «comunicazione» tra mondi che sembrano
chiusi» (139): dal conoscere occorre passare
al comunicare, dal dire l'evangelo all'intendersi sull'evangelo. Lo diremo
con termini forse provocanti e semplificanti: se rappresentanti del coordinamento
«movimento scuola '85» hanno avuto un dialogo reale, alla pari,
sia pur nella diversità di ruoli, con il ministro Falcucci (dicembre
1985), è possibile che giovani come tali possano essere interlocutori
diretti del vescovo, del parroco, degli altri membri delle comunità
ecclesiali? Annota ancora con perspicacia E. Feifel che la trasmissione
della fede alla giovane generazione è ostacolata dal conflitto di
generazioni nella Chiesa. Se questa vuol diventare luogo di incontro generazionale,
allora si esige un cambio di prospettiva: imparare a vivere e a credere
insieme (140).
CONCLUSIONE
Parlare del servizio di chiesa ai giovani, significa non soltanto riflettere
sulla quantità dei servizi, ma sul rapporto: se questi servizi tengono
conto della reale condizione dei giovani, delle domande implicite (che
essi potrebbero fare se parlassero, o potessero, o sapessero parlare) e
domande esplicite che certamente fanno. Interrogarsi sul rapporto significa
anche non solo vedere se si è stata Chiesa capace di servire, ma
anche di essersi lasciata servire dai giovani, di ricevere qualcosa da
loro.
Con una nota certamente realistica ma improntata alla speranza, a conclusione
di questo anno - che è stato l'anno dei giovani, ma in cui l'attenzione
al mondo giovanile e ai suoi problemi è stato inferiore alle speranze
e alle attese (141) - il Papa annotava: «I
giovani attendono, sono delusi da troppe inadempienze sul piano civile,
sociale e politico... Vi sono qua e là sintomi di un'aspettativa
più grande, che non deve essere disattesa dalla Chiesa, che guarda
ai giovani con speranza e amore» (142).
La Chiesa italiana su questo punto non è una chiesa seduta,
semmai è una Chiesa in fermento, talora divisa; deve certamente
crescere, convertirsi ai giovani come a specifica categoria di «barbari»,
uomini dal sangue nuovo nel senso coraggioso e creativo inteso da Gregorio
Magno.
Nel solco della coraggiosa fiducia, vogliamo lasciare l'ultima parola
al Sinodo straordinario, il quale così si esprime nella relazione
finale: «Questo Sinodo straordinario si rivolge con speciale amore
e grande fiducia ai giovani e si attende grandi cose dalla loro generosa
dedizione, e li esorta affinché raccolgono e continuino dinamicamente
l'eredità del Concilio, assumendo il loro ruolo nella missione della
Chiesa». (143)